The Key Afar Show


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Categoria: Omo river   |    3 Comments »   |   

29 dicembre 2011
Si comincia la giornata con l’annuncio che “passiamo prima da New York poi andiamo dai Konso”.  Ora le mie conoscenze geografiche e il mio senso di orientamento sono pari solo a quelle di matematica, cioè il minimo sindacale per la sopravvivenza. Però sto New York in Etiopia mi era sin qui sfuggito. Soprattutto una volta arrivati in una specie di Grand Canyon dei poveri fatto a pinnacoli ove ci attendevano sciami di bambini vocianti. New York, lo chiamano il canyon, proprio perché quei pinnacoli sembrano “grattare il cielo”, spiega David. E con questo vi ho messo pure il grattino poetico, io non lo so che altro caspita volete da un blogghe, voi.

Esaurite le formalità fotografiche e di distribuzione palloncini colorati (Giancarlo), penne-matite-quaderni (Sven&C) e medicinali (Walter) ci si rincamminava su un sentiero per il quale scendevano, in fila indiana cariche come somari di fascine, frasche e figli , le prime donne Konso, fiere e inconfondibili tra gioielli multicolore sull’abito tradizionale bianco con la gala decoratissima. Senonché sull’abito ora è comparsa, da qualche tempo, anche una maglietta. E sopra c’è scritto “Obama”. La ritroveremo ovunque, sta maglietta: fra i Banna, Tsamai, Hamer. L’unica concessione a uno sponsor che è il nome  non di un presidente ma di una speranza di riscossa.

Dopo le contrattazioni di rito entravamo nel primo villaggio: donne e bambini ovunque, di uomo solo la guida. I maschi adulti, dice a un certo punto portandoci su uno spiazzo con al centro una pietra, prima di passare nell’età adulta per sposarsi devono superare la prova del lancio: prenderla, alzarla e buttarla dietro le spalle. Lui si esibiva nella prova indi invitava i maschietti nostri a fare altrettanto. Ed è così che schiere di omaccioni palestrati e aitanti, quali quelli al nostro seguito, alla sola parola “sposarsi” improvvisamente perdevano la forza anche solo per alzare non dico la pietruzza ma financo un braccio e si davano invece precipitosamente a gambe levate verso l’uscita.

Intanto si erano fatte le ore 13, nonchè 33 gradi: giusto il momento per sbocconcellare un panino in piedi per strada e irrompere col sole allo zenith nel mercato di KeyAfar. IL mercato della River valley.

Ora accadeva che, provenendo da una strada sterrata e girato un angolo, dopo chilometri e chilometri di savane e terre e sabbie, improvvisamente ci trovavamo catapultati in una specie di Truman Show in salsa tribale: migliaia di persone addobbate con pelli, collari, collane, acconciature, scalpi, tatuaggi, costumi tradizionali affollavano a tappeto una spianata di colori, merci, suoni, odori, soprattutto puzze, che ci faceva restare pietrificati all’incrocio. E mo’ non è per dire ma guardate che io i fisicacci tribali che ho visto in quel mercato ma manco Vogue uomo se li sogna. Che di questo stiamo, fra l’altro, a parlà:

Key Afar anvedi che roba (Foto Professor Pi)

Mi voltavo con espressione più ebete del solito verso il professor Pi proferendo solo un
-Ma che, veramente?
-Veramente che, Meripo’?
-No, dico, ma che questi sono così veramente? O fra un po’ staccano e si rivestono normali?
Manco William Wyler di Ben Hur si sarebbe potuto inventare un set simile e manco Karen Blixen vi potrebbe raccontare contro che caspita abbiamo impattato in quel mercato.

Ve lo dico: non sono mai riuscita a togliermi di dosso la sensazione Cinecittà. Mai visto nulla di simile tutto insieme, come se in quella vallata si fossero date appuntamento tutte le tribù dal Pleistocene in poi: Hamer, Tsamai, Banna, Konso, Mursi, Masai e Vattelappesca.
Certo la frase chiave, alla nostra vista, era sempre
-Du bir
che non è un’ordinazione al bar di due Peroncini ma la richiesta di soldi per farsi fotografare (2 bir uguale 1 centesimo, circa). Una richiesta continua, estenuante, aggressiva. Quindici giorni di “bir, bir, bir”. Ma siamo noi che li abbiamo tirati su così: andiamo, scendiamo, fotografiamo, risaliamo. Una specie di flash mob continuo. Imbracciamo le Nikon e le Canon come fossero Kalashnikov. Giustamente ora pretendono un indennizzo. E comunque mi sa che le foto ormai sono la prima voce del pil della valle dell’Omo.

Key Afar, commercianti sull'autobus (Foto Professor Pi)

Intanto, nel mercato, continuavo ad aspettarmi che da un momento all’altro, su quell’Apocalisse di forme, suoni, odori e colori, si alzasse un urlaccio tipo
“STOOOOOP, MERCATOTRIBALEDUE, BUONA LA PRIMA”.

Key Afar zuccotti point (Foto Professor Pi)

Invece l’unico urlaccio stereo che mi perveniva aveva l’inconfondibile timbro del vocione del professor Pi duellante in trattativa con un guerriero Banna perchè la Meri Pop potesse acquistare un copricapo di zucca e perline (na specie di scodella rovesciata che usano per cappello): la richiesta di partenza, di 200 bir otteneva una grossa e profonda risata baritonale del Professor Pi che restituiva la ciotola, raccattava Meri Pop e si avviava verso la macchina, inseguito dal Banna e dalla ciotola e strattonato più volte fino a chiudere, sulla portiera della Jeep, a 100 bir.

Ora io vorrei solo sapere dove me la metto, sta ciotola di zucca. Ritengo a tuttoggi comunque non prudente chiederlo al Professor Pi. Che pure nel viaggio tribale sempre una signora sono.

3 Risposte to “The Key Afar Show”

  1. Sunny Dice:

    Attendiamo fiduciosi pubblicazione foto di Meri Pop adornata da prezioso copricapo etipioco 😀
    Anche per rendere giustizia all’abile trattativa del prof Pi….

  2. paola Dice:

    anche io voglio vederti indossarloooooo!

  3. ex-First Lady Dice:

    Alla fine la vera scena da Cinecittà l’ha recitata il Prof Pi, facendo il teatrino della trattativa e di quello che mai al mondo spenderebbe 200 bir per un copricapo di zucca…. 🙂 Ora però vogliamo foto di MeriPop con copricapo!! 🙂

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