In allerta all’Erta Ale


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31 dicembre 2010         

Due tende esplose, 18 esploratori insonni, 5 fantasmi di torce e 2 serie complete di “macchiccaspitamel’hafattofare” dopo, alle ore 4 risuonava l’elettronica sveglia contestualmente al similmuggito dei cammelli giunti a prelevare le nostre suppellettili per l’ascesa alla cima ribollente e fumosa dell’Erta Ale che si concretizzava agli starter attorno alle 5,30.         

Dopo tre ore di scarpinata in salita, tra rocce, lapilli e magma solidificatisi nei secoli, cedendo il passo ora a quattro cammelli ora a due giapponesi (unici avventori dell’inospitale luogo) alle ore 8,30 l’italica spedizione dancala finalmente si affacciava su questo:         

Erta Ale - Foto Professor Pi

e indi si stravaccava in località cima, tra stuoie per cammelli, pietre e colate laviche più o meno solidificatesi.         

Dopo circa 12 minuti di meritato riposo -stile coma vigile- i nostri, spronati e guidati dal fido e guido Daniel, iniziavano l’esplorazione del cratere vulcanico accedendo dalle sopracitate colate di magma nelle quali improvvisamente sprofondavano, nell’ordine, prima i 65 chili di Pino e, a seguire, i presunti 100 del professor Pi. Dal che anche un non geologo avrebbe potuto facilmente desumere che il magma apparentemente solido non regge pesi oltre i 45 chili di Meri Pop che faceva da leggiadra apripista svolazzando come Heidi di caldera in caldera.         

Va comunque aggiunto, a onor del vero, che il braccio così grattugiatosi di Pino e la manona piena di schegge laviche del professor Pi conferivano quell’ambientazione splatter sin qui, effettivamente, carente.         

Al provato e grattugiato gruppo, nonché sotto il sole cottosi e grigliatosi, alle ore 13 del 31 dicembre dell’anno di disgrazia 2010, venivano infine indicati i giacigli diurni e notturni.         

Trattavasi di numero 3 anguste fortificazioni circolari in pietra dove al massimo avrebbero potuto comprimersi 3 esseri umani, in ognuna delle quali si sperimentava invece di stiparcene almeno 6.         

Rifugiati in dancalica capanna - Foto Professor Pi

La fortificazione di Meri Pop veniva ulteriormente arricchita da un insito nido di calabroni residenti nella trave principale del simil tetto. Le toilette, come sempre en plein air, in questo caso emanavano vapori ed esalazioni pestifere magmatiche aggiuntive rispetto alle già solite nauseabonde.     

Col favore del tramonto, dopo aver consumato un leggero pranzo dell’ultimo dell’anno -leggero in vista del “cenone”, ovviamente- a base di crackers, arance e aggregazioni di formaggio prima squagliatosi poi risolidificatosi tipo la lava ai nostri piedi, i nostri si posizionavano in località apice del monte vista cratere e caldera.        

 Tre pipì e svariati ciondolamenti dopo, verso le 18,30, finalmente Meri Pop era in grado di dare la prima, vera risposta all’unica vera domanda che dall’inizio aleggiava a intervalli regolari sulla sua testolina, il “checcaspitacistoaffareioquà”. La risposta si articolava in uno spettacolo di indicibile bellezza, suggestione e fascino allorquando, calata finalmente la notte, la caldera si infuocava in uno spettro di colori a rotazione tra il rosso vermiglio, l’indaco, il violetto e il nonsonemmenoio come descrivervi il resto.        

Una notte sull'Erta Ale - Foto Professor Pi

Fatto sta che, a un certo punto, a forza di stare lì a bocca aperta, dal gruppetto sul promontorio si staccava un sottogruppo in direzione bocca aperta del cratere.
Ora siccome io sono Meri Pop e non Jules Verne non so come altro dirvelo ma è stata una figata pazzesca. Tu chiamale se vuoi emozioni che manco Lucio Battisti riuscirebbe a ricantarvele.     

Fuoco e Gianni Mangiafuoco - Foto Matteo Ballarin

Insomma il 31 voi i fuochi d’artificio e noi i lapilli a cielo aperto. Così finalmente si allestiva, in bilico sul bordo pietre di un muretto, il sontuoso Cenone di Capodanno:
-Scatolette di Salmone Star
-Scatolette di Tonno Star
-Carne Simmenthal
-Provolone
-Crackers
-Uova sode
e… attenzione… una bottiglia di Rum L’Havana Club che Rosetta aveva preservato intatta per tutta l’ascesa al vulcano. Completava l’offerta, a sorpresa, un contenitore Tupperware pieno di Saporelli alla mandorla che Mariò generosamente elargiva a tutta la spedizione.         

Alle ore 21,30, il Professor Pi avendo rimosso la stuoia dal soffitto della baracchetta e avendola posta come giaciglio, avvolta prima in un pile e poi nel sacco lenzuolo sotto alle stelle, Meri Pop conquistava un meritato sonno.
Salvo poi risvegliarsi di soprassalto a mezzanotte al grido di “Auguri Auguri” di taluni italiani di passaggio tra le capanne.
L’umidità della notte si posizionava saldamente sul sacco lenzuolo meripoppico che, con le continue ondate di vento dancalo, la rendevano perfettamente somigliante a un sarcofago egizio.          

          

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