Le vite in una stanza: via Tasso e le Fosse Ardeatine


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Abito vicino a Via Tasso. Prima della nostra comune clausura ci passavo spesso, anche quando non era di strada. Allungavo il giro e passavo sotto a quelle finestre. Le finestre murate dalle SS per trasformare quel palazzo in un carcere, a proposito di vite al chiuso.

Una volta che son salita c’era un sopravvissuto alle Fosse Ardeatine. Stava facendo fare il giro dell’orrore di quelle stanze a una scolaresca. Mi sono chiesta quanta forza occorra per ritornare in posti nei quali si è sofferto al punto da desiderare la morte. E invece lui a un certo punto, quasi incredulo e con un senso di pena ma non per sé, si ferma, li guarda e dice:

“Mi sono sempre chiesto che razza di persona possa essere uno che ne ammazza 335 considerandole solo crocette da spuntare su una lista”

Di quella lista faceva parte anche don Pietro Pappagallo, che a via Tasso fu portato e imprigionato per aver dato aiuto a ebrei, perseguitati e partigiani nascondendoli in casa sua, a via Urbana 2. Altre vite murate, ma per essere messe in salvo. Don Pietro fu tradito proprio da uno di quelli a cui aveva dato rifugio. E’ stato ucciso, unico prete cattolico, anche lui alle Fosse Ardeatine, il 24 marzo del 1944.

Don Pietro Pappagallo è rivissuto con Aldo Fabrizi nel “don Pietro” di Roma città aperta di Roberto Rossellini

e con il Flavio Insinna de “La buona battaglia”.

C’è una scena che di lui mi ha sempre colpita. Quella raccontata da un testimone dell’eccidio delle Fosse Ardeatine:

all’ingresso delle cave dalla lunga fila in attesa della fucilazione si alza un grido, da uno che ha visto la sua veste nera: “Padre, benedìteci!”. Racconterà un superstite che “don Pietro, che era un uomo robusto e vigoroso, si liberò dai lacci che gli stringevano i polsi, alzò le braccia al cielo e pregò ad alta voce, impartendo a tutti l’assoluzione”. (Robert Katz, Morte a Roma. Il massacro delle Fosse Ardeatine, Roma 1968, p. 152).

Ecco, l’immagine di questo prete indomito fino alla fine, mi ha fatto ancora sentire – a distanza di 76 anni- un tuffo al cuore. Un uomo che sta lì a ricordarci che se non possiamo decidere come entrare in scena, a volte possiamo scegliere come uscire. Così. Con le braccia aperte. Anche avendo le manette ai polsi.

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