L’ufficiale, la spia e il prezzo del coraggio


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E’ alla fine della proiezione, mentre ci alziamo per andarcene, che in fondo alla sala dell’Eliseo Luca Barbareschi la prende sotto braccio e dice: “Emmanuelle ici”. Lei è Emmanuelle Seigner, sempre splendida anche se “segnata”. Segnata soprattutto dal fatto di essere attrice-moglie del regista, Roman Polanski, accusato di violenza sessuale, in Francia (che l’ex attrice e fotografa Valentine Monnier sostiene di aver subito dal regista nel 1975.

“L’ufficiale e la spia”, la ricostruzione di una delle più drammatiche fakenews della storia, quella del “caso Dreyfus”, duole dirlo ma è un bel film. Duole perché è impossibile non tener conto dell’impatto emotivo che le vicende del suo regista hanno su chi guarda, dunque anche sulla sottoscritta.

E ancora di più, quindi, colpiscono le parole della dolente Seigner: “Il film di Roman è importante e cerca di dimostrare che chi è accusato non è automaticamente colpevole”. E ancora “Affronta temi attuali come l’antisemitismo, il razzismo, l’odio per l’altro, il rapporto con la verità. Si parla di fatti attuali perché malgrado il progresso scientifico e tecnico gli uomini continuano a essere stupidi e cattivi”.

Il caso Dreyfus, dunque, uno dei più clamorosi errori giudiziari della storia. Il film si apre nel cortile dell’École Militaire di Parigi, dove Georges Picquart, un ufficiale dell’esercito francese, presenzia all’umiliante degradazione di Alfred Dreyfus, un capitano ebreo, accusato di essere stato un informatore dei nemici tedeschi.

Disonore, esilio, condanna e confino nella Guyana francese. La vita si accanisce contro Dreyfus. Ma. Ma sarà proprio Picquart, che per sua ammissione gli ebrei non li ama, una volta nominato responsabile della stessa unità del controspionaggio militare che aveva montato le accuse contro Dreyfus, a vendicarlo e a restituirgli l’onore.

E siccome nella vita niente è gratis anche Picquart verrà perseguitato, arrestato, vessato. Lui non si ferma davanti a niente. La legge morale dentro di me, il cielo antisemita sopra. Non si ferma “perché tu hai ragione”. Già, eccola l’incarnazione di quel “Non sono d’accordo con quello che dici ma darei la mia vita per consentirti di dirlo” che no, non scrisse Voltaire ma Evelyn Beatrice Hall (già che ci siamo diamo anche a lei il giusto riscatto). Voltaire no, quindi, ma Wittgenstein mi è tornato in mente:

“Si potrebbe fissare un prezzo per i pensieri. Alcuni costano molto altri meno. E con che cosa si pagano i pensieri? Credo con il coraggio”.

Il coraggio di Picquart, di Dreyfus, di Emile Zola che alla fine pubblica quel J’accuse che farà nascere, oltre alla riscossa, anche la figura dell’intellettuale.

Il film è una minuziosa, in tutti i sensi, ricostruzione di bigliettini e carteggi. Il detective della minuzia. La storia universale che prende un verso o un altro a seconda dei piccoli frammenti di carta falsificati messi o espunti da una cartellina. Perché la vita, la storia e l’amore, alla fine si misurano -e si salvano- non con gli epici gesti una tantum ma con la quotidiana cura messa nei dettagli.

Sei anni di lavorazione, 132 minuti di durata, prodotto da Luca Barbareschi e Rai Cinema, esce giovedì prossimo nelle sale. Io non so se Polanski sia colpevole di ciò di cui è accusato. So che questo film colpisce al cuore. E a un film non chiedo altro.

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