Quello che rimane


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Immaginatelo solo per un attimo: avete 13 anni, siete una ragazzina felice come l’incoscienza ci fa ancora essere a quell’età. Poi improvvisamente un giorno vi sfondano la porta di casa, vi urlano di radunare poche cose e vi portano via. Poi vi tatuano un numero sul braccio, poi vi strappano dai vostri genitori e da tutti i vostri cari, poi vi affamano, poi vi affreddano, poi poi poi. Lei, numero di matricola 75190 tatuata sul braccio, deportata a 13 anni da Milano ad Auschwitz e Birkenau il 30 gennaio 1944 con il padre, che non rivide mai più, qualche mese prima dei nonni, anche loro uccisi all’arrivo.

Io l’ho vista la scorsa estate, lei, a Fano, sul palco di Passaggi Festival, intervistata da Bianca Berlinguer. La piazza era stracolma. E muta.  A un certo punto ha lievemente rallentato il ritmo del discorso, ha fatto una breve pausa e ha detto: non sono mai tornati per la colpa di essere nati. La colpa di essere nati. Cinque parole nelle quali Liliana Segre in un attimo ha asciugato chilometri di inchiostro e ore di prolusioni su Olocausto e nuovi razzismi e l’ha messa così, asciutta e senza fronzoli.

Si alza da quella nuvola di capelli candidi e da una calma apparentemente imperturbabile la forza di questa donna che nessun male ha piegato. La voce per raccontare l’indicibile è difficile trovarla, aggiunge, ma a un certo punto per me è diventato impossibile continuare a tacere. La voce l’ha trovata solo dal 1990: perché anche quando il male è apparentemente passato ed è arrivata la Liberazione e sono arrivati gli affetti, l’amore, il marito, i figli e la vita le si è riaperta in ogni forma, ha continuato a pagare il pedaggio a quell’oscurità. Che è arrivata sotto forma di esaurimento nervoso e di altro ancora. Ed è lì che a un certo punto ha capito che doveva trovare la voce. La voce per raccontare l’indicibile.

Ora immaginate per un attimo, solo per un attimo, che oggi a 89 anni, siete sopravvissuti a tutto questo ma improvvisamente torme di minus habens riversino su di voi tramite una tastiera ingiurie, offese, volgarità. Se ne stanno lì, nascosti da uno schermo, a cercare in questo modo un senso alla propria irrilevanza. Poi ce ne sono altri, che però sono vostri colleghi e siedono in Parlamento di fronte a voi ma a rappresentare noi, che il giorno in cui si approva una mozione contro odio, razzismo e antisemitismo non la votano e, mentre gli altri si alzano per rendervi omaggio, restano seduti e non applaudono.

Ora, per un attimo e solo per un attimo, ditemi voi: ma dopo tutto quello a cui siete scampati, dopo aver sofferto l’inimmaginabile, ma davvero qualcuno pensa che possano destabilizzarvi cose del genere? E cosa rimane, alla fine? Una vostra alzata di sopracciglio, pietosa e compassionevole verso questi poverini, prima.

E il loro restare dei miserabili, dopo. E per sempre.

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