La freccia sul cuore



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“Ora mi odi ma stasera mi ringrazierai”. E’ così che Roberta alle 8 di domenica mattina ha sintetizzato l’impresa che ci si stava parando innanzi: Frecciarossa di andata-ritorno toccata-effuga Roma-Firenze per andare a vedere la mostra di Marina Abramovic, la madre della performance art, a Palazzo Strozzi

Firenze, lo dico per la cronaca, sabato sera stava a -6. MENO SEI. A Roma piovigginava e nebbiava. Maddicoio ma che v’ha fatto di male il piumone sotto al quale barricarsi la domenica? E sì certo che ardevo dal desiderio di vedere “The Cleaner”, la personale allestita nell’incanto di palazzo Strozzi, ci avevo spedito anche la giovane older e torme di amiche. Ma ormai avevo rinunciato, non avendo trovato in quattro mesi il modo di andare. Un tentativo l’avevo fatto planandoci a ottobre ma sbirciando il quarto d’ora di fila mi ero detta che No, mo proprio no. Ed è così che domenica ne abbiamo fatta più di un’ora, di fila.

Controversa, coraggiosa, provocatrice, disturbante, anche. Si inizia con Ponderabilia: due performer completamente nudi l’uno di fronte all’altro presidiano gli stipiti di una porta stretta. Si può decidere se passare lì in mezzo o girare al largo. Laqquippresente mollava cappotto e borsa a Rob e attraversava quel passaggio, scoprendo che così facendo in qualche modo ci si mette a nudo più dei due artisti che sfiori passando (e no, non posso mettervi la foto che sennò Zuckercoso rimuove il post, così come ha già fatto Instagram. Poi dice il senso dei socialcosi per la realtà). In ogni caso quando Marina e il compagno Ulay la misero in scena nel 1977 rischiarono di essere arrestati.

Ma delle ondate di emozione che potrebbero investirvi attraversando le sale e la sua arte e la sua follia, c’è un’immagine più di tutte che proprio non mi esce dalla testa. Ed è questa:

Si chiama Rest Energy.

“Io reggevo un grosso arco e Ulay ne tendeva la corda, reggendo tra le dita la base di una freccia puntata contro il mio petto (…) con il rischio che se Ulay avesse mollato la presa avrei potuto trovarmi con il cuore trafitto. (…) La performance durava quattro minuti e venti secondi, che sembravano un’eternità. La tensione era insopportabile”.

E’ così che lo spiega lei. Un arco teso con una freccia puntata sul cuore dell’altro. E microfoni sui loro cuori ad amplificarne il battito. L’ansia, la paura, il timore. “Era la rappresentazione più estrema possibile della fiducia”, dice ancora lei.

Un arco teso fra noi e una freccia appuntita puntata verso il cuore dell’altro.

Non è forse questo che facciamo -e rischiamo- ogni volta che stabiliamo un legame? Non è questo che facciamo ogni volta che ci accostiamo alla vita e al cuore di un altro? E non è questa l’ansia, quasi dolorosa anche quando è travestita da gioia, che proviamo quando amiamo? Quello stato di continua sospensione. Quella sensazione di non essere più padroni a casa nostra ma di esserci consegnati anche nelle mani di un altro? Maneggiamoci con cura, verrebbe da reciprocamente avvertirci.

Non saprei trovare un modo migliore per spiegarlo. E infatti l’ha spiegato, facendocelo vedere e ascoltare, con quel battito del cuore amplificato, lei. E’ per questo che esiste l’arte.

E sì, per la cronaca, alla fine della giornata non ho potuto far altro che esserle grata. A Marina. E pure a Rob che mi ci ha trascinata. Anche perché a Firenze era uscito un sole che lèvati.

Per la mostra c’è tempo fino a domenica. Per chiederci scusa quando per distrazione, per superficialità, per trascuratezza, quell’arco ci sfugge e la freccia parte un po’ di più. Ma non aspettiamo troppo.

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