Yad Vashem, la Cappella Sistina della memoria



Categoria: Andare   |    No Comments   |   

E’ la sera del 9 novembre e sono passate da poco le 22 quando un discorso di Joseph Goebbels dà il via alla più violenta ondata di saccheggi, devastazioni e distruzioni contro gli ebrei. E’ il 1938. E’ la notte dei cristalli. Quella in cui migliaia di vetrine di negozi ebraici furono infrante a colpi di bastoni, circa 1.400 sinagoghe e case di preghiera ebraiche incendiate o vandalizzate e trentamila ebrei tirati giù dai letti nel cuore della notte, mentre altri buttavano dalle finestre i loro mobili, per poi trasferirli nei campi di Dachau e Buchenwald. “Una catastrofe prima della catastrofe” la chiamò lo storico Dan Diner.

Lo scempio finì trasformando le piazze delle città in enormi bracieri nei quali furono dati alle fiamme Bibbie, libri di preghiera e migliaia di volumi non graditi ai nazisti. La profezia di Heinrich Heine andava incontro alla sua tragica realizzazione: “Ricordatevi che prima si bruciano i libri e poi si bruciano gli uomini”.

Il resto, purtroppo, lo conosciamo. Ma per quanto lo si possa leggere, ritrovare nelle foto, rintracciare nelle cronache e nei documenti, è niente rispetto al pugno allo stomaco che ti prende quando entri lì. Che di questo viaggio in Israele una sola cosa avevo chiesto ai miei cinque compagni di viaggio: andare insieme allo Yad Vashem di Gerusalemme. Che da sola non ce l’avrei fatta mai. Che sì, il muro del pianto. Ma certi conti in sospeso restano soprattutto su quello della memoria.

E quindi, mentre un tramonto rosso fuoco incendiava il cielo di Gerusalemme, siamo entrati nel grigio perenne freddo di quel Tempio.

Ora chiudete gli occhi ed entrate in un mondo senza odori, senza rumori, neanche quello dei propri passi. Sospesi in un lungo tunnel di cemento grigio, altissimo eppure così opprimente. Sospesi come il fiato che vi manca e come quel vagone di treno che troneggia in una delle sale. Sospesi e attoniti. Con l’orologio della storia e il cuore fermi anche se i piedi vanno avanti in quello slalom infinito tra documenti, flebili voci di superstiti, foto che riportano in vita per l’ultima volta chi non tornerà più da quei campi, da quei treni.

La memoria. Che dolore è perderla e che altro dolore è conservarla. E farlo insieme, con persone che mi sono così care accanto, è stata la salvezza ma a un certo punto è diventato troppo ugualmente. E il passo ha iniziato ad accelerare. Perché c’è un limite anche alla capacità di trattenere il dolore. E si ha voglia di scapparne via.

Yad Vashem, la Cappella Sistina della memoria.

Yad Vashem, che significa monumento e nome. Che senza nome niente e nessuno esiste.

Yad Vashem per ricordare i sei milioni di morti e i Giusti che cercarono di salvarne qualcuno.
Che da soli non ci si salva mai. Come anche questo viaggio mi ha insegnato.
E chi salva una vita salva il mondo intero. Se solo lo ricordassimo ancora.

Andarci oggi, ottant’anni dopo, avrebbe dovuto rafforzarmi nel sentimento di Mai più. E invece mai come questa volta ho avuto la netta sensazione che lo stiamo già dimenticando. Perché la memoria ha un solo difetto: se non si tramanda, può scomparire in un attimo.

Lascia una Risposta

Copyleft SuperCaliFragili | Design by Riversman Entries RSS Comments RSS