Jane Cooke Wright, la madre della chemioterapia



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Jane Cooke Wright. Ricordiamolo questo nome. Perché è grazie lei, chirurga e oncologa afroamericana, che oggi si possono curare  con efficacia alcune neoplasie maligne e a lei dobbiamo alcuni risultati in chemioterapia attraverso la sperimentazione dei farmaci su tessuti umani.

Ma la sua è una storia fatta di grandi rivoluzioni non solo scientifiche.

Il nonno paterno, Ceah Wright, era stato uno schiavo, ma non solo riuscì a ottenere la libertà, riuscì anche a studiare al Meharry Medical College di Nashville, in Tennessee, la prima scuola medica per afroamericani degli Stati Uniti meridionali.

Suo padre, invece, Louis Wright, in un’epoca di insormontabili pregiudizi e discriminazione razziale, riuscì a diventare un chirurgo di fama  nonché primo afroamericano a lavorare come medico in un ospedale non riservato ai soli pazienti neri.

Jane Cooke Wright, nata nel 1919, bambina particolarmente portata per la matematica e le scienze ma anche per l’arte e lo sport. Così decide di seguire tutte le sue passioni. La prima laurea sarà in campo artistico ma poi ne prenderà un’altra in medicina.

Nel 1949 inizia a studiare l’efficacia dei farmaci chemioterapici in anni nei quali la via principale per affrontare il cancro era solo quella chirurgica. Lei e suo padre iniziano a condurre test non solo su animali da laboratorio, ma per la prima volta anche su campioni di tessuto. Arrivano progressi e risultati.

Nel 1967 sarà direttrice associata del New York Medical College, di cui dirigerà anche il dipartimento di chemioterapia: nessuna persona di colore, prima di lei, aveva ricoperto un incarico così elevato in una scuola medica americana.

Quaranta anni di carriera, oltre cento articoli scientifici, incalcolabili premi. Ma la grandezza di Jane Cooke Wright è stata prima di tutto umana:

“So di far parte di due gruppi minoritari, ma non penso a me stessa in questo modo. Certo, per una donna è tutto due volte più difficile. Ma il pregiudizio razziale? Ne ho incontrato molto poco. O forse l’ho incontrato, ma non ero abbastanza intelligente per riconoscerlo”.

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