Simone Weil, che rinunciò all’amore ma non ad amare



Categoria: donne toste   |    1 Comment »   |   

I primi cinque minuti durante i quali lui mi offriva la suggestione di un post su di lei, li abbiamo passati a parlare di due persone diverse che si chiamano più o meno nello stesso modo. Perché l’essere figura impetuosa ma a lento rilascio deve essere evidentemente il suo karma. Di lei, Simone Weil. L‘altra: la filosofa, mistica, pensatrice. Che continuavo a confondere con Simone Veil, signora di Francia e d’Europa. Chiarito l’equivoco si è però spalancato il mondo. Talmente spalancato che mi è difficile richiudere le finestre e trattenerne e riassumerne un po’ anche perché lei pare essere come l’aria: più cerchi di afferrarla più ti scappa.

Quella, dunque. Quella Simone Weil insegnante di filosofia che comprava i libri agli studenti più poveri, che teneva corsi serali gratuiti per gli operai e che però non esitò un attimo a mollare l’insegnamento della filosofia per andare a lavorare come fresatrice alla Renault, già che non si può certo dire di occuparsi della condizione degli operai se non se ne sperimenta sulla propria pelle il peso. Quella Simone Weil che andò a manifestare ovunque sentisse che bisognava portare il proprio corpo a farlo e lo portò davvero ovunque: contro la guerra, contro l’oppressione, contro il nazismo, a favore della guerra civile spagnola arruolandosi nella colonna anarchica Buenaventura Durruti e fu operaia in fabbrica e contadina nelle Ardeche, dormendo per terra e nutrendosi di frutta selvatica dopo aver regalato ai poveri le sue tessere annonarie.

Trasportare il corpo ovunque e contemporaneamente, un po’, rinnegarlo: vestì sempre di nero, capelli sempre scarmigliati, pesanti occhiali tondi, si truccò solo una volta in vita sua, prima di sostenere il colloquio di assunzione alla Renault di Billancourt. Come volesse dimenticare, e farci dimenticare, di essere una donna. Donna che fu perseguitata tutta la vita dai nazisti e dai dolori: mal di testa perenni e malattie a ripetizione.

Nei “Quaderni” a un certo punto la spiega ironicamente così: una donna bella rischia di identificarsi solo con la sua immagine riflessa allo specchio mentre una donna brutta non corre questo rischio. Ma non odia affatto la bellezza: è che pensa che la bellezza sia essenzialità. E lo fa in un tempo in cui trionfa l’eccesso. “Il popolo ha bisogno di poesia come di pane”. Quindi di bellezza.

Quella Simone Weil dotata di “un coraggio estremo attirato dall’impossibile” (per dirla con Georges Bataille) e che rinunciò all’amore ma non ad amare. E no, una relazione sentimentale pare non la volle mai. Ma sì, consentiamocelo su un blog sentimentale, ci consegna lo stesso una perla di rara saggezza:

“Bisogna essere in un deserto. Perché colui che dobbiamo amare è assente”.

Quella Simone Weil nata in una famiglia ebraica ma che spazia ovunque e a un certo punto lancia l’idea della “decreazione”: l’atto creativo di Dio interpretato come una limitazione della sua divinità. Rinchiuderlo in un atto, per quanto supremo, lo limita.

Quella i cui unici fari furono la verità e l’attenzione:
“Il bisogno di verità è il più sacro di tutti. Eppure non se ne parla mai. La lettura fa spavento, quando ci si sia resi conto della quantità e dell’enormità di menzogne materiali, diffuse senza vergogna anche nei libri degli autori più amati. E così leggiamo come se si bevesse acqua di un pozzo sospetto”. Profetica.

E l’attenzione. Verso lo studio (paragonabile a una forma di preghiera) e verso l’altro, immedesimandosi in lui per capire di cosa davvero abbia bisogno.

Dunque «l’adempimento di un diritto non proviene da chi lo possiede, bensì dagli altri uomini che si riconoscono nei suoi confronti obbligati a qualcosa», altrimenti lo si otterrà solo a condizione di avere la forza per sostenerlo.

Quanto è illuminante e doloroso scriverne mentre scorrono le immagini di tutti i diritti calpestati per terra per cielo e per mare.

Inclassificabile, indomabile, scomoda. In soli 34 anni. Che a quell’età calò il sipario sulla sua vita, con una tubercolosi. Il 17 agosto 1943 fu portata in ospedale in condizioni che portarono il medico a scrivere “troppo grave per essere esaminata come si deve”.

E lei, che per tutta la vita non si era mai appoggiata alla bellezza, pare abbia detto, entrando nella sua ultima stanza d’ospedale il 24 agosto 1943, “sì, bella per morirci”.

Una Risposta to “Simone Weil, che rinunciò all’amore ma non ad amare”

  1. gino rago Dice:

    Gino Rago
    omaggio poetico a due anime simili ma di epoche storico-geografiche diverse
    Simone Weil e Filomena Rago

    Testamento
    [Vi lascio parole senza suono]

    Vi lascio le schegge. Vi lascio il sole.
    Vi lascio la grandine, la pioggia, il vento.
    Vi lascio i cascami delle fonderie,
    Le scorie radioattive,
    La ricchezza del mondo in poche mani,
    Le macromolecole di veleni.
    Vi lascio le vernici, la plastica, i trucioli
    E il grafene.
    Vi lascio parole senza suono,
    I sentieri del dolore,
    Le vie della mano sinistra,
    Il catrame, le maschere, le colle,
    L’alluminio in lamine per le scodelle dei cani,
    Le limature, la calce viva, le polveri sottili.
    Vi lascio il sorriso del prigioniero.
    L’ansia d’azzurro di madri nel nero.
    Vi lascio.
    Vi lascio le stelle che brilleranno
    E le schegge di quest’uomo nel fango.
    Vi lascio il fango.
    Vi lascio i versi del poeta, il suo gesto nel vuoto,
    I suoi frammenti sparpagliati nei libri.
    Vi lascio i libri
    Per essere più liberi.
    Gino Rago
    Laboratorio delle Idee, Fondazione S. Maria delle Armi, Carchiara di Calabria
    23 Aprile 2018

    gino rago

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