L’ora più felice


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Un giorno ho letto -nonmiricordodove- che uno studio -che non trovo più- di una Università -di nonmiricordodove- affermava che l’ora più felice della settimana erano le 18,30 del venerdì.

Per tanti anni le 18,30 del venerdì sono state per me l’orario di un treno. Un treno dal quale scendeva Qualcuno, o un treno che io prendevo per andare a raggiungere Qualcuno.

Dello studio ho letto però quando Qualcuno aveva smesso di scendere. E dunque le 18,30 del venerdì mi erano diventate l’ora più malinconica della settimana. Che l’amore spesso è soprattutto questo: un bel rito. E quelle sono le cose che ci mancano di più all’inizio: i piccoli e grandi riti che costruiamo insieme.

Lo diceva anche Il Piccolo Principe, che ci vogliono i riti

“Se tu vieni, per esempio, tutti i pomeriggi, alle quattro, dalle tre io comincerò ad essere felice. Col passare dell’ora aumenterà la mia felicità. Quando saranno le quattro, incomincerò ad agitarmi e ad inquietarmi; scoprirò il prezzo della felicità! Ma se tu vieni non si sa quando, io non saprò mai a che ora prepararmi il cuore… Ci vogliono i riti”.

Senonché io questo bel rito del treno non ce l’avevo più. E però questa cosa delle 18,30 del venerdì mi si era ficcata in testa e ogni venerdì a quell’ora me ne ricordavo moltomolto malinconicamente.

Poi, un giorno, alle 18,30 di un venerdì senza treno ho preso una decisione: avrei provato a far sì che l’ora più felice della settimana non fosse più appaltata ad altri. Mi sarei presa cura io direttamente di quell’ora.

E così ho prenotato un treno di venerdì che mi portasse nella felicità alle 18,30. E sono andata da Franca con Lorenza. La prima mia ora più felice della settimana ero con i piedi a bagno nel mare al tramonto in Friuli Venezia Giulia, con uno Spritz in corpo fatto a mestiere. E sì, era quanto di più felice potessi immaginare.

La settimana dopo non potendo prendere treni ho preso le scale: le scale che da Via della Dataria salgono al Quirinale. E al termine dell’impettata mi sono affacciata, ansimante ma felice, dalla terrazza più bella del mondo.

Da allora mi è poi capitato anche di:
farmi consolare da Schopenhauer a gennaio
comprarmi un gelato al cioccolato a febbraio
regalarmi una mini Sacher a marzo
piantare dei semi difficilissimi ad aprile

Ho scoperto che sono in grado di rendermi felice. E che qualsiasi sconforto può essere interrotto per un po’ alle 18,30 del venerdì.
E sì, credo di poter dire che non so se esista veramente quello studio  ma che, in ogniccaso, la felicità non è un sentimento. E’, spesso, una decisione.

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