La solitarietà


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Ci sono parole che fanno paura solo a sentirle pronunciare. Ce ne sono poi altre che si incaricano di spaurirle.

Una di queste parole del primo caso, per me, è sempre stata “solitudine” (molto in circolo da ieri in concomitanza con un istituendo ministerio inglese). Forse troppe pippe scolastiche sull’uomo “animale sociale” o forse troppi spauracchi culturali soprattutto se a “sola” ci aggiungi “donna”. Donna e sola fa -ancora- sfigata. Faceva. Forse un po’ fa ancora. Femminazza sola suona solo a pochi come possibile scelta: suona, ancora, come condanna di risulta di decisioni prese, di norma, da un masculo.

Fatto sta che solitudine -nella mia testolina- era storicamente abbinata a singletudine come se lo stato civile potesse direttamente influenzare lo stato senti-mentale. E allo stesso tempo mai mi era venuto in mente di associarla, chessò, a indipendenza. Anche per me, quindi, la solitudine dipendeva dalle scelte di altri, non dalle proprie. Stato di risulta, diciamo.

Alla fine, dopo una serie di tentativi malriusciti di ogni genere, sperimentato che sentirsi soli in due è molto più doloroso che esser soli da soli, timidamente mi avviavo invece all’effervescente e sia pur tardiva scoperta della stessa. Indipendenza. Che le tre guerre in confronto fecero meno danni. Ma insomma pare che ogni tanto pure essa faccia capolino vittoriosa.

Senonché un giorno, tempo fa,  leggendo un Gianni Mura che ricordava Mariangela Melato, dunque nel pieno di un abbinamento di Titani, ha fatto capolino in quel magistrale pezzo una parola che ha d’improvviso illuminato a ritroso anni e anni di sfigata ricerca: solitarietà (“conio di Aldo Busi”, scrive Mura). Quella parolina in grado, come si diceva all’inizio, di spaurirne un’altra.

«Sono cresciuta con l’idea dell’indipendenza. Non sento la mancanza di un marito o di un figlio. Non sopporto le donne che elencano i loro amori sbagliati, è come darsi dell’imbecille. Io sono selettiva, non ho mai perso tempo o spartito la vita con un cretino». Mariangela Melato (da qui).

Io vivo sola ma non sono sola. Sono, semmai, selettiva. Sto diventando, semmai, adepta della solitarietà che si porta dentro anche quell’altra magistrale parola che è solidarietà. Perché mai come da quando vivo sola io sono circondata di amore e di solidarietà. E di tutti gli sforzi fatti per definire la solitudine ce n’è uno che mirabilmente secondo me riesce a farlo e lo dobbiamo a un illuminato del nostro tempo, Enzo Bianchi:

“La solitudine è sofferenza maledetta non quando si è soli
ma quando si ha il sentimento di contar niente per nessuno”.

La sera quando rientro a casa, è vero, non c’è fisicamente nessuno ad aspettarmi. Ma mai come da quando vivo sola io invece ho avuto il sentimento e le prove di contare tanto per tanti. Anche se non stanno in casa ad aspettarmi. Perché solitarietà è il bastarsi. E’ il non dipendere. Non è il rifiuto -o l’assenza- degli altri.

Vabbè quindi Meripo’ tutto sto pippone per dire cosa? Per dire che le parole sono importanti. E che nel caso della “solitudine” la lingua italiana, rispetto a quella inglese, per una volta soccombe perché gli inglesi hanno “solitude” per esprimere la scelta di essere soli e dunque identificare la persona solitaria che sta bene con se stessa, e hanno “loneliness” per esprimere una solitudine sofferta e non scelta.

Noi no. E quindi non sarebbe una cattiva idea distinguere. E dare dignità e spazio, oltre alla solitudine, alla solitarietà. Anche e soprattutto nella propria vita.

Viet Hat

Viet hat (Vietnam del nord, gennaio 2017, con cappello Pop)

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