Riconoscersi


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Anche Giulio, fotografo, un giorno decide di andare al Festival delle aquile in Mongolia. Tradizione millenaria, la caccia con le aquile, che i kazaki si portano nel Dna insieme a quelle guance rosse di freddo. Si usano aquile quasi sempre femmine perché pesano più dei maschi e sono più aggressive. “La stagione della caccia è l’inverno, quando la distesa di neve impedisce a volpi e lupi di nascondersi. Così, quando i primi fiocchi iniziano a cadere, i burkitshi lasciano le loro case e si dirigono a cavallo verso le montagne, tenendo sul braccio le loro aquile, che possono raggiungere fino agli otto chili” ha raccontato Palani Mohan, un fotografo australiano in un’intervista all’Abc.

Insomma anche Giulio si decide e va. Parte in gruppo con altri e arrivano prima sugli Altai e da lì a Sayat Tube, la collina del cacciatore.

I cacciatori sono lì nella piana, ciascuno col proprio guanto di feltro fino al gomito, unica difesa contro quegli artigli che possono trasformarsi in una micidiale arma. Le aquile della caccia possono arrivare a pesare circa 15 kg, alte fino a  70 cm e con un’apertura alare di oltre 2 m. Una montagna nella montagna. Il Festival inizia. Giulio imbraccia la sua, di arma, la macchina fotografica. E con lui tutti gli altri. Il freddo li attanaglia ma lo spettacolo ancora di più.

Festival aquile

Dopo qualche ora, concluso tutto, cacciatori e aquile se ne vanno e anche i nostri fotografi son lì a rifare borse e zaini.

Ed è allora, quando l’adrenalina è scesa e stai sognando solo di scendere pure tu per rientrare in una gher a scaldarti che Giulio si alza in piedi per andarsene e, in picchiata, la vede arrivargli addosso. E’ un attimo. La vita che ti scorre davanti, una botta indicibile sulla spalla che quasi ti butta a terra e quegli artigli addosso. Lei gli si piazza lì, sulla spalla. Ferma e immobile. Dopo avergli sbragato mezza giacca tecnica ma senza ferirlo. Io non so come abbia fatto a non restarci secco dalla paura prima e dall’emozione poi. E mi sa che non lo sa manco lui. Dopo qualche minuto così come era arrivata lei spicca di nuovo il volo e se ne va.

Neanche ve lo dico, che succede in quel gruppetto attonito sul cucuzzolo degli Altai. E Giulio lo sa: sa che è quel minuto quello che da oggi lo accompagnerà per tutta la vita. Non le ore dell’attesa sulla collina, non quelle foto splendide, non il viaggio: resterà solo quel minuto.

Si rimettono in cammino, per tornare in Italia. Dopo due giorni sono fermi in un altro villaggio, gher, montagne, le jeep. Sono lì a chiacchierare quando in cielo appare un’ombra. Un’ombra con un’apertura alare di due metri. Lo sapete, sì, chi è. Lei gli torna addosso. Sullo sbrago di sta povera giacca che, come Giulio, è ormai sopraffatta.

Questa storia a me l’ha raccontato l’accompagnatrice di Giulio che, a ripensarci ancora oggi dopo anni, se la sente di nuovo aprirle le ali sulla testa.

Riconoscere. Riconoscersi. Trovarsi. E sapersi ritrovare. A dispetto del tempo e dello spazio. Credo si chiami amore.

Aquila Mongolia

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