Del perché dove non riesce manco il Prozac riesce da 39 anni il gloriagaynorismo



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E così ci siamo ritrovate tutte e quattro -insieme a qualche altro migliaio- nel catino del Centrale del Foro Italico di Roma, laddove internazionali fustacchioni prendono a racchettate una palla e invece ieri, dopo che nel frattempo la vita ha preso un po’ a pallettate noi, si stava lì sotto un cielo stellato ad aspettare di incontrare la Gloria, Gaynor, e anche qualche parte di noi rimasta impigliata nel passato.

I will survive, non so come dirvelo, ha 39 anni. Trentanove anni di ininterrotta carriera da colonna sonora ufficiale dei momenti di riscossa della vita. Che anche questo prima o poi andrebbe fatto: compulsare un “Del perché dove non riesce manco il Prozac riesce da 39 anni il gloriagaynorismo”: di quante ne abbiamo viste destarsi già all’approssimarsi dell’arpeggio e poi, all’innesco della prima strofa, direttamente rialzarsi.

E dunque ieri sera più che al centrale del tennis è come se fossimo tutti un po’ entrati nella Delorean del Doc di Ritorno al futuro, con qualche aggravio sull’anima e sulle maniglie dell’amore guadagnati negli ultimi 39 anni.

Lei si è fatta precedere da tal Gerardo Di Lella che francamente non so proprio chi sia ma che ci ha comunque scaldati finché, sotto un cielo stellato e una falce di luna, alla fine la vera luce è entrata con lei. Perché la notizia, signoremie e signorimieri, è che tutto passa ma lei invece NO. Gloria c’è. Più bella e calda di prima. E non è che sia tornata: non se ne è proprio mai andata.

Perché, abbassatesi le luci e pure la caciara, dal buio è esplosa solo la luce e la profondità di quell’

I am what I am.

E sì vorrei dirvi del fatto che ci si è alzati tutti in piedi essendo impossibile rimaner fermi.

E dirvi anche di quando subito dopo ha continuato a raccontare la storia della nostra vita per capitoli con Killing me softly. E lì, aggravati dalla vita e da qualche stronzo-a di troppo, ci si è sentiti abbracciati almeno da una cosa che non è cambiata mai e ci ha accolti sempre nel momento del casino: la voce. La sua.

E di quante e quanti, finalmente arrivando l’arpeggio pianofortista più famoso del globo, hanno squarciagolato l’Inno Nazionale che è I will survive e al termine, dimenandosi compatibilmente col fatto che si è comunque nel frattempo fatta nacerta, hanno fatto diventare quell’

And so your back il segnale russelcrowiano della riscossa. Per non dire dell’

“It took all the strength I had not to fall apart” che si erge a vendicare finalmente i nostri ovunque sparsi broken heart. Di solito sparsi -va detto- nel tinello, nel quale magicamente ci dimeniamo al suon della rinascita.

Ed è stato così che, guardando le mie contigue amiche e guardando pure il bilancio del cuorinfranto mio, mi è sembrato che fosse giunta l’ora per irrimandabilmente segnalare Gloria Gaynor all’Unesco. E anche all’Unisco. Che come ci uniscono le sfighe d’amore prima e Gloria dopo, nessuno mai.

Gloria Gaynor

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