Mileva Maric, la relatività del bene


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Storie calme di donne inquiete/18

“Ho bisogno di mia moglie. lei risolve tutti i miei problemi matematici”. Signori, Albert Einstein. Perché, in effetti, tutto è relativo. E no, non ero pronta neanche io a saperlo un po’ pippa in matematica. Ecco dunque Mileva Maric, la spiccia cervello di Einstein nonché moglie ma soprattutto scienziata e probabilmente convitata di pietra della relatività.

Scienziata e Fisica serba, nata a Titel nel 1875, unica donna presente al Politecnico di Zurigo quando nel 1896 supera l’esame di ammissione nella sezione VI A del Dipartimento di Matematica e Fisica. Lì a studiare c’è anche Albert. Lui generosamente le presta i suoi appunti di fisica, lei glieli restituisce corretti. Che a guardarla dall’inizio questa storia non ti aspetti che poi il Nobel lo acchiappi lui. Mileva compagna di studi, innamorata, poi moglie ma a prezzo di grandi sofferenze e molti ostacoli, iniziando dall’ostracismo del padre di lui che si oppone al matrimonio del figliolo con una non-ebrea.

In ogni caso nel 1903 convolano. Lei sempre sullo sfondo, sempre un passo indietro, sempre un profilo basso, sempre riservata, per lasciare solo lui sotto al faro della ribalta, della notorietà, del successo. Senza nulla togliere alla genialità, agli studi e alle intuizioni di lui gli è però che tutti i tasselli fondamentali della teoria della relatività, con annessi e connessi, vedranno la luce durante il periodo del matrimonio e del sodalizio scientifico con Mileva, il cui cognome non apparirà mai sui lavori comuni perché, dirà lei, “siamo entrambi una sola pietra” una pietra = ein stein”. E all’inizio questa sembra sempre essere una cosa meravigliosa ma ci vorrebbe un tomo di Amaldi o chissàcchì per capire come si parta sempre uniti e ci si riduca poi in particelle.

Non sappiamo e forse non sapremo mai a quante mani furono scritti gli articoli che nel 1905 Albert Einstein pubblica sugli Annalen der Physik, quelli che gli daranno fama, onori e il via a una straordinaria carriera. Sappiamo che quando lo fa ha 26 anni ed è un impiegato dell’ufficio brevetti di Zurigo. Un geniale impiegato. Che in un sol colpo rottama Galileo e Newton e ribalta la nostra idea dell’Universo.

Senonché strada facendo la vita si fa in salita per entrambi e il mondo sembra rivoltarsi contro, soprattutto a lei: una prima figlioletta partorita di nascosto e forse data in affidamento o forse morta, altri due figli uno dei quali con gravi turbe psichiche, i primi problemi economici, il marito che ormai brilla e viaggia singolo a Berna, Praga, Berlino mentre lei accudisce figli e guai a Zurigo. E sì siamo una pietra sola ma lui strada facendo si appietra parallelamente pure con un’altra, la cugina Elsa. Una sola pietra un par di quanti. Il resto sarà materia di avvocati divorzisti. E proprio in sede di divorzio Mileva ottiene dal marito che i soldi di un eventuale premio Nobel le saranno interamente devoluti. E così sarà e questa, ci è chiaro, è in ogni caso una formidabile freccia all’arco delle Mileviane.

Il 18 luglio 1914 Einstein spedisce a Mileva una lettera accompagnata dalle “condizioni” che le pone per salvare il loro matrimonio. Diciamo che non è una delle sue pagine migliori. Che davvero tutto è relativo e anche la grandezza dei geni poi s’infrange nel tinello. Eccola. Ma saltate oltre se non siete pronti a intaccare un mito:

Mileva, queste sono le mie condizioni:

A. Ti assicurerai che:

1. i miei vestiti e il mio bucato siano sempre tenuti in buon ordine.

2. che riceverò i miei tre pasti regolarmente e nella mia stanza.

3. che la mia stanza e il mio studio siano sempre puliti, e specialmente che il mio tavolo sia riservato al mio esclusivo utilizzo.

B. Rinuncerai a tutte le relazioni personali con me, a meno che non siano strettamente necessarie per ragioni di etichetta e di vita sociale. In particolare ti asterrai:

1. dal sederti accanto a me in casa;

2. dall’uscire o viaggiare con me.

C. Ti atterrai ai seguenti punti per regolare le relazioni personali con me:

1. Non ti aspetterai alcuna intimità da me, e non mi rimprovererai in alcun modo per questa mancanza.

2. Smetterai di parlare, se io ne farò richiesta;

3. Lascerai immediatamente la mia stanza da letto o il mio studio, senza protestare, quando io ne farò richiesta.

Il giorno di San Valentino del 1919 lei gli darà il definitivo benservito con la sentenza di divorzio, al termine di una lunghissima trattativa, complicata anche dai problemi di salute di lei.

Gli ultimi anni di Mileva sono un continuo oscillare tra problemi di salute, economici, burocratici, sempre prendendosi cura del figlio Eduard. Che anche questo forse è giusto dire: fermi restando il valore, il genio e le intuizioni di Albert Einstein, certo è che quel suo potersi dedicare completamente alla scienza fu pagato a caro prezzo anche dai sacrifici della moglie.

Il punto è che l’unica legge fisica che accompagna la vita di Mileva Maric sembra essere la rimozione: proprio nel senso di rimuoverne le sue tracce ovunque, soprattutto dalla sua attività di scienziata. Bisogna arrivare al 1982 -ripeto, 1982- perché Desanka Trbuhovic-Gjuric, sua conterranea e biografa, si metta in testa di fare la Sherlock Holmes della sua vita rubata. Spulcia lettere, documenti, indizi. Rintraccia prove. “Come sarò felice e orgoglioso -scrive Albert a Mileva- quando avremo terminato con successo il nostro lavoro sul moto relativo! Quando osservo le altre persone, apprezzo sempre più le tue qualità!”.

La storia però, si sa, la scrivono non solo i vincitori ma spesso quelli che arrivano prima.

Tempo e spazio non sono assoluti, teorizzò Einstein, si allargano o si stringono a seconda della velocità con cui ci muoviamo. La gratitudine anche, evidentemente.

Mileva Maric

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