Le salite ardite e le ririsalite


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VIET POP 7

Io non lo so questo come fa ma a un certo punto ti porta sempre in un posto che sta solo in salita. Tu sali e dici Beh ora verrà la discesa. Tipo il giorno dell’imbarco a Ben Duc, quello dove solo le donne remano. La barca ci portava -dopo un’ora di remate femmine e uno sventato disastro masculo (l’unico uomo che pilotava una barca, di ferro a motore, stava prendendo in pieno una delle nostre barchette a remi ma prontamente Mister Chi trasformatosi in Supelman, Superman cinese,  con una manata che manco Hulk, ne respingeva la prua, che ancora oggi ci ripensiamo e ci chiediamo come cazzarola ci sia riuscito) verso la Pagoda dei profumi.

Ma tra l’approdo e la Pagoda c’erano circa due ore, stimate per difetto, di impettata tra le rocce. A quel punto Pi rassicurava l’uditorio: “Si può salire con la funivia, poi scenderemo a piedi”. Tu dici Ottimo. Poi scendi dalla funivia e continui a salire a piedi. E salirò salirò che manco Daniele Silvestri a San Remo, Santo Remo di barca proprio.

Finalmente ci appariva una discesa: una discesa di scalini. Tipo duecentocinquanta, per scendere a vedere la caspita di Pagoda che sì, è considerata la più bella del Vietnam, ma dicoio allora vediamola dall’alto, no?

Viet Pagoda profumata

La Pagoda dei profumi (Foto Professor Pi)

No. E però dicosempreio come li trova Pi dei posti in cui si sale solo? Dice ma lui si occupa di fisica quantistica. Infatti: MAQUANTO cazzarola si deve salire prima che sia ora di scendere? Ma gli scalini si scendevano. Sì, ma per ririsalirli.

Viet salite

Più che un itinerario mi appariva una discreta metafora della vita, in cui vai solo in salita e quando finalmente inizia la discesa ti accorgi che è un dirupo.

E’ stato solo davanti all’autoammutinamento coatto del gruppo che iniziava la promessa della discesa: discesa a picco di scaloni di roccia. Dopo il falsopiano si appalesava dunque il falsoscala. Il mio ginocchio iniziava a dare segni di cedimento, quello della pora Monica neanche ve lo dico mentre la Lorena nulla perdeva del suo incedere regale che, per dirla con Pi, “o per risaie o per strapiombi sembra sempre su Via Condotti”. Il poro Vincè risdoganava il tessile vessillo, cingendosi l’italica e sudata testa non già dell’elmo di Scipio ma, come un kamikaze giapponese con l’Hachimaki, di quello dell’Avellino calcio.

E’ giusto il caso di osservare che, in contemporanea, venivamo superati e surclassati, in salita, dai locali che in ciabatte di plastica si incollavano frigoriferi

Viet portatori 2

Portatori verso la Pagoda dei profumi (Foto Professor Pi)

e altre quintalate di materiali

Viet portatori

Daje (Foto Professor Pi)

in vista dei prossimi grandi festeggiamenti di marzo di Huong Pagoda Festival: che tutti i chilometri di gradoni vengono allestiti ai lati con bancarelle e tricche e tracche. Portati fino in cima, su e giù per mesi, a piedi in ciabatte, come fossero sul bagnasciuga di Milano Marittima. Una vita in equilibrio sulle spalle. O sulle biciclette. O sui motorini. Sempre, in ogni caso, precaria. Ma ferma.

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