Galapagos, un apostrofo eroso tra le parole….


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Galapagos 6

Il motivo per cui sto contenendo le lamentele al minimo sindacale è che, alla fine, questo viaggio l’ho scelto io. Chiariamo: Pi m’aveva sottoposto una lista di ipotesi dalle quali aveva già scremato ciò che non gli aggradava (Maldive soft, Seychelles Wow, Polinesia e altre godurie) lasciandomi un Vietnam (in ogni senso) di destinazioni fra le quali Sikkim e Irian Jaya cioè roba che era certo avrei escluso ancor prima di finir di capire come si pronunciassero. In ogni caso appena avevo visto comparire Galapagos, lo capite da voi, mi ci ero tuffata a snorkelling.

Qui dalla regia intanto dovrebbe partire la sigla di Superquark

Grazie.

In ogni caso ciascuno di noi, prima o poi, arriva a un punto della vita nel quale andare a regolare i conti con Darwin. Quel sòla di Darwin, che ci ha illusi con la teoria dell’evoluzione e poi ci ha fregati con la pratica di Giovanardi.

E a questo punto dovrebbe comparire Alberto Angela (l’occasione mi è gradita per ossequiare le #angelers delle quali mi onoro di far parte, Astrid-Antonia e socie ArcheoPop sempresiatelodate).

L’appuntamento con Darwin (e con Alberto Angela) era in sospeso quantomeno dalla Laustralia, ove Paola-Darwin perlappunto mi introdusse alla mirabile scoperta di un tomo di 3.500 pagine tutto d’uccelli ed erbette da avvistamento, delle quali i tre quarti colà viventi erano velenosi, e che compulsivamente interpellava come gli aruspici ogniqualvolta ci imbattevamo in un qualcheccosa vivente.

Espletato l’ennesimo sudoku di bagaglio -Pi aveva avvertito: “portate un piccolo zaino perché alle Galapagos non si portano valigie grandi in quanto le cabine in barca sono molto piccole; il bagaglio principale lo lasceremo nel continente (ma indove?? vabbè) e verrà ripreso al ritorno a Quito (ma come? arivabbè)”, mo’ ditemi voi se una può viaggià così-, dicevo fatto l’ennesimo trasbordo di panni e suppellettili ci si recava all’imbarco di un aereo che ci avrebbe portato all’imbarco di un pulman che ci avrebbe portato all’imbarco di un canotto che ci avrebbe portato all’imbarco di una barca.

Però ve lo dico: già in vista della pista

Galapagos leoni arrivo Irene

Il cielo sopra di noi, Galapagos sotto di noi – Foto Irene Davì

e all’imbarco del canotto, al porticciolino di Baltra, e trovati ad accoglierci Rafael Rubio Cano (il biologo-guida obbligatorio messoci alle calcagna dal Regno di Galapagos) e una leonessa marina spiaggiata sul pontile di fronte a una distesa di Oceano blù, beh io già lì ho avuto quello che chiameremo il Cedimento Emotivo Numero 1.

Sì, sovvecchia, evidentemente. Perché trasbordati con un canotto alla barca e ivi sistemati i bagaglini e ivi ripartiti alla volta di Mosquera, arisbarcavamo a una “prima spiaggia di ambientamento” (tipo i campi di acclimatamento dell’Everest) ove di leonesse marine ce n’erano spiaggiate a decine e decine, coi propri leonini e leonine. Assolutamente indifferenti a noi che gli sbarcavamo praticamente addosso.

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Leonesse marine – Foto professor Pi

Isola loro. Senza altro che loro.

Galapagos leoni1

Primi leoni marini – Foto Professor Pi

Dentro e fuori dall’acqua.

Galapagos leoni 2 Luca

Secondi leoni marini – Foto Luca

E noi lì, dieciseis spettatori attoniti e silenti di un posto nel quale gli animali sono rimasti padroni del proprio territorio. Como en el cielo asì tambien en la tierra. E en el mare. Leoni marini che non si scansano, uccelli che non scappano, pesci che ti nuotano. E beh lì così contornata io ho avuto pure il Cedimento Emotivo Numero 2.

In ogni caso, subito dopo aver mosso i primi passi vagando en la playa stordita dalla bellezza, dal sole e dal jet lag, notavo un anfratto all’ombra contornato da rocce nere Mi stavo giustappunto accasciando su un ciottolone quando, a 30 centimetri dal disastro, mi accorgevo che mi stavo sedendo su una leonessa marina. Placida. Immobile. Coi baffoni all’erta mi degnava di un pietoso e compassionevole sguardo corredandolo di uno sputacchio a lunga gittata e si rigirava a dormire.

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Cià – Foto Emanuele

Angela, invece, inaugurava il soggiorno darwiniano con l’impatto frontale tra il suo piede e un sasso, vero, che le sfracellava un par di ossetti di un par di dita, senza alcuna altra conseguenza che un discreto florilegio lessicale e una ingessatura all’amatriciana anzi alla fiorentina approntata lìpperlì con un par di Salvelox.

E sì, al cedimento Emotivo Numero 3 del primo tramonto a Galapagos

Galapagos tramonto Irene

Foto Irene Davì

ho preso la manona di Pi e gli ho detto

-…Te possino

Una Risposta to “Galapagos, un apostrofo eroso tra le parole….”

  1. Serena Dice:

    Voglio assolutamente i tuoi racconti di viaggio raccolti e in bella copertina! “In viaggio con Pi”

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