Le spille di Anna


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Per una serie di motivi che ancora non ho capito neanche io come ho fatto, ieri sera mi sono ritrovata insieme a Grace dentro al bunker di Bulgari. Sì quello. La convocazione era stata irrifiutabile, una cosa tipo

-Meripo’ stasera Bulgari apre i forzieri, mi accompagni?

L’Arsenio Lupin che è in me scaldava i motori e si presentava insieme a Grace e alla quippresente al portone di quello che, di fatto, è diventato il simbolo di tutto ciò che non ci si può permettere e che, per questo, ci irresistibilmente attira. E no, in (omissis) anni io da Bulgari non ero mai entrata in vita mia. Pensavo che sti forzieri stessero in un bunker sotterraneo e invece, lasciati i saloni di vendita del piano terra, ci accompagnavano nel salotto, detta Domus, del primo piano dove alloggia un vero e proprio museo delle meraviglie. Bulgari, che è italiana ma dal 2012 è stata acquistata dal gruppo di Luìuittòn, sta da qualche tempo riacquistando, da privati e collezionisti, suoi pezzi storici disseminati sull’orbe terracqueo (e anzi se vi sovvien che forse nonnavostra aveva un regalo di nonnovostro e ravanate in qualche cassetta di sicurezza effettivamente trovandolo, sappiate che vi aspetta la signora Caterina per verificarne autenticità e iniziare una trattativa).

E così, dopo un’agevole rampa di scale, approdata al salotto, anzi alla Domus, ci si spalancava davanti uno spettacolo che, per quanto mi riguarda ha pochi precedenti. Potrei citare il museo di Teheran con i gioielli dello Scià e di Farah Diba così come Grace evocava i gioielli di Betty d’Inghilterra nella torre di Londra. Ma il punto è che questi, di capolavori, parlano la nostra lingua. Sanno di genio e di raffinatezza italiane. Trasmettono glamour sì ma soprattutto cultura, la nostra. E Roma. I suoi colori, le sue atmosfere, le sue epoche, il suo Borromini, il suo Bernini, quel panorama che, diceva Caterina, a vederlo dal Gianicolo ai propri piedi, con tutte quelle cupole di Chiese, sembra proprio una distesa di cabochon.

Ma una cosa, soprattutto, ho pensato mentre Caterina, l’Alberto Angela della situazione, spiegava con una contagiosissima passione la storia di quella spianata di diamanti, rubini, smeraldi e ognibendiddio assemblati con fili d’oro tenuti insieme come fossero pennelli del Botticelli: che ogni oggetto prezioso ha dietro una storia d’amore. Di chi lo crea, di chi lo compra, di chi lo regala. E’ vero che alle pareti troneggiavano le foto di Liz e Richard Burton e Grace Kelly ma è anche vero che la storia che mi ha colpita di più è stata quella delle spille di Anna.

Magnani spilla Bulgari

Anna Magnani. Di queste spille:

Spille Anna Magnani

Le spille di Anna Magnani – Foto Grace

 

Anna Magnani, ci ha detto Caterina, veniva da sola, in negozio. Aveva una personalità così forte che non aveva bisogno di nessun uomo ma neanche di un’amica, che l’accompagnasse, che la rassicurasse, che le dicesse “quanto ti sta bene”. Anna Magnani, a dispetto dei grandi dolori che hanno costellato la sua vita o forse proprio per questo, aveva tutto, e tutti, in sé.

E dunque sì, i gioielli sono oggetti d’arte e di amore. In qualificati casi dell’amore più difficile: l’amore per sé.

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