La maledizione del Mutandari


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E lo so però pure noi facemmo mettere le braghe ai nudi di Michelangelo nella Cappella Sistina. Era il 1564, un anno dopo la fine del Concilio di Trento. Per fortuna Michelangelo era già morto. E fu proprio un amico suo, Daniele da Volterra, che poi passò alla gloria eterna come Il Braghettone, a imbracare il Giudizio Universale.

E la storia degli imbracamenti nostrani è lunga e religiosamente trasversale e arriva fino a quando fu un articolo dell’Osservatore Romano, nel 1956, a costringere la Rai di Ettore Bernabei a far indossare mutandoni alle ballerine in tv (e qui il malcapitato Braghettone si chiamava Filiberto Guala e si dimise subito dopo l’imbracamento) perché si era, nientemeno, violato il Concordato….

Certo però su questa cosa che si sono coperte le statue per non urtare la sensibilità dei nostri ospiti iraniani ci sono rimasta male. Gli assidui del blogghe che seguirono i resoconti de I giorni dell’Iran sanno -e agli altri lo dico- che quel viaggio resta sul podio dei viaggi più ricchi di fascino, di cultura, di umanità. Chi vada a conoscerli lì sa che la cultura millenaria dell’antica Persia, devastata, sfregiata, messa in pericolo da ottusaggini antiche e recenti, ancora è un grande baluardo e alberga -anche di nascosto e contro tutto e tutti- nel cuore e nell’essenza delle persone.

Nonostante la cultura millenaria, però, a chi vada lì è fatto divieto di andare a capo scoperto, di scoprire braccia e gambe, di truccarsi vistosamente, di fumare in pubblico, di portare riviste o pubblicazioni con immagini che possano risultare offensive o blasfeme dunque anche la sottoscritta ha girato venti giorni dentro a uno scafandro con 40 gradi all’ombra.

Di conseguenza mi aspetterei che, venendo loro qui, si potesse applicare il principio di reciprocità.

“L’allievo Tse Kung chiese: Esiste una parola che possa esser la norma di tutta una vita? Il maestro rispose: Questa parola è ‘reciprocità’. E cioè, non comportarti con gli altri come non vuoi che gli altri si comportino con te”, disse Confucio.

Se vuoi essere rispettato dagli altri, la cosa più grande è rispettare te stesso. Solo in quel modo, solo con il rispetto di te stesso, tu obblighi gli altri a rispettarti, incalzava il compagno Fëdor Dostoevskij.

Perché come potremo mai farci rispettare se siamo noi i primi a non essere convinti del nostro valore e delle nostre ragioni?

Che le statue non stanno lì per mostrare il brisbolino, le poppe o altri attributi (ma la Venere capitolina, o Venere pudica, lungimirante, è dal II secolo avanti Cristo che si copre):

Venere capitolina

Venere capitolina

stanno lì a testimoniare la nostra cultura, che è anche rappresentazione del corpo. Perché, chessòio, fosse Rohuani andato in visita a Firenze icché si faceva? Gli s’incartavano il Davide, il Perseo e tutta la loggia dei Lanzi?

Si conferma dunque che tutto il mondo è Paese. Ed è soprattutto mutanda, al massimo Mutandari.

3 Risposte to “La maledizione del Mutandari”

  1. Grace Dice:

    Lo sostengo dai tempi di Russo III: nella letteratura russa trovi qualunque risposta.
    A Russo IV ero in preda all’estasi.

  2. MeriPop Dice:

    Ma ci fu anche un Russo V?

  3. Grace Dice:

    Ringraziando il cielo, no.
    Mi congedai con il 30 in Russo IV.
    Basta e avanza.

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