Quello che ho imparato


Tags: , ,

Categoria: Africa, Andare   |    20 Comments »   |   

A montare e smontare una tenda nella savana. E in un campo di calcio e in riva al mare e in riva al lago.

A forare due gomme di camion in meno di due ore senza più ruote di scorta e senza copertura di cellulari in mezzo a una tribù che balla nel Parco del Limpopo.

A disinsabbiare 15.000 kg di camion sulle rive del Limpopo.

Ad attraversare 180 km di Caspita di Parco del Limpopo in 12 ore.

A essere certa che sarà la prima e ultima volta che lo faccio.

A essere anche certa che ho visto posti e persone che mai avrei visto se non ci fossi finita per sbaglio e disperazione e che forse in pochi possono dire di aver visto.

A stare seduta in circolo attorno a un falò notturno facendo la “passatella” con una tazza di rum e una di Amarula divise per 20.

A sopravvivere quattro giorni senza lavarmi.

Ad aprire, dopo quattro giorni, il rubinetto di una doccia calda e ringraziare gli dei.

Ad accarezzare una saponetta come fosse il Santo Graal.

Ad attraversare un ponte di 3 km. sospeso sull’Oceano Indiano con raffiche di 50 nodi di vento. Ripeto: 50 nodi.

A essere sballottata dal vento pur stando abbarbicata al corrimano e a un eroe che mi reggeva.

Ad aspettare soccorsi per un giorno in quel di Nampula su una pista polverosa, sotto la pioggia, nella savana, ma tutti insieme. Che ti viene persino da ridere. A un certo punto, eh, non subito.

A considerare 5 bulloni di ruota di camion più preziosi di un solitario di Cartier.

A pensarci meglio prima di scoraggiarmi la prossima volta che perdo l’autobus 117 per un pelo.

A fare i conti con i miei limiti.

A fare i conti con le mie paure.

A non arrendermici.

A capire che in un viaggio spesso non è importante arrivare ma mettersi in cammino e andare.

A mettere il tramonto sul lago Malawi e l’alba sul fiume Zambesi fra i 10 motivi per cui vale la pena vivere. E fare un viaggio. Pure questo.

A lavare piatti senza acqua.

A lavare piatti senza detersivo.

A mangiare senza piatti.

A bere senza bicchieri.

A fare pipì dove capita e dove si può.

A fare qualsiasi cosa dove capita e dove si può.

Ad avere più rispetto della natura.

E più fiducia in me.

Ad approntare un campeggio di emergenza a notte fonda in una presunta radura in mezzo alla savana mozambicana e accorgersi all’alba che sei in mezzo all’incrocio principale del villaggio.

A capire dove caspita sei finita se due indigeni all’alba ti bussano alla tenda all’incrocio principale del villaggio e ti chiedono “Ma voi di che Missione siete?”.

Ad attraversare villaggi e capanne di fango per 15 giorni senza incontrare mai un altro “straniero”.

Ad essere sorpresa da un abbraccio, una pacca sulla spalla o un “Forza Meri Pop” quando ne avevi giustappunto un gran bisogno.

A compilare un nuovo, breve elenco delle priorità della vita.

A ringraziare i miei 20 compagni di viaggio perchè, anche nei momenti più difficili, non sono mai mancate due cose: una battuta per ridere e una cosa buona da mangiare.

A sognare il prossimo viaggio.

Grazie ad Andrew, Andrea, Emanuele, Enza, Fabrizio, Fausto, Franco, Giorgio, Giovanni, Kira, Liano, Luca, Maurizio, Michela, Monica, Paola, Paola, Pietro, Rosella, Ruggero. Grazie anche e soprattutto a te, Professor Pi, per avermici trascinata.

20 Risposte to “Quello che ho imparato”

  1. First Lady Dice:

    Bentornata Meri Pop!!!
    E’ tornata pure la First Lady!
    Che bello questo post, hai descritto perfettamente tutte quelle sensazioni, quelle cose, quai momenti che fanno la differenza, e che lasciano uno splendido ricordo di un viaggio indimenticabile, che più che un viaggio ricorderai come un’esperienza di vita con la quale confrontarti nelle piccole difficoltà quotidiane…

  2. Marilla Dice:

    Certo, Meri, che non ci sono più i Valtur di un tempo…

  3. Pres Dice:

    In viaggio la mentalità cambia e si estende a concetti che risultano evoluti e piú maturi solo quando il viaggiatore fa ritorno al suo habitat originario, confrontandosi ad esso con il filtro delle consapevolezze che ha acquisito lungo il cammino.

    Bentornata Meri!!

  4. mena a brea Dice:

    una Meri felice, dopo i dubbi della partenza! Che bello!!
    Allora a quando l’Okawango?

  5. paola Dice:

    Capita sempre dopo un bel viaggio…è più difficle tornare che partire.
    E’ sempre stato così…sarò da curare?
    Adoro le difficoltà e magari lancio un urlo di noia nella quiete del camion ma poi quei momenti mi manacano da morire!

  6. MeriPop Dice:

    Ecco, Pres, il ritorno all’habitat originario stavolta è più complesso soprattutto dopo aver constatato che i “primitivi” stanno più qua che là. First and Onlyone, sull’indimenticabile non c’è dubbio. Bentornati a tutti. Mari, oh Mari…

  7. MeriPop Dice:

    Paola, ma qualche foto per supercali ce la regali?
    Mena a Brea non fare lo gnorri: noi vogliamo sapere pure della tua, Africa…

  8. mena a brea Dice:

    Paola, il viaggio è un modo di crescere interiormente, mettendosi a confronto con altre realtà! Un viaggio in Africa, a mio avviso, è proprio l’essenza di quanto appena detto!
    La gente, i colori, gli odori i paesaggi…
    E poi… vogliamo mettere il mal d’Africa??

    P.S. si vede che soffro di mal d’Africa?

  9. mena a brea Dice:

    a domanda rispondo! anche se la mia Africa, quella che adoro, che è nelle mie vene e sulla mia pelle, è quella occidentale! Quella della gente che ti ferma solo per conoscerti, che di sera in un ristorante (chiamiamolo così) viene al tuo tavolino, mentre uno stereo manda musica “a palla”, e ti chiede di andare a ballare, quella delle risate dei bambini quando insegni loro a giocare a campana o a ruba bandiera, insomma quell’Africa che ho vissuto in modo intenso e che forse non rivivrò allo stesso modo, ma che mi ha cambiato profondamente! In peggio?? boh!!!

    Paola, se hai una foto di Meri che spala per liberare il camion, ti offro una birra, la marca… beh è scontato no???

  10. Gimbo Dice:

    e adesso l’unica cosa che manca è un bel libro, cara meri

  11. paola Dice:

    Di foto tutte quelle che vuoi…Meri!
    Io non sono gelosa, se c’è una cosa che non capisco è come si fa ad essere gelosi di una foto!
    Spasmo dal vedere quelle degli altri,però!
    Di Meri ne ho una che è assolutamente pericolosa, ma dato che è un’amica di recente acquisizione non posso proprio!

  12. MeriPop Dice:

    Ecco, giusto il libro: “Le fantastiche avventure di Meri LimPop”.

  13. mena a brea Dice:

    Paola, più pericolosa di quella in cui ho immortalato il suo vero lavoro, e in una township in Sud Africa???

  14. MeriPop Dice:

    Circolaree circolareee, sciò sciò

  15. EffeGreenhouse Dice:

    ma tu, in confidenza, preferisci il rum o l’amarula?

  16. MeriPop Dice:

    Amarula senza dubbio alcuno. Però so che è la risposta sbagliata, fa tipo signora col rosolio: quelle toste bevono rum. Ora però ho paura di sapere cosa ti sei sbevazzata tu.

  17. EffeGreenhouse Dice:

    rum, da nota tosta quale sono. e ne ho riportati copiosi quantitativi nella Capitale. ti aspetto in garden city per degustarlo ancora insieme (e vabbè, ho trasportato fin qui anche Amarula, ma solo un mezzo litro…)

  18. MeriPop Dice:

    Non avevo dubbi. Però se ci intercetta Gimbo siamo finite: quale rum? Da quale canna? In quale botte? Alambicco discontinuo o alambicco a colonna? Ti pregherei di preservare adeguatamente quel mezzo litrozzo: sto arrivando.

  19. Gimbo Dice:

    siete fortunate: il rum è una delle poche bevande superiori ai 4° su cui non ho ancora approfondito. e non credo si possa discettare su altezza s.l.m., esposizione, fittezza di impianto ecc. riguardo alle canne (da zucchero)

  20. EffeGreenhouse Dice:

    testuale, dall’etichetta:
    Rhum, Estrela do oriente. Tipo Tinto. Superior Qualidade. Produzido e engarraffado por fabrica de licores de Mocambique, Lda. Maputo – Mocambique.
    ah, dimenticavo, 41°, Gimbo!

Lascia una Risposta

Copyleft SuperCaliFragili | Design by Riversman Entries RSS Comments RSS