Lo sparo nel buio


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Ogni volta che lo rifanno io lo riguardo. Si chiama “Erin Brockovich” ed è un film del 2000 con Julia Roberts, una madre di tre figli, single, precaria senza arte né parte che alla fine porta alla sbarra e inchioda la Pacific Gas and Electric Company, una multinazionale potentissima che ha contaminato le falde acquifere di una cittadina californiana, provocando tumori ai residenti. Ma del titolo del film mi ha sempre colpito il sottotitolo: “Erin Brockovich – Forte come la verità”. E in questi anni, quando le (e gli) Erin Brockovich di Casale Monferrato son riusciti a portare alla sbarra i responsabili delle morti per l”Eternit, ho aspettato il finale del film di Steven Soderbergh, un finale nel quale la giustizia trionfa perché è come la verità: forte.

Invece no. Noi non siamo Erin Brockovich, non lo siamo ancora. Perché il mesotelioma pleurico cova per decenni in silenzio “ma da quando si sveglia ci vogliono in media 306 giorni per morire”, dice oggi a Repubblica Nicola Pondrano, capo dei delegati sindacali Eternit.

“Il tumore è un colpo di pistola che ti colpisce al cuore 30 anni dopo essere stato sparato”. Quando l’omicida ha avuto tutto il tempo di sparire. Dopo aver sparato, indisturbato. E la verità sarà pure forte. Ma non abbastanza, evidentemente.

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