L’estate in cui viaggiai senza muovermi


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E’ con Edmond Dantès che sono partita questa estate, il conte di Montecristo.

Nell’assoluta impossibilità di seguire il Professor Pi a Samarcanda, nell’assoluta inabilità a farmene una ragione e nell’assoluta rassegnabilità del perché invece di essere lì con lui e Tamerlano dovessi restare qui con Dibba e Brunetta, decidevo di inaugurare la stagione del viaggiare da fermi.

Una volta recatami in una zona inospitale per le onde elettromagnetiche situata in Maremma, che non ci si può immergere in 1200 pagine, attraversare 25 anni e un bel pezzo di Oriente e Occidente con il richiamo compulsivo dell’internet funzionante accanto, predisponevo tutto l’occorrente: tomo e sdrajo.

Era a quel punto che sbarcavo dal trialberi Pharaon al porto di Marsiglia iniziando uno dei viaggi più avvincenti e tremebondi in carriera.

A questo punto intendo anche chiedere pubblicamente scusa al Professor Pi per tutte le volte in cui gli ho sfrantecato i cabasisi in giro per il mondo: quando mi sono ritrovata sbattuta in una delle segrete del castello d’If ho rivalutato non solo i feroci Afar ma anche i tagliatori di teste del Borneo, che almeno quelli ti facevano secco subito senza lasciarti a marcire quattordici anni là sotto. Ugualmente chiedo scusa per tutte le volte in cui mi sono lamentata di qualche incomprensione con i compagni di viaggio: provate ad accompagnarvi con gente come Caderousse, de Villefort, Danglars e Mondego e poi ne riparliamo. Per vendicarmi e dare una lezione a quei quattro stronzi traditori ho impiegato dieci anni e quasi tutta la settimana di ferie.

Avevo letto Il conte di Montecristo non so più manco quando. E ricordavo fosse un libro sulla vendetta. Tema in questi giorni tornato malamente in auge con la vicenda franzosa di Valerie Rottweiler della quale trattammo giusto qui. Invece, a rileggerlo da attempata, l’ho trovato uno dei viaggi più esaustivi intorno al matrimonio e all’animo umano. E sui nefasti effetti che entrambi, il matrimonio e l’animo umano, possono provocare sul prossimo e sull’ordinamento del mondo se non si prendono le opportune precauzioni.

E dunque dovendo distillare da milleduecentopagine un solo tweet sceglierei questa perla:

“Che cosa è il meraviglioso? Quello che non comprendiamo. Quale è un bene davvero desiderabile? Un bene che non possiamo avere”

E dicevo che è anche un viaggio attorno e dentro al matrimonio. E qui distillerei questa:

“Quanto alla moglie la salutò al modo che certi mariti salutano le mogli e dal quale i celibi possono farsi un’idea  solo dopo pche sarà pubblicato un grosso codice della condizione coniugale”

e della misura precauzionale:

“Non vedo perché, senza una necessità assoluta, devo ingombrare la mia vita con un compagno perpetuo”.

Dalla mia sdrajo, ove cercavo di allocarmi la mattina molto presto, vedevo il monte Argentario. Dunque a un tiro di schioppo da Montecristo. Ma in realtà quel maxischermo impiantato nel cervello chiamato immaginazione, che Dumas mi ha azionato per una settimana, mi ha fatto attraversare mezzo mondo, mi ha fatto recuperare infiniti rimandi alla musica, al teatro, alla pittura e alle arti di tutto il cucuzzaro delle Muse. E non solo non avevo l’Abate Faria ma non avevo manco Google per tentare di raccapezzarmici meglio.

E poi prendi treni, scendi dai treni, prendi battelli, prendi trialberi, sbarca dai trialberi, vai in galera, fatti buttare a mare, nuota come un disperato, prendi la carrozza, lascia la carrozza, Ne sono uscita esausta. Al punto che quando il professor Pi è rientrato, dopo aver trascorso venti giorni sulla rotta di Marco Polo, ho potuto finalmente accoglierlo come ho sempre sognato di fare:

Uzbekistan, Tajikistan e Kirghizistan? Beato te, caro: io mi son dovuta fare il giro del mondo sopra e sott’acqua. In una settimana.

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