I Castelli degli asciascini


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28 luglio – Teheran, Valle di Alamut Castelli degli Assassini

Il momento della verità prendeva forma allo sbarco a Teheran di fronte allo sportello Visti. Consegnata il professor Pi la paccata di italiani passaporti a un iraniano omino, esso, l’omino, ne faceva una sorta di torre zoroastrica e gli comunicava

-Mettetevi comodi

La signorina C che è in me, in conflitto con la G, veniva dunque ammessa nella Islamic Republic of Iran alle 4,30 del mattino. Ma era al controllo successivo che l’omino iraniano 2 scoppiava in una fragorosa risata guardando il passaporto e sottoponendo a tutti i colleghi dei gabbiotti vicini la foto lì presente raffrontata con il sembiante attuale della qui presente.

-Era un matrimonio fa, prima di conoscere il professor Pi, i feroci Afar e i tagliatori di teste del Borneo

avrei voluto chiarire ai presenti sottolineando che, evidentemente, le tal cose avevano prodotto delle conseguenze. Mi limitavo a confermare, dopo lungo interrogatorio su date e luoghi, che Si, ero proprio la stessa. Mentendo, vi è chiaro.

Finalmente ricongiuntici con i bagagli e con Iraj Shaih, Architect, la nostra guida iraniana hablante italiano, si stabiliva che, essendosi fatta una certa, tanto valeva partire direttamente per la Valle di Alamut, passare in albergo “solo per una rinfrescatina”, poggiare i bagagli e andare subito a fare un bel trekking ai Castelli degli Assassini.

Ma certo, come non averci pensato da sola! Capite che non essendo assolutamente nelle condizioni, visto l’avvio, di potermi lamentare di alcunché, annuivo rassegnata all’entusiasmante programma auspicando quantoprima di poter onorare degnamente l’evocativo nome della mèta strozzando il professor Pi che l’aveva proposto.

E così in piedi da 24 ore, con notte nipponica e in bianco alle spalle, senza aver neanche mai tolto le scarpe dai piedi, mi apprestavo ad affrontare le “due orette” di pulman necessarie per raggiungere l’assassinio-base. Pulman che si materializzava come quello di Little Miss Sunshine, stessa punta di giallo e follia con in aggiunta le scritte persiane. Solo per completezza di informazione ricordo che lo slogan di quel film è “Tutti facciamo finta di essere normali”, no, così, tanto per contestualizzare.

Dopo “due orette” eravamo neanche a metà strada (e resteranno “due orette” per tutte e cinque le effettivamente necessarie) ma Iraj Shai, Architect, mosso a persiana pietà, proponeva di fermarci in un locale locale per fare una “colazione persiana”: il bar era tipo la casa di uno che ci serviva tè, formaggio fresco tipo Philadelphia, pane tipo carasau e miele grezzo tipo ancora attaccato all’ape. Ottimi. Il tutto coerentemente scofanato mentre un televisore a transistor trasmetteva l’Ape Maja in persiano.

Alle 13, con sole a picco e una temperatura percepita di 47 gradi, dopo cinque ore di arrampicate e tornanti di iraniani altopiani sul bussino, si giungeva giusto in tempo per una bella impettata a scaloni nella Valle di Alamut. Più che i Castelli degli assassini sarebbe corretto definirli dei suicidi perché uno, arrivato più morto che vivo lassù, alla sola idea di dover ridiscendere si vorrebbe direttamente buttare di sotto.

E visto che ci siamo informo l’utenza che sti Castelli erano il rifugio dei seguaci di tal Hasan-e-Sabbah, capo di un’organizzazione mercenaria che rapiva e uccideva personalità religiose e politiche. Sti tizi erano convinti che tali gesta li avrebbero portati in Paradiso, convinzione rafforzata dal fatto che Sabbah li imbottiva di hashish per compierle. Perciò furono chiamati Hashish-i-yun, da cui deriva la moderna parola “assassino“. Chi ve l’avrebbe mai detto, eh, fricchettoni miei, che alla fine sempre alle canne si torna, anche con l’etimologia?

Che poi se lo fate dire a un bolognese torna proprio a essere i Castelli degli asciascini (per gentile concessione di Davide, cui spetta il copyright del titolo).

Il rientro avveniva tramite altre cinque agevolissime ore di yellow bus a 30 all’ora. E’ giusto il caso di specificare che il viaggio si svolgeva in pieno Ramadan e il nostro autista Nasser si scopriva essere un fervente osservante con aggiunta di particolare devozione a un Sufi, per cui, al divieto di mangiare qualsiasi cosa dall’alba al tramonto, aveva deciso di unire anche quello di bere: l’ideale pe’ sta’ un po’ rilassati, avere uno che guida a 40 gradi, su tornanti e strapiombi, col calo degli zuccheri e disidratato.

Alla cena ci si trascinava, giunti in un vero albergo -nel senso niente a che vedere con le pseudo topaie del Borneo, dei ricoveri mozambicani e del nonmelovojomancoricordare dancalo- attraversando la strada e gettandoci a capofitto su

Zuppa di cereali
Kebab con verdure e riso
acqua a fiumi

per la cifra di euro 4,10 a capoccia.

Vi è chiaro che la presenza dell’acqua, in assenza dell’unico genere di conforto al quale si anelerebbe a 37 gradi di minima, ovvero una biretta fredda, non era dovuto alla virtuosità della pur virtuosissima compagnia viaggiante, bensì al fatto che ci trovavamo in un Paese musulmano senza birette ad personam per cui alcolici MANCO L’OMBRA. E manco l’ombra mai pure quell’altra.

Senti Meripo’ mo’ non è che prima ti spari le pose da DonnaAvventura e poi vai frignando che non ci hai il Peroncino eh
Figuriamoci, come ho già detto io ormai parlerò solo in presenza del mio avvocato del Console e della badante

Una Risposta to “I Castelli degli asciascini”

  1. SuperCaliFragili » Blog Archive » Freya Stark, Dice:

    […] fa, checcertedatenonsidimenticano, credo di averlo infamato per giorni. Ma Freya Stark, nella Valle degli Assassini, una delle zone più impervie dell’Iran occidentale, ci arrivò per prima e da sola, nel […]

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