Tre metri sopra il cielo


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E’ da due giorni che me ne sto come uno stoccafisso davanti all’ “Add New Post” qui su Supercali e lo richiudo dopo ore. In bianco. E anche oggi stava andando ancora in bianco quando è su Repubblicaonlain che ho trovato un altro modo di andare in bianco, l’unico che oggi  potesse rischiarare la giornata iniziata male e finita peggio: si chiama Eli Reimer ha 15 anni ed è il primo ragazzo down al mondo ad aver raggiunto il campo base dell’Everest. Eccolo qui:

Eccolo qui, dopo 19 giorni e 113 km di scalata per raggiungere l’altezza di 5.370 metri. In un primo momento non riuscivo a capire perché questa foto mi mettesse addosso una soddisfazione e un fiatone come se ci fossi salita pure io. Poi ho pensato che a volte le più grandi frustrazioni arrivano non tanto dal non raggiungere degli obiettivi quanto dal fatto di rimproverarci di non averne avuti di abbastanza grandi e ambiziosi. Se penso, per dire, a certi momenti-rimpianto della mia vita non mi vengono in mente grandi fallimenti ma, incredibilmente, piccoli sogni. Aver osato poco. Essermi accontentata per paura dell’eventuale delusione.

Mi torna in mente, per restare nel file “grandi imprese”, di quella volta che partii con il professor Pi e altri scalcagnati sognatori diciotto, per una follia chiamata viaggio che partendo dal Sud Africa ci avrebbe fatto sbucare alle Cascate Vittoria, dopo un mese, settemila chilometri sopra un camion e cinque Stati attravesarsati, fra i quali l’intero parco del Limpopo che sfido chiunque a dirmi “ah si, il famosissimo parco del Limpopo”. Insomma sbucammo su queste cascate Vittoria e dopo settemila chilometri io mi rifiutai di fare gli ultimi venti metri per affacciarmi dal costone. Soffro di vertigini e implorai la clemenza della Corte. Ma il tiranno Professor Pi non volle sentire ragioni, si piazzò sul costone scivolosissimo, investito da secchiate d’acqua da ogni dove, avvoltolato nella mantella impermeabile come Darth Vader e si mise lì ad aspettare i miei ultimi venti metri con una mano tesa. Quell’uomo ha una testa dura paragonabile solo alle rocce delle Victoria Falls e dunque sapevo che saremmo potuti restare lì per l’eternità: mi mossi. Malamente. Slittando. Arrancando. I venti metri in piano più ripidi della mia carriera viaggiante. Quella mano non arrivava mai. Finché… finchè mi ritrovai nonlosomancoiocome affacciata sul Paradiso. Questo:

E mi sentii come Eli Reimer. Tre metri sopra il cielo. E senza Moccia. Impagabile.

Ricordatelo, dunque: a volte, fra noi e l’impossibile, ci sono solo venti metri.

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