Archive for aprile, 2020

Caro Giuseppe Con-giunto

lunedì, aprile 27th, 2020

Caro Giuseppe,

le scrive una che, sopravvissuta a un divorzio, dieci traslochi e a tutta l’evoluzione della specie politica dalla Dc a oggi – ciononostante non ancora decrepita- da 60 giorni non vede e non tocca nessuno e non si è recata oltre le colonne d’Ercole del giornalaio. In tempi successivi al Pleistocene sono stata financo dalle sue parti, lavorativamente, nel senso governativo. E sono sopravvissuta pure a quelli. Dunque si figuri se mi metto qui ad aprire polemiche: se lei ordina io obbedisco. Ebbasta.

Però (eh, lo so). Da lunedì prossimo – si legge nel decreto, articolo 1 comma a – saranno considerati “necessari gli spostamenti per incontrare congiunti purché…”. Ora, dicoio, perché dopo sessanta giorni durissimi lei mi irrompe nella già squassata vita sentimentale-affettiva con uno dei termini più opachi, opinabili e anche giuridicamente nzesà?

Glielo ripeto: da 60 giorni senza vedere e toccare nessuno, senza soprattutto sapere il mio stato immunitario, se cioè me lo so’ preso e l’ho smaltito, se invece no, insomma, io i genitori e la famiglia ce li ho fuori dal Comune. Però perché, di grazia, lunedì prossimo posso oltrepassare i 200 metri per andare a trovare zia Peppinella che chi se l’è mai filata ma non un’amica che è più famiglia per me di zia Peppinella?

Questo solo io vorrei sapere: chi decide per me chi sono i miei congiunti? Me so’ distratta e nel frattempo c’è il congiunto di stato civile?

Capisco il timore dell’assembramento. Allora preferirei che mi si dicesse che da lunedì posso scegliere due persone di affezione (siamo a livello gatto eh) da andare a trovare. Però, Giusè, le scelgo IO. Chiaro?

Sua Meripo’
Si associa anche zia Peppinella

Irma, la Bandiera della Libertà

sabato, aprile 25th, 2020

L’ultimo viaggio sognato ma anche un po’ già abbozzato, prima del lockdown, è nato su un tavolino del Mercato delle erbe di Bologna e prevedeva di riandare sui suoi passi e nei suoi luoghi. Quelli di Irma Bandiera.

Racconta Renata Viganò che quando nasce Irma il suo babbo sta in guerra e la mamma, disperata, guarda questa frugoletta femmina e a parziale consolazione si dice “Tu, almeno tu, non andrai in guerra”. Che la guerra era cosa da uomini.

E invece Irma in guerra ci va. Nata a Bologna nel 1915 da una famiglia benestante avrebbe potuto evitarla, la guerra, abbastanza facilmente. La Prima, Guerra, le porta via il padre. La Seconda l’amore della sua vita, Federico. Ed è allora che decide di scenderci lei, in guerra, nel 1943. Ha 28 anni. Entra nella VII Brigata Gap di Bologna con il nome di Mimma e diventa una delle staffette più determinate. A casa non sanno nulla. Finché il 7 agosto 1944 porta delle armi nella base di Castelmaggiore e tutto sembra andare liscio quando, sulla strada del ritorno, a Funo, cade nelle mani dei nazisti. Viene fatta prigioniera e incarcerata a San Giorgio di Piano. I suoi carcerieri sanno che lei sa, sa tanto. E vogliono saperlo anche loro. Iniziano gli interrogatori. Niente, Iniziano anche le torture.

“Le stavano sopra, la picchiavano, la torturavano -racconta la Viganò- e lei zitta. Ognuno di loro inventava una cosa nuova per farle male e se ne gloriavano l’un l’altro del loro talento, ma lei zitta”. “I torturatori le promettevano la libertà, la salvezza in cambio di quelle poche sillabe. Ma la piccola Irma non diceva niente, in mezzo ai suoi lamenti”. “Gridava quando il dolore era più grande della sua forza però non diceva niente”.

Continuò a tacere, sì. Ma dopo l’ennesimo rifiuto, i suoi torturatori la accecano e scaricano i caricatori dei mitra sul suo corpo. La mattina del 14 agosto la scaraventano sul marciapiede di fronte alla casa dei suoi genitori, al Meloncello:

“Uno -racconta Pino Cacucci in Ribelli- disse: “Ma ne vale la pena? Dacci qualche nome, e potrai entrare in casa, farti curare… Dietro questa finestra ci sono tua madre e tuo padre”. Mimma non rispose. La finirono con una raffica di mitra, e se ne andarono imprecando.”

Lasceranno per un giorno intero il suo corpo sulla strada, come monito per gli altri. Oggi quella via, al Meloncello, porta il suo nome. Ci si accede dal portico più lungo del mondo, il portico di San Luca, 666 arcate. E lì una pietra la ricorda. Così:

“Eroina nazionale 1915-1944. Il tuo ideale seppe vincere le torture e la morte. La libertà e la giovinezza offristi per la vita e il riscatto del popolo e dell’Italia. Solo l’immenso orgoglio attenua il fiero dolore dei compagni di lotta. Quanti ti conobbero e amarono, nel luogo del tuo sacrificio, a perenne ricordo posero”.

Il murale che campeggia a Bologna sulla facciata delle scuole elementari Bombicci

Irma Bandiera. Il silenzio che ci regalò la libertà.

 

La Fase

venerdì, aprile 24th, 2020

Fase2. Per l’amore si profila la soluzione esame di maturità: solo orali da remoto fino al vaccino.

Rita Levi Montalcini, figlia delle stelle danzanti

mercoledì, aprile 22nd, 2020

Una disobbediente.
Ebrea.
Caparbia.
Senza marito.
Senza figli.

Nata nel momento in cui bastava una sola di queste caratteristiche per essere emarginate. Potenzialmente una sfigata.

E invece da questa miscela Rita Levi Montalcini, nata il 22 aprile 1909, ha tirato fuori Rita Levi Montalcini. Cioè quello che poi ha fatto tutta la vita: tirar fuori scienza e sapere dal caos. Che, come diceva quell’altro, “Bisogna avere ancora un caos dentro di sé per partorire una stella danzante”.

L’ho conosciuta all’epoca del secondo governo Prodi. Quello, per capirci, che per vivere aveva bisogno ogni giorno di un miracolo.

La incontrai una volta al Senato, durante una di quelle votazioni nelle quali lei, che in quel periodo stava male, doveva essere accompagnata a braccia per votare. Ci fu anche chi si prese il lusso di offenderla, per questo e non solo.

Lei era in fila alla cassa del bar, uno scricciolo. Non che io fossi un caterpillar ma accanto a lei sembravo giunonica.

Incontrai il suo sguardo mentre parlava con qualcuno che aveva accanto. Un attimo. Un lampo. Quel guizzo che illumina i dintorni ma anche il proprio interno. Credo fosse il guizzo dell’intelligenza.

Ecco se potessi fare un augurio alle persone alle quali voglio bene, e siete tanti, direi questo: auguriamoci di intravedere l’uno nell’altro quel guizzo. Quel lampo nello sguardo.

Pure in amore, intendo eh.

Auguri dunque a Rita Levi Montalcini, che ci ha lasciati otto anni fa. Per tornare a danzare fra le stelle.

Le cinque fasi

martedì, aprile 21st, 2020
Le cinque fasi dell’amore:
Attrazione
Innamoramento
Esplosione delle emozioni
App di tracciamento
Ci vediamo dopo il vaccino

Pasquetta

lunedì, aprile 13th, 2020

Gita fuori porta

Torneranno

domenica, aprile 12th, 2020
Torneranno gli abbracci, i baci, i cielimmensi e immensoamore e pure il Molise, quando Iorestoaccasa significava stacasaqquà.
Auguri a tutti noi.

Cosa ho imparato da Nilde

venerdì, aprile 10th, 2020

Nasceva oggi cento anni fa la prima donna -e pure comunista- a ricoprire una delle più alte cariche dello Stato, Presidente della Camera per tre legislature e nessuna l’ha ancora eguagliata, non solo in durata.

Nel primo nucleo di politici che ha preparato il Parlamento Europeo.

Partigiana, staffetta, combattente, indomita.

Madre Costituente: fu eletta con 15mila voti di preferenza ed entrò così tra le prime ventuno donne sbarcate a Montecitorio. 

Quando si scrive l’articolo 51 della Costituzione, che disciplina l’accesso ai “pubblici uffici e alle cariche elettive”,  sottolineando che “tutti i cittadini” possono accedervi “in condizioni di eguaglianza”, molti deputati chiedono di aggiungere una frasetta: “Conformemente alle loro attitudini, secondo norme stabilite dalla legge”. Lei e le altre Costituenti ne intravedono la trappola: limitare le donne, specie nella carriera di magistrato. Previsione azzeccata. La loro protesta porterà alla cancellazione della riga del trappolone.

Nonostante i ruoli pubblici non rinunciò a un amore per il quale fu offesa, osteggiata, oltraggiata anche dai suoi stessi compagni di partito

Con il Migliore il primo sguardo se lo scambiano nell’ascensore della Camera: “Non ci parlammo, ci si guardò solo”.

Con quell’amore illegittimo ha anche adottato una figliola.

In prima fila, sempre, in tutte le battaglie in difesa dei diritti delle donne

Prima donna a ricevere un mandato esplorativo per la formazione di un governo, nel 1987.

Ha rinunciato a tutti gli incarichi per motivi di salute pochi giorni prima di morire. La sua lettera fu accolta alla Camera con un grandissimo applauso.

A un certo punto scrisse: “Le cronache di tutti i giorni ci dicono di violenze di ogni genere all’interno e fuori della famiglia, nella società, compiute da anziani su giovani e bambini, da figli contro i genitori, come se si stesse diffondendo uno spirito di rivolta, contro i sentimenti e i valori della persona umana. Quale cultura sta generandosi, forse anche per i nostri ritardi? È con inquietudine che mi pongo queste domande”.

La Fondazione a lei intitolata ha lanciato, tra le tante iniziative per ricordarla, anche una campagna “Cosa ho imparato da Nilde Iotti?”. Alcune testimonianze si possono già leggere sul sito, compresa quella di Livia Turco, attuale presidente.

Nilde Iotti: ragione e sentimento. Ma soprattutto il fascino dell’intelligenza.

L’amore in una stanza: Amedeo Modigliani e Jeanne Hébuterne

mercoledì, aprile 8th, 2020

Avete mai amato così profondamente da condannare voi stessi all’inferno per l’eternità? Beh, io l’ho fatto.

E non ci sarebbe altro da aggiungere a ciò che il regista Mick Davis fa dire a Jeanne Hebuterne nel film “I colori dell’anima”. film sulla vita di Amedeo Modigliani e su quel perfetto manuale di autodistruzione reciproca che è stato l’amore fra lui e lei.

Non c’è niente di speciale, all’inizio, in quel copione dell’artista squattrinato, bello e dannato, e leopardianamente già minato in salute da giovane, che lascia l’Italia per Parigi e lì si tira dietro il suo fare smodato. Manca solo Puccini. E infatti. La vita bohemienne lo trascina tra osterie, alcol, droghe, sperperi, donne e un supremo talento. Ma… Eccolo il “Ma”: ha 19 anni -e lui 33 quando la incontra- occhi profondi e capelli lunghissimi. Si chiama Jeanne Hebuterne, artista anche lei, e appartiene a una famiglia conservatrice e borghese. C’è tutto ciò che serve per innescare la mina. Che infatti scoppia al primo sguardo: occhi negli occhi ed è già tardi per mettersi in salvo.

Lei lascia tutto, compresa la carriera di artista, e si trasferisce nel sottotetto di lui, la famiglia la ripudia e ostacolerà in ogni modo ciò che invece è inarrestabile. Il Paradiso dura poco perché la salute di lui peggiora, i soldi scarseggiano e lei rimane incinta ma lui neanche riconosce, all’inizio, quella bambina il cui nome per esteso diventerà la crasi di lui e di lei: Jeanne Modigliani.

Lui la ritrarrà e la amerà sulle tele come non riuscirà mai a fare nella vita. Restituendole, e facendolo a lei sola, financo lo sguardo:
“Dipingerò i tuoi occhi. Ma devo conoscere la tua anima per dipingerli”.

E gli occhi vuoti e cerulei che lui disseminerà ovunque si fermano qui, negli occhi di lei, i soli che riuscirà a riempire di intensità e non di vuoto.

La salute di lui peggiora e a un certo punto si accorge che di tempo gliene resta poco. Promette di sposarla, di riconoscere quella prima figlia, lei resta di nuovo incinta e sembra davvero, quella, una proroga concessa dalla vita. La proroga si interrompe per lui il 24 gennaio del 1920. Muore di tubercolosi, a 35 anni. Due giorni dopo lei, incinta di nove mesi, si suicida gettandosi dalla finestra dell’appartamento dei suoi. Lui viene sepolto al Père Lachaise, la famiglia di lei non cede neanche lì e la seppellisce al cimitero di Bagneux. Solo dieci anni dopo verrà portata anche lei accanto a lui.

Ma no, non chiuderemo questa storia con un suicidio. La chiuderemo con ciò che lui risponderà a lei ogni volta in cui ritorna, dopo abbandoni, strazi, tradimenti, angosce. E che ancora oggi, probabilmente, sdraiatole accanto al Pere Lachaise, continua a dirle:

-Ma dove sei stato?
-Ad aspettarti

L’amore in una stanza: Wally Neuzil e Egon Schiele

martedì, aprile 7th, 2020

Gliela presenta Gustav Klimt. Lei quattro anni più giovane di lui, finita in una casa chiusa da minorenne, 17 anni, rossi capelli ricci e occhi azzurri. Lui  taciturno, schivo, rimasto orfano a 15 anni, un destino nelle mani addomesticato all’Accademia di Belle arti. Intorno a  loro lo splendore di Vienna e no, lui non la incontra: lui la “riconosce”. Si specchiano, più che guardarsi. Egon Schiele e Wally Neuzil si trovano così, nel 1911.

Ci sono amori che nascono per acquietare, altri per accendere. Il loro porterà sempre con sé la parola inquietudine. Ed Eros. Che a sua volta si porta Thanatos. Una coppia non sposata, lei minorenne, nelle campagne austriache, ai primi del Novecento, lui già poco compreso di suo: cocktail micidiale che però rafforza quella sindrome e quell’illusione di io e te contro il mondo. E quando quell’inquietudine erotica approda sulle tele, deflagra anche nella società chiusa che li circonda. Ma è lì, stretto nella morsa del desiderio di lei, che lui consacrerà il suo nome di artista.

Nel 1912 Egon Schiele viene arrestato con l’accusa d’aver sedotto una minorenne e per possesso di disegni pornografici. Ma in realtà l’obiettivo è arrestare la sua arte: il giudice lo assolve dall’accusa di adescamento ma fa bruciare i suoi disegni per oscenità.

“Reprimere un artista è un crimine: significa uccidere una vita che germoglia”, urlerà inutilmente lui. Lei sempre accanto, sempre Musa, sempre a sorreggerlo.

Ma è dopo il carcere che arriva il colpo di scena: Egon lascia Wally e sposa Edith Harms, figlia di un borghese. Forse cerca di riabilitarsi socialmente, forse economicamente, forse forse forse. Certo è che dopo i colpi di pennello arriva la rasoiata.

Eppure. Eppure non riesce a staccarsi da Wally. Arriverà a proporle di prendere un appartamento in cui vedersi una sola volta l’anno per stare insieme. Lei rifiuterà. Lui continuerà a ritrarla fino alla fine, con ciò trovando l’unico modo per non lasciarla andar via per sempre. E’ lei la  “Donna seduta di spalle“ del 1917, la donna seduta ad aspettarlo. E’ lei sempre.

Ma da qui inizia la fine rovinosa per tutti. Wally si arruola nella Croce rossa e morirà nel 1917 in un ospedale militare vicino a Spalato. Ancora peggiore la fine di tutto quello che rimane a lui: la moglie Edith muore il 28 ottobre 1918 incinta al sesto mese di spagnola. Lui la seguirà pochi giorni dopo, il 31 ottobre, contagiato dalla sua malattia.

Si fa fatica a crederlo ma arrivati a questo punto lui ha solo 28 anni. In mezzo un’opera sterminata di dolore e inquietudine, tremila opere su carta e trecento su tela, nelle quali ha cercato di dare forma a quel connubio di amore e morte.

Cercando e chiamando, fino alla fine, Wally. Che da quei quadri, seduta nella stanza, di spalle o di fronte, ancora lo aspetta.