Archive for settembre, 2019

Parlami d’amore. E del punto e virgola

giovedì, settembre 26th, 2019

Oggi modalità OrnellaVanoni che “Ho sbagliato tante volte ormai che lo so già
Che oggi quasi certamente
Sto sbagliando su di te”.

Se ci fermassimo solo agli errori saremmo estinti da un pezzo. Ma pure amare, e sbagliare, stanca. E si scopre che nella vita si procede più per punti e virgola che per punti e basta.

Eqquindi? Vi aspettiamo erranti, sbaglianti e dubitanti in edicola, su Repubblica #Live

The River

lunedì, settembre 23rd, 2019

Del mio stato di arretratezza in campo Rock molti di voi sanno. Dunque oggi che Bruce Frederick Joseph Springsteen compie 70 anni è giusto ricordare che il primo che si incaricò di colmare le più evidenti voragini in tema fu il poveruomo, un matrimonio fa. Un giorno tornò con due biglietti e mi portò dal Boss per la prima volta dal vivo, a Roma. Ci prese in ostaggio alle nove di sera e a mezzanotte era ancora con le Duracell innescate.

Eppure a un certo punto, nonostante avesse davvero cantato e incantato con tutto, uno dalla sala -in un rarissimo momento di pseudo silenzio- si alzò e chiese

-The River!

Il Boss sul palco si fermò, guardò in sala, rimase un po’ in silenzio e poi disse solo

-NO

Me lo ricordo ancora quel NO. Per me fu uno schianto, visto che era pure la mia preferita nonché una delle poche che conoscevo bene.

E pensai che ci vuole coraggio a volte a dire dei NO. Molto più che a dire dei SI.

Me lo ricordo bene perché, proprio quella sera, nonostante al poveruomo volessi un bene dell’anima, capii che io il mio SI non ero più in grado di mantenerlo. Ed era ora di ammettere che, anche se quella canzone era bellissima, forse aveva già dato tutto quello che poteva.

Tolstoj, la felicità e il Molise

venerdì, settembre 20th, 2019

Leone Tolstoj, quello che tutte le famiglie felici si somigliano ma ogni famiglia infelice è disgraziata a modo suo, a un certo punto pensò di averla trovata, la ricetta. E così la riassunse:

“Ho vissuto molto, e ora credo di aver trovato cosa occorra per essere felici: una vita tranquilla, appartata, in campagna. Con la possibilità di essere utile con le persone che si lasciano aiutare, e che non sono abituate a ricevere. E un lavoro che si spera possa essere di una qualche utilità; e poi riposo, natura, libri, musica, amore per il prossimo. E poi, al di sopra di tutto, tu per compagna, e dei figli, forse. Cosa può desiderare di più il cuore di un uomo?”.

Che mi è sempre suonata benissimo, letta a debita distanza, dalla poltrona di una casa vicina al Colosseo. Ora però c’è che da qualche tempo sempre più mi imbatto in storie di Ricominciamenti che hanno più a che vedere con la prospettiva di Tolstoj che con quella di Trilussa.

Ed è a questo punto che nel binomio felicità-Tolstoj si è inserita lei, la TerraCheNonEsiste, il Molise. Perché da pochi giorni è stato pubblicato un bando della Regione, che trovate qui, che istituisce una misura all’apparenza bizzarra e cioè pagare qualcuno per tre anni purché si trasferisca in Molise, in Comuni con meno di 2000 abitanti e ci apra un’attività. Settecento euro al mese. La notizia ha già fatto il giro del mondo ed è approdata financo sulla Cnn.

Il punto è che da questo microcosmo sconosciuto se ne stanno andando tutti. Come riportarceli? La Regione ci prova così. I Comuni in cui potrete applicare la ricetta Tolstoj sono 107 sui 136 totali della TerraCheNonEsiste e li trovate qui (cliccate).  Vanno da San Pietro Avellana (permettetemi di iniziare dal “mio”)

San Pietro Avellana, paese (anche) del tartufo

a Capracotta, Carovilli, Vastogirardi (io non le mangio ma guardate che questo è il poker delle scamorze più buone del mondo, dicono gli amicimiei che le mangiano). E ancora Salcito, Bagnoli del Trigno

Bagnoli del Trigno

Forlì del Sannio, Pescolanciano, Scapoli (ma non illudetevi, ci si sposa pure lì) e tanti nomi che ora non vi dicono granché ma che saprebbero Tolstojzzarvi un belPop.

Carovilli dalla Masseria Monte Pizzi

I requisiti? Essere cittadini italiani (basta anche la doppia cittadinanza) o della comunità europea o essere in possesso del permesso di soggiorno per lungo periodo. L’attività che aprirete dovrà essere mantenuta per almeno cinque anni, per i primi tre avrete i 700 euro al mese di incoraggiamento.

Io non so se la ricetta della felicità di Tolstoj valga per tutti o, come per quelle famiglie di cui parlava, ciascuno voglia essere felice a modo suo. Ma posso assicurarvi che, se ce lo porterete, un pezzetto del cuore lì ce lo lascerete. Che si fa presto a parlare come tutti del mal d’Africa. Ma il mal di Carovilli è solo per intenditori. E amatori.

(e ora sbrigatevi, che le domande di partecipazione sono molte più del previsto).

 

Maria Callas, la donna che non morì mai

lunedì, settembre 16th, 2019

Due donne abitarono dentro al corpo di Anna Maria Cecilia Sophia Kalogeropoulos.

Mentre Maria cercava inutilmente affetto, la Callas mieteva successi e cercava di compensarne le angosce. Mentre Maria veniva tradita un po’ da tutti, a iniziare dalla madre passando dal marito Giovanni Battista Meneghini (che la trascinerà anche in tribunale per il tradimento con Ari) ad Aristotele Onassis, la Callas sublimava e ne curava le ferite su un palcoscenico.

Arte, talento, stile, eleganza. Ma anche una serie di schiaccianti dolori. A vestirle il corpo e a fasciarle l’anima fu Elvira Leonardi, sarta milanese nota con il nome di Biki, nipote acquisita di Giacomo Puccini ma soprattutto amica.

Alberto Mattioli su La stampa due anni fa riassunse la questione così: “D’accordo, diamo per detti il dimagrimento, la mamma stronza, il divorzio da Meneghini, gli amori sbagliati, quindi l’orrido Onassis, e quelli impossibili, vedi Visconti e Pasolini, i tailleur della Biki, la morte misteriosa”. Ma diciamolo: “quarant’anni fa quel 16 settembre 1977, al 36 dell’Avenue Georges Mandel di Parigi morì una donna che in effetti era già morta”.

Eppure ancora oggi resta la più viva. La più viva cantante lirica morta. Nel nostro immaginario, nei nostri occhi ma soprattutto nelle nostre orecchie. Perché? Ah saperlo. Si chiama carisma. E non ha un perché. O ce l’hai o non ce l’hai. E se ce l’hai non ti abbandonerà mai, neanche da morto.

Cosa aveva Maria Callas e cosa hanno le icone e i miti che non muoiono mai? Quella cosa che devi sentire che è tua. Che è anche un po’ tua. Quella cosa che ascolti Casta Diva, la sua Casta Diva, e senti che ti sta riportando a casa parti di te. Come fa l’amore.  E forse per questo mi piace pensare a Maria Callas come la donna che non morì mai.

La sindrome di Penelope

venerdì, settembre 6th, 2019

Chi è l’innamorato? E’ uno che aspetta. Pensateci: amare qualcuno alla fine vuol dire soprattutto aspettarlo, aspettarne i segni, la vicinanza, il uozzappo, il like sul post.

Stiamo tutti aspettando qualcosa, se teniamo a qualcuno. (Ma che davvero pensate che basti non parlarsi più per interrompere un legame? avvertiva Bukowski)

E chi è la nostra paladina? Penelope. Ne esiste anche una sindrome. Penelope che si innamorò di un viaggiatore fai-da-te, tal Ulisse. Quello parte e lei lo aspetta. Vent’anni. E poi vi lamentate che quello ha visualizzato e non risponde da venti giorni.
Penelope lo aspetta 20 anni, primo miracolo, e lui torna, secondo miracolo. Lui torna e lei si accorge di volerlo ancora, terzo miracolo.
Ma nella realtà -e nella statistica- esistono altre due evoluzioni della Sindrome di Penelope. E mo’ però vi tocca ascoltarvele nel video.

Direttamente dall’home page di Repubblica (questo il link al video) buona giornata e buona attesa, Penelopi e Ulissi miei.

Julie Andrews, che imparò a volare quando le impedirono di correre

martedì, settembre 3rd, 2019

Aveva avuto un successo strepitoso pur non avendo ancora detto forte supercalifragilistichespiralidoso, Julie Andrews. Che dopo le oltre duemila repliche a teatro di My Fair Lady si vede soffiare il posto per l’adattamento al cinema da Audrey Hepburn. Audrey, che guaiachiccelatocca, non ha però l’estensione vocale di Julie: quattro ottave, signorimiei (un pianoforte, per capirci, ne ha sette). E siccome stiamo parlando di un musical succede che Audrey quel posto lo vince ma verrà doppiata nelle canzoni: ce ne sarebbe per incavolarsi a bestia vieppiù, da parte di Julie. Che forse si incazza pure ma con quel certo stileche.

Senonché tre mesi dopo questa planetaria sòla, Julie sta in camerino nell’intervallo di Camelot, un altro musical. Ed è lì che il suo destino si prende la rivincita. O per meglio dire è lì che arriva l’ora anche per il suo daimon, il codice dell’anima, il demone creativo. Che ha le sembianze del signor Walt Disney in persona.

Che bussa, entra e le dice: “Signora Andrews, farebbe Mary Poppins per me?”.

Lei però è incinta di tre mesi. Non può. Per chiunque sarebbe bello che passato pure sto secondo treno. Ma vi pare che il demone creativo possa arrendersi così? E infatti è lì che Walt Disney le dice: “Bene, aspetteremo”.

Walt Disney aspetterà ancora un anno. E sarà un parto doppio: prima quello di Emma, la piccolina appena nata, poi quello della stichespiralidosa tata.

Mary Poppins uscirà nello stesso anno di My Fair Lady. Ed entrambe, Julie e Audrey, vengono candidate al Golden Globe. Lo sapete, no, chi vince.

Ed è lì, dopo la proclamazione, davanti ai flash, alle luci e a Audrey dietro alle quinte che Julie inizia il suo discorso di ringraziamento:

Grazie a te, Jack Warren. Per aver scelto un’altra al mio posto per My Fair Lady.

Perché così è: a volte i ringraziamenti più grandi è giusto che vadano non a chi ci ha aiutato. Ma proprio a chi, non aiutandoci affatto, ci ha permesso di crescere.
E, nel caso di Julie-Mary, addirittura di volare.