Archive for febbraio, 2019

La saittella

giovedì, febbraio 28th, 2019

A volte una buona idea ha bisogno di un treno per essere raggiunta. Vorrei dunque parlarvi del giorno in cui, oggi di due anni orsono, quindi per dirla con il nipotino della mia adorata Maria “ierissimo”, con Lorè e Milè prendemmo un FrecciaPop che ci condusse da Annuzza a Napoli.

E soprattutto vorrei qui ricordare il momento in cui Annanostra ci si presentava a piazza San Domenico con un cabaret di fiocchi di neve di Poppella, rione Sanità, due giorni dopo che un commando aveva preso a pistolettate le vetrine. Che qui la reazione civile passa non solo per la testa e per la volontà ma, contestualmente, per i vassoi.

Napoli, dove lo stomaco vicino al cuore si riscalda a ogni momento e non c’è concione che non ne venga illuminata.  Comequando a un certo punto dell’Amarcord ci si svelava, dopo il Cristo velato, anche il quarto segreto di Annuzza. Parlare alla testa anche tramite i vassoi ben si addice pure alla reazione amorosa. E dunque, rivangando amorosi trascorsi di corsi e rincorsi degli uomini che furono, a un certo punto

-Eh -dice Anna a Milè- quindi fu un amore che ancora non passa?
-Beh -dice Mile- più che amore direi che fu un sentimento
-Eh Milè, nuie tenimm ‘a digestione lenta, vedrai che fra poco sarà solo una simpatia
-Dici, Annù?
-Dico, Milè: che nella vita dal piedistallo alla saittella è un attimo

La saittella essendo il tombino è dunque alla parabola della saittella che consegnerei alcune primarie riflessioni: quando siete felici fateci caso. Che per la saittella è un attimo

Uà Meripo’ ma in sostanza che vuoi dire? Dico che se hai una malinconia da femmina devi andare a scioglierla in una città femmena con amiche femmene e con un Virgilio femmena, come Anna, Nostra Signora dei friarielli, che con un sinnominato spettacolo torna ogni tanto a teatro.

Essendo in zona uichendo dico: andate a Napoli. Andateci se il cuore sta un po’ ammaccàt e anche se sta allegro, andateci spesso, andateci sempre.

E attenzione – a Napoli e nella vita in generale- a dove mettete i piedi: che per la saittella è un attimo.

Basta nu poc ‘e zuccàr

Rosetta Stame, vivere per ricordare

mercoledì, febbraio 27th, 2019

Non bastava che le SS avessero preso prigioniero suo padre, torturandolo a Via Tasso, quando lei era una bimba di sei anni.

Non bastava aver dovuto vedere, subito dopo, sul corpo del padre, il tenore e partigiano Nicola Ugo, i segni della barbarie nazista.

Non bastava neanche averlo visto trucidare alle Fosse Ardeatine, che lui fu uno dei 335 massacrati per rappresaglia dopo Via Rasella.

No, Rosetta Stame aveva dovuto subire -nel 2003- anche l’umiliazione della condanna a risarcire Eric Priebke.

Perché lui aveva denunciato lei, Presidente dei familiari delle vittime delle Fosse Ardeatine, per diffamazione (per aver detto in un’intervista che il padre fu torturato, presente Priebke, a Via Tasso) Che a volte la vita, davvero, ti si accanisce contro. (In appello -e in extremis per la imperitura vergogna- la condanna al risarcimento fu annullata)

Rosetta Stame se ne è andata stanotte, a 81 anni. Non ci sarà quest’anno, il 24 marzo, a ricordare l’irricordabile.

E allora lo ricorderemo noi, anche per lei.

L’infinita lezione di don Roberto

mercoledì, febbraio 20th, 2019

Di don Roberto Sardelli avevamo parlato qui, l’11 dicembre scorso, presentando il libro di Matteo Amati sulla storia della Cooperativa Agricoltura Nuova.

Matteo che è un ragazzo di famiglia destinato a diventare ingegnere ma a 20 anni conosce un prete che si occupa dei baraccati -184 famiglie- accampati all’Acquedotto Felice, a Roma, in condizioni estreme, emarginati dagli abitanti del quartiere Don Bosco. Sono soprattutto immigrati dal Sud Italia. Quando gli immigrati erano gli italiani con gli italiani ma nessuno diceva “prima gli italiani”, tutti. Che si è sempre immigrati di qualcuno.

Quel prete era don Roberto Sardelli, morto ieri. In silenzio e nel silenzio. Don Roberto che in quelle baracche si era trasferito. E quello studente, Matteo, si ritroverà di lì a poco a seguirne le orme abbandonando casa, genitori, fratelli e passando dal comodo letto della sua stanza a una brandina poggiata in una cucina di una baracca.

E’ questo, anche questo, il 1968. Le barricate di don Roberto hanno i confini di una baracca, la 725, nella quale insegna a ragazzi senza speranza. Perché don Sardelli su questo non transige: “il povero che non prende coscienza della sua condizione è fottuto”. E il povero ha un’unica strada per riscattarsi: studiare. Non c’è elettricità, nella Baracca 725, alle quattro del pomeriggio è già buio, e non c’è acqua, nonostante stiano accampati sui muri dell’Acquedotto. Ma nessuno si tira indietro, tantomeno Matteo. Davanti c’è don Sardelli, dietro c’è don Milani.

In quella Baracca i ragazzi imparano a conoscere e amare Martin Luther King, Gandhi, Malcom X, a leggere i libri editi dalla casa editrice fondata da Adriano Olivetti, stanno sì nelle baracche ma in sottofondo ascoltano Beethoven e Vivaldi. Quei ragazzi si interrogano, chiedono, apprendono, crescono, si riscattano.

Quanti ne ha riscattati, don Roberto? Incalcolabili.

Stamattina la mia amica Tiziana mi ha mandato questa lettera (pubblicata da Giuliano Santoro sulla sua bacheca Facebook). Mi sembra il modo migliore per ridargli voce:

Ad un’insegnante che si ostinava a mettere il voto ZERO a tre bambine delle baracche e che aveva detto che i metodi della scuola di strada erano da “pazzi”, Roberto Sardelli fece recapitare un biglietto con queste parole:

“Cara signora,
ho 33 anni e ancora nessuno mi ha spedito al manicomio. Ho altri acciacchi, ma la mente mi regge ancora bene. Per quanto riguarda Antonella, Francesca ed Antonia, io vorrei che lei ne conoscesse un po’ la vita e la storia. Vedrà allora che esse sono di una saggezza invidiabile. Lei nelle stesse condizioni si ammalerebbe, darebbe in isterismi, minaccerebbe suicidi ed omicidi. Niente di tutto questo per le tre ragazze. Esse sono di un equilibrio eccezionale e posseggono un senso della vita che lei mostra di non possedere ancora. Quindi, almeno in ciò, Antonella, Francesca ed Antonia potrebbero esserle insegnanti. Non umili più questa loro saggezza con ‘zero’ perché lo prenderemmo come una pugnalata di cui, prima o poi, ci vendicheremo”.

Parlami d’amore

giovedì, febbraio 14th, 2019

Dunque, bellimiei, Meri Pop sbarca su Repubblica. Da oggi, nell’inserto Live (costa 50 cent in più ma sono disponibile a valutare rimborsi circoscritti).

La rubrica si chiama Parlami d’amore (Parlami d’amore Meripo’ per gli amici).

Dedicato a tutti voi Poppiani della prima ora. Fatemi sapere che ne pensate ma soprattutto scrivete: carameripop@gmail.com

Buona lettura e, guardate che me tocca dì, buon amore a tutti.

Perdere la testa

giovedì, febbraio 14th, 2019

Comunque San Valentino è stato arrestato tre volte, flagellato e decapitato. Ed è stato infatti ritenuto un testimonial abbastanza credibile per l’innamoramento.

Io sono Mia

martedì, febbraio 12th, 2019

Quando i pompieri sfondano la porta di casa lei è stesa sul letto, le cuffie con la musica sulle orecchie. “L’espressione serena”, forse per la prima volta. È morta da due giorni e nessuno l’ha cercata, Domenica Rita Adriana Berté per l’anagrafe e Mia Martini per tutti noi. Scende così tristemente il sipario su una delle voci e delle anime più calde e al contempo oscure che la storia della musica ricordi. E’ il 1995.

Stasera RaiUno le dedica un film, Io sono Mia. Di quanto male le sia stato fatto sappiamo tutti. Di quanto bene ci faccia lei, e di quanto paradossalmente rischiari il nostro buio con il suo, meno. Mia Martini, quell’angolo malinconico e sofferente che risuona in ciascuno di noi appena la sua voce reca in prestito suono e parole.

Chi saprebbe racchiudere meglio di Minuetto lo stato dell’arte del perenne stare appese? Chi, se non le parole di Franco Califano, la musica di Dario Baldan Bembo e il graffio della sua voce? E il suo è un graffio perenne. Nella voce e nella mente. Sua e nostra.

Dove sei “Tu, piccolo uomo” che dal 1972 imploriamo di non andar via? E in quanti Almeno Tu abbiamo riposto nuovamente la fiducia che l’Almeno tu precedente si era portato via?

Potremmo riscrivere ciascuno il proprio il curriculum sentimentale quasi solo con l’elenco delle sue canzoni. Quelle alle quali ci siamo aggrappati, quelle che ci hanno stanati, quelle che ci hanno stappato le lacrime, quelle che ce le hanno asciugate. Ci ha scrutato nel cuore e ci ha restituito le parole per saperlo leggere anche noi Si chiama arte. E non muore mai. Perché, diceva Rainer Maria Rilke,
Le opere d’arte sono sempre il frutto dell’essere stati in pericolo, dell’essersi spinti, in un’esperienza, fino al limite estremo oltre il quale nessuno può andare”.

“Molti mi hanno chiesto cosa è successo in questi anni, dove sono andata a finire”. Ecco, cosa le è successo, dalla sua viva voce: