Archive for dicembre, 2018

La scelta

martedì, dicembre 11th, 2018

Pochi sono gli incontri veri, quelli capaci di cambiarti la vita. E pochi sono gli incontri che trasformano la vita in un destino. Non lo sa ancora, Matteo, ragazzo di famiglia destinato a diventare ingegnere, quando a 20 anni conosce un prete, don Roberto Sardelli, che si occupa dei baraccati -184 famiglie- accampati all’Acquedotto Felice, a Roma.

Eccola, l’altra Roma del 1968, che di questo parliamo:

Quanto ci vuole a cambiare il corso di una vita?
Un attimo. QUELL’attimo. L’attimo in cui ogni volta ciascuno di noi compie una scelta.

E quello studente si ritroverà di lì a poco ad abbandonare casa, genitori, fratelli (e con quanto dolore, sapendo che li avrebbe persi sul serio per un’incomprensibile e ai loro occhi folle scelta) e passare dal comodo letto della sua stanza a una brandina poggiata in una cucina di una baracca.

E’ iniziato così, il suo 1968. Le sue barricate hanno i confini di una stanzetta dalla quale esce la mattina per andare a coltivare i campi e rientra la sera, stremato, aprendosi una brandina in cucina per dormire, dopo aver insegnato nel pomeriggio alla Baracca 725 -cioè la scuola per i ragazzi baraccati. Perché don Sardelli su questo non transige: “il povero che non prende coscienza della sua condizione è fottuto”. E il povero ha un’unica strada per riscattarsi: studiare. Non c’è elettricità, nella Baracca 725, alle quattro del pomeriggio è già buio, e non c’è acqua, nonostante stiano accampati sui muri dell’Acquedotto. Ma nessuno si tira indietro, tantomeno Matteo. Davanti c’è don Sardelli, dietro c’è don Milani.

In quella Baracca i ragazzi imparano a conoscere e amare Martin Luther King, Gandhi, Malcom X, a leggere i libri editi dalla casa editrice fondata da Adriano Olivetti, stanno sì nelle baracche ma in sottofondo ascoltano Beethoven e Vivaldi. Quei ragazzi si interrogano, chiedono, apprendono, crescono, si riscattano.

E no Matteo non si farà prete, si farà anzi parecchio comunista (che allora, in certi casi, era la stessa cosa). E paladino della lotta all’emarginazione, ovunque la veda. Mai però in solitaria, sempre “con”, “insieme a”: ai suoi compagni, a sindacati, braccianti, disoccupati, contadini. Dopo la Scuola 725 arriveranno le lotte accanto ai cavatori di pietra, l’inclusione nel lavoro dei portatori di handicap, degli ex detenuti, sarà Direttore della Comunità di Capodarco e molto altro ancora.

Come non bastasse tutto questo putiferio a un certo punto si accorge che ci sono dei terreni incolti tra la Laurentina e la Pontina: immense distese in completo abbandono dove transita solo qualche pecora randagia. Si chiama Le Tre Decime. E’ considerata terra di nessuno. E per questo stanno per metterci le mani i palazzinari, per sventrare tutto e costruire selvaggiamente. E’ terra piena di reperti archeologici, resti di insediamenti romani ed è terra buona da mettere a frutto.

Ora però, dicoio, già hai messo in campo attività che basterebbero a riempire dieci vite, ma pensa a quelle, no? NO. E dunque insieme ai suoi compagni che fanno? E’ il 2 luglio del 1977 quando una strana colonna di braccianti, contadini, disoccupati e volontari si mette in marcia sulla Pontina.

La madre di Matteo sta davanti al Tg1 quando rivede quel figlio “scomparso”: sta occupando insieme agli altri quelle terre. Pacificamente ma convintamente, diciamo. Per poco non ci rimane secca, racconta oggi lui.
Ed eccola la foto delle tronchesi che tagliano i lucchetti: sta nascendo la Cooperativa Agricoltura Nuova.

Chi è di Roma forse sa di cosa parlo e agli altri dico Venite a conoscerla. Io ci ho abitato accanto un matrimonio fa, per dodici anni. E dico Venite a vedere.

Oggi quei 180 ettari di terreni incolti sono diventati un’azienda agricola all’avanguardia, che ha introdotto il chilometro zero e il biologico e il rispetto dei tempi della natura quando nessuno sapeva neanche cosa significasse. In quell’azienda-comunità lavorano anche portatori di handicap, ex detenuti, i fondatori accanto ai nuovi operai.

In quell’azienda -e accanto a Matteo a ai suoi fondatori- è passata la storia. Sì, la storia. Tu dici Agricoltura Nuova e stai parlando di Giulio Carlo Argan, di Luigi Petroselli, di don Di Liegro, Pio La Torre, Antonio Cederna, Danilo Dolci, Emanuele Macaluso, Natalia Ginzburg, Carlo Lizzani, Ennio Calabria, Liliana Cavani, Tullio De Mauro e ancora Clara Sereni e Raffaele Paganini (sì lui, il ballerino) e perdonatemi ma sono una marea.

Questo signore si chiama Matteo Amati e su questa storia collettiva e su tutti questi incontri ha scritto un libro che si chiama “Animali abbandonati in pascoli abusivi”:

il titolo arriva proprio da un ragazzo della Comunità di Capodarco, con un grave handicap motorio, che Matteo portò con sé a vendere i prodotti agricoli su un banchetto all’Appio. Lui osservò, chiese, si informò su tutto quello che stava dietro quelle patate e quei broccoletti e insomma alla fine esclamò: “mi sembrate animali abbandonati in pascoli abusivi”.”E io pensai -scrive Matteo Amati- che aveva proprio ragione”.

Se penso di dover spiegare cosa sia stato il 1968, se penso di doverlo raccontare oggi a mia nipote, cinquant’anni dopo, io penso soprattutto a questo ’68, quello di questi ragazzi sognatori che volevano cambiare il mondo. E un po’ l’hanno cambiato davvero.

E se penso a Matteo Amati io penso a quell’attimo. Quello nel quale abbiamo perso un ingegnere. E abbiamo guadagnato questo pezzo di storia del quale andare orgogliosi. Accanto, e insieme a lui, il libro restituisce l’immagine e la testimonianza di un’Italia che si rimbocca le maniche e rischia in prima persona e aiuta e sogna in grande e raggiunge i propri sogni e cambia la qualità della vita di chi incontra.

E’ un’Italia aperta, generosa, impegnata, quella che troverete in questo libro. Un’Italia che oggi più che mai avrebbe bisogno di essere intercettata, valorizzata, rappresentata, moltiplicata. “Un’Italia -scrive Guido Crainz nella Prefazione-  che non potrà mai vincere, forse, ma neppure essere sconfitta”. Viva l’Italia. Questa Italia.

Matteo Amati
Animali abbandonati in pascoli abusivi. Un ’68 diverso
Edizioni Viella

Claude Monet, l’uomo che riuscì a raccogliere aria e luce e le imprigionò su una tela

mercoledì, dicembre 5th, 2018

Dice allora andiamo a Giverny per scendere nel nucleo atomico dell’Impressionismo, a casa Monet. E chiunque dovrebbe prima o poi sperimentare questa sequenza: effettivamente partire da Parigi aeroporto, arrivare a Giverny (con l’ulteriore aggravio di una trentina di inutili chilometri, che il Navicoso si era spento e siamo spuntate alla Defense invece che verso Giverny), dormirci -a Giverny- alzarsi la mattina dopo, consumare una colazione effettivamente molto impressionante, scrutare il cielo, scrutarci noi  e con un’occhiata decidere, con i biglietti già acquistati in tasca, che no: con le secchiate d’acqua a quei giardini no. Non stamattina. Non così.

Inutilmente l’ostessa che ci ospitava strabuzzava il ceruleo e normanno occhio
-Ma come, parbleau, e prendetevi un parapluie! Mavviparemai che avete fatto tutta questa strada e ve ne andate senza vederla?
Dirò di più: senza nemmeno passarci davanti. Che Grace quando va in fissa è irremovibile. “Meripo’, lo faremo al ritorno, che i giardini di Monet con il monsone proprio no, jàmm”.

L’irremovibile Grace, manco a dirlo, aveva ragione. Perché riallocato il Navicoso sulla via del ritorno verso Paris, quindici giorni dopo, e dopo aver perimetrato Bretagna e Normandia in lungo e in largo, arisbucavamo a Giverny in una splendida giornata di gialli e di azzurri. Che nemmeno se ce li avesse dipinti il padrone di casa, sarebbero stati così.

Tutto questo pippone per dirvi Andate. Fatevi questo regalo se ancora non ve lo siete fatto e fatevi questo viaggetto sui posti veri che crearono quei capolavori dipinti di Claude Monet. E se non tutti andate almeno alla fermata finale, a Giverny, dove creò un Paradiso prima in un giardino e poi sulle tele, lì dove ormai praticamente cieco dolentemente confessò: “Questi riflessi sono diventati un’ossessione. E’ una cosa che va al di là delle mie forze di vecchio, e tuttavia voglio riuscire in quello che sento”.

E, neanche a dirlo, ci riuscì. Claude Monet, morto il 5 dicembre di 92 anni fa, lì, fra l’aria e la luce che non vedeva più ma che aveva raccolto per tutta la vita, imprigionandole nelle sue tele.

Giardini di Giverny, foto Meri Pop

Nilde Iotti, quanto ci manchi, quanto ci sei ancora

martedì, dicembre 4th, 2018

La prima donna -e pure comunista- a ricoprire una delle tre più alte cariche dello Stato venne eletta nel 1979. Fu Presidente della Camera per tre legislature e nessuna l’ha ancora eguagliata, non solo in durata.

Ma Leonile Iotti detta Nilde è stata anche partigiana, staffetta, combattente, indomita, ha fatto parte del primo nucleo di politici che ha preparato il Parlamento Europeo e soprattutto è stata una donna che, nonostante i ruoli pubblici, non ha rinunciato all’amore nel privato (e l’ha pagato a caro prezzo, quell’amore, confinata in una soffitta). Nilde Iotti che a quell’amore impossibile in tempi bacchettoni scrive “… Ti amerò sempre come ti ho amato dal primo giorno, come ti amo oggi” ma allo stesso tempo aggiunge “Nella mia vita potrei accettare di tutto, salvo che di non lavorare, di non essere me stessa”.

Con quell’amore illegittimo ha intanto anche adottato una figliola.

E’ il 20 giugno del 1979 quando per la prima volta sale sullo scranno più alto della Camera ed è la prima donna a poterlo fare. E questo, tra l’altro, dice:

“Io stessa – non ve lo nascondo – vivo quasi in modo emblematico questo momento, avvertendo in esso un significato profondo, che supera la mia persona e investe milioni di donne che attraverso lotte faticose, pazienti e tenaci si sono aperte la strada verso la loro emancipazione. Essere stata una di loro e aver speso tanta parte del mio impegno di lavoro per il loro riscatto, per l’affermazione di una loro pari responsabilità sociale e umana, costituisce e costituirà sempre un motivo di orgoglio della mia vita”.

Rinunciò a tutti gli incarichi per motivi di salute il 18 novembre 1999. La sua lettera fu accolta alla Camera con un grandissimo applauso. Morì pochi giorni dopo, il 4 dicembre, oggi.

Nilde Iotti: ragione e sentimento. Ma soprattutto il fascino dell’intelligenza.
Ricordiamole, ricordiamole sempre, le persone capaci. Quelle delle quali nessuno ha avuto bisogno di notare o sottolineare più di tanto che fossero donne: erano, semplicemente, le persone migliori in quei posti.

 

Vorrei la pelle nera

lunedì, dicembre 3rd, 2018

Confessiamolo: ciascuno di noi prima o poi sente il desiderio di lasciare una traccia di sé nel mondo, per non pensare di essere passati invano. Tra l’eterno niente che c’è prima di noi e l’eterno niente del dopo di noi, ci azzecchiamo nel mondo per una frazione di tempo, un lampo, un impercettibile e insignificante momento. Eppure inseguiamo l’idea di poterne lasciare testimonianza, “Ognuno col suo viaggio, ognuno diverso”, come canta quello.

Ordunque, miei cari, si pensi a quegli ardimentosi del Comune di Codroipo che, incaricati di redigere un nuovo regolamento per l’asilo nido locale, improvvisamente si illuminano, reciprocamente si guardano e vedono il lampo del proprio genio rischiarare il buio dell’anonimato: sì, lasceremo una traccia ai posteri pure noi.

E decidono di consegnarsi alla storia così, con una firma. Sotto alla frase “è vietato ogni riferimento alle diverse culture o alle culture di provenienza degli alunni”. E cioè mobbasta giocare coi bambolotti con la pelle nera.

Sono lontani i tempi nei quali Nino Ferrer, conscio del fatto che mai avrebbe raggiunto le vette canore di James Brown e Wilson Pickett, implorava invece a squarciagola VORREI LA PELLE NERA.

Darwin, perdonaci.