Archive for novembre, 2018

Louisa May Alcott, piccola grande donna

giovedì, novembre 29th, 2018

Primancora degli oroscopi di Paolo Fox e dei test di IodonnatudonnaElladonna fu lei a disegnare le quattro categorie in cui ciascuna donna, da quel momento in poi, avrebbe potuto riconoscersi. E forse è stato questo il successo inarrivabile del suo capolavoro, “Piccole donne”, 1868: Louisa May Alcott, che nacque 186 anni fa oggi a Germantown, città della Pennsylvania oggi parte dell’area di Philadelphia.

Perché chi di noi non ha trovato almeno una delle sorelle March ch’entro le ruggeva? Quando non un po’ di tutte. Quante fragili Beth, sagge Meg, buffe Amy e tumultuose Jo March si sono riconosciute in quelle pagine? Quanta forza ci ha dato Jo che voleva scrivere e non sposarsi, in un’epoca nella quale senza matrimonio ci si consegnava all’insignificanza e all’invisibilità?

Louisa May Alcott non si sposò mai e volle che anche Jo non lo facesse. Una volta raccontò,  in pieno puritanesimo americano, di essere rimasta nubile perché nella vita “mi sono sempre innamorata di molte ragazze carine, ma mai una volta di un uomo”.

A un certo punto iniziarono pressioni fortissime da parte del pubblico perché sta benedetta Jo si sposasse con Laurie, il ragazzo della porta accanto. Alla fine Louisa cedette ma niente ragazzo bello, giovane, ricco, che la adorava: le diede in marito il professore Bhaer. Scegliere per amore. Non si usava.

Louisa May Alcott, dunque attivista femminista, antischiavista, insegnante, domestica, governante e scrittrice, ma soprattutto disegnatrice di caratteri femminili. Suo padre Amos Bronson Alcott, era un insegnante e fissato trascendentalista kantiano, sempre in ambasce e in bolletta. E fu lei che, per aiutare la famiglia, si dovette rimboccare le maniche anzi i pennini. Si guardò intorno e vide le sue tre sorelle da raccontare. Perché Piccole donne è la sua storia, quella della sua famiglia. Compresa la morte della sorella più giovane e il matrimonio della più anziana.

Alla fine degli anni Quaranta dell’Ottocento, Louisa May Alcott si appassionò ai diritti delle donne e soprattutto l’estensione del diritto di voto. Diventò la prima donna a iscriversi negli elenchi per l’elezione di un consiglio d’istituto scolastico a Concord. Lavorò come infermiera durante la Guerra Civile, ma si ammalò gravemente di tifo.

Anni Cinquanta, ancora guai finanziari per la famiglia. Lei si sentiva angosciata perché non trovava un lavoro adatto a sostenerla. Ebbe una forte depressione e meditò persino il suicidio.

Ma è nel 1868 che scrisse il libro che non aveva nessuna intenzione di scrivere. Poi, capito che l’editore non avrebbe mai fatto scrivere un libro a suo padre (che di quel libro stava facendo una malattia) se lei non ne avesse scritto uno per ragazzi, si decise. E scrisse Piccole donne in 10  settimane, come una forsennata, spesso dimenticandosi anche di mangiare. “Questo lavoro non mi piace per niente”, disse del lavoro che doveva consegnarla alla storia.

L’anno dopo uscì anche Piccole donne crescono. Nel frattempo stava facendo i conti  con una malattia autoimmune cronica, forse lupus, che la debilitava giorno per giorno (un’altra ipotesi è che soffrisse di un avvelenamento da mercurio, causato dai trattamenti subiti per curare il tifo).

Morì a 55 anni per un ictus il 6 marzo del 1888 a Boston, due giorni dopo la morte del padre.

È sepolta allo Sleepy Hollow Cemetery di Concord, poco distante dalle tombe di altri grandi autori americani come Henry David Thoureau e Ralph Waldo Emerson.

Le quattro sorelle March, invece hanno 150 anni. E sono più vive che mai.

21 novembre. Quello

mercoledì, novembre 21st, 2018

“Tutti coloro che si troveranno ancora in paese o sulle montagne circostanti saranno considerati ribelli e ad essi sarà riservato il trattamento stabilito dalle leggi di guerra dell’esercito germanico”. Cioè la fucilazione sul posto. E no, gli abitanti di Pietransieri non ubbidirono ai nazisti. Si rifugiarono nel bosco di Limmari. Ma fu proprio lì che li raggiunsero e li fucilarono, uno per uno: morirono così 128 persone fra le quali 34 bambini al di sotto dei 10 anni e un bimbo di un mese. Era il 21 novembre 1943. I corpi restarono abbandonati nella boscaglia, sepolti dalla neve, fino alla primavera del 1944.

I tedeschi, comandati dal tenente Schulemburg, all’inizio si accanirono contro il bestiame razziato, mitragliato e abbandonato. Poi passarono alle persone. La strage si compì fra il 16 e il 21 novembre. “Alcuni pietransieresi,vennero sorpresi e fatti saltare all’interno dei casolari. Molti altri vennero uccisi, con fucilazioni di massa, l’unica superstite fu Virginia Macerelli, una bambina di sei anni che fu occultata e protetta dalle vesti della mamma”.

Eccidio Pietransieri

“Il sangue dei Limmari” (foto da http://chieti.blogspot.it/2009/08/per-custodire-la-memoria.html)

L’eccidio di Limmari, o eccidio di Pietransieri, è rimasto, fra gli orrori di guerra, un po’ come quei corpi sotto la neve nella boscaglia: occultato. Così come nascosti sono rimasti l’eroismo e il sacrificio della Valle del Sangro, nell’autunno del 1943, dove i tedeschi sul Trigno contrastarono più duramente l’avanzata degli alleati.

Pietransieri, oggi frazione del comune di Roccaraso, non ha dimenticato mai. Ha eretto anche un sacrario, nel quale mi accompagnò qualche anno fa il mio amico Pasquale di San Pietro Avellana. Arrivò un giorno sulla piazza del paese e mi disse

-Vai a cambiarti, scarpe comode e pelo sullo stomaco
-Ma dove andiamo?
-Nell’inferno

Arrivammo al sacrario di Pietransieri, in cima a una salita, un tempio le cui le pareti sono interamente coperte di targhette di pietra con il nome e l’età di ciascuno degli uccisi. Tutto intorno silenzio. E in silenzio siamo stati lui ed io anche per il viaggio di ritorno a San Pietro.

Sacrario di Pietransieri

Sacrario di Pietransieri (foto da http://www.goticoabruzzese.it/pietransieri-eccidio-limmari/)

Su questo eccidio, dimenticato, è arrivata solo l’anno scorso una sentenza storica, dopo quasi 75 anni: la Germania, in quanto Paese successore del Terzo Reich, è stata dichiarata colpevole dell’eccidio dei Limmari e condannata dal tribunale di Sulmona anche al risarcimento (1,6 milioni di euro al Comune di Roccaraso e circa 5 milioni di euro da versare a gran parte degli eredi delle vittime).

Una sentenza storica e coraggiosa che porta la firma di una donna, la giudice Giovanna Bilò, magistrato dal 2012. “La verità -scrive- è che una simile strage fu resa possibile proprio dalla sistematica accondiscendenza, quando non dalla sollecitazione, da parte dei vertici dell’esercito tedesco di tali atti di assassinio, sterminio, deportazione e violazione della vita privata ai danni della popolazione civile e con il dichiarato fine di contrastare qualsivoglia pericolo alla supremazia tedesca”.

A che serve, 75 anni dopo? Serve.
Perché “E’ proibito piangere senza imparare,
svegliarti la mattina senza sapere che fare
e avere paura dei tuoi ricordi”.
(Pablo Neruda)

Quello che potremmo fare ioettè

martedì, novembre 20th, 2018

Esterno sera. Un bar all’aperto, complice quelle sere d’estate che Roma ti regala e che nessun’altra città al mondo potrà darti mai.

Due tavolini vicini. Lei si gira e chiede un accendino, glielo allunga lui. Quanto ci sarà voluto? Cinque secondi. Ci si può consegnare prigionieri negli occhi di un altro in cinque secondi? Sì, si può. Si uniscono i tavolini. Si uniscono anche le anime. Dopo un’ora, al secondo giro di quei caspita di Spritz con la cannuccia che solo Roma sa darti e che tanto fanno incavolare la mia friulana amica Franca, i giochi sono già chiusi.

Io e te, io e te dentro un bar a bere e a riderè.

Iniziano lì, quei giorni perduti a rincorrere il ponentino. E a mandare in tilt whatsapp. Quello che potremmo fare io e te. Non lo puoi neanche crederè.

Ma l’amore non può dirsi completo senza complicazioni. Ed eccole le tre di lui: 38, 10 e 7 anni. Compaiono quasi subito, in questa storia. Senza scuse, senza infingimenti. No, non ci sono matrimoni in crisi, non ci sono separazionincasa (l’Italia è una Repubblica fondata sui separati in casa ma lui no, questa meschinità proprio no). Non si può.

Ma l’amore non può dirsi completo senza i ritorni. Passano mesi e lui la cerca di nuovo: senza non ce la faccio. Non so come fare neanche con.
Sai che ho pensato sempre,
quasi continuamente,
che non sei mai stato mio.
Dovevi sempre andar via.

L’amore non può dirsi completo manco senza giorni di infiniti rovelli. Che lo trasformano in altro: né con te né senza di te. Che non è amore: è tormento. Quello che c’è ora. E quello che verrebbe da qui in poi.

Così è lei che gioca il jolly. A quel tavolino lo ha convocato due sere fa: ha tirato fuori una busta bianca dalla borsa e gliel’ha consegnata. E’ un biglietto. Un biglietto per un concerto. Vasco Rossi a Milano. Giugno 2019. Lei ne ha un altro, al posto accanto. Da qui a lì io non ci sarò più per te. Se ti troverò seduto alla fila 5 posto 30 vorrà invece dire che potrò. Che potrai. Che potremo.
Che potremmo fare io e te
Non l’ho mai detto a nessuno
Però ne sono sicuro
Quello che potremmo fare ioettè
Non si può neanche immaginarè.

Io e te.
Sdraiati sul divano, parlar del più e del meno io e te.
Come nelle favolè.

Un giorno, tre autunni

giovedì, novembre 15th, 2018

Era iniziata come spesso iniziano le storie d’amore: su un binario. Perché alla fine è questo che accettiamo di fare quando Cupido si muove: muoverci anche noi, fare un pezzo di strada insieme. Lei saliva, lui scendeva. Anche in senso geografico. La Roma-Milano-Roma è trafficatissima anche per questo.

Naturalmente, perché sia davvero un grande amore, non basta il cuore: occorre prima di tutto un ostacolo. Oltre il quale pensare di gettare il cuore. E questo ostacolo, se ci innamoriamo a nacerta, prende spesso le sembianze di una vita precedente: l’amore statisticamente arriva mentre almeno uno dei due è occupato. Dunque iniziò quella fase di infinito e doloroso sganciamento del 50% precedente. Anni. Passarono anni di fronte ai quali però nessuno dei due indietreggiò. Nessuno si arrese anche quando le cose diventarono difficili. Fu quando diventarono evidentemente insormontabili che lui sparì. Così. Una mattina. Perché anche questo va detto: dopo anni di dibattiti su come ci si lascia financo io ho dovuto rivalutare in certi taluni casi la sparizione.

Perché cosa vuoi riuscire a dire, nell’ora dell’indicibile? Un bel tacer non fu mai scritto, figuriamoci telefonato.

A quella scomparsa lei sembrava essersi rassegnata. In linea di massima c’è sempre quel rifugio consolatorio secondo il quale “Due anime che si separano è una cosa triste, ma due anime che non si incontrano mai è una tragedia”. Bello comunque averlo avuto. Sissì. Come no. Però. Mh.

“Un giorno, tre autunni”, dice un proverbio cinese per indicare quando ti manca qualcuno così tanto, che un giorno pesa come fossero tre anni. Sennonché ora tre autunni sono pure effettivamente passati. E hai voglia a contare.

Comunque è successo che invece l”ho rivista io, a pranzo qualche giorno fa, qui a Roma, lei. Non l’ha mai nominato, avevamo altre urgenze, salvo alla fine dirmi, giusto mentre mi salutava:
-Eppure, Meripo’, sento che sto per rincontrarlo.
In questi casi si risponde con un consolatorio:
-Ah sì?
che nasconde un pragmatico
Maffiguriamoci.

Sennonché ieri lei era nuovamente sul solito binario: si incammina verso la carrozza, un’occhiata al posto assegnato, una al trolley. Ma ecco che sul trambusto casinista della salita-discesa a un certo punto senza motivo alcuno lei si volta. E da lontano lo vede. Stesso binario, in fondo. Un giorno, tre autunni. Tre autunni, un attimo.

Vedi, quando meno te lo aspetti la vita ti viene incontro. E tu puoi cambiare il corso delle cose. Puoi cambiare aspettando pochi attimi: aspettare che il suo sguardo arrivi al tuo incrocio. E darti-darsi un’altra chance.

Ed è lì che lei, invece, spiazza il destino. E sale. Senza voltarsi più.

L’amica Preziosa

lunedì, novembre 12th, 2018

E’ successo un pomeriggio. Le due ragazzine stavano giocando su un muretto, in paese. Qualche chiacchiera, qualche rincorsa, qualche scambio di sassi. Il mondo può essere un posto molto semplice, a undici anni.
A un certo punto arrivano dei ragazzini e iniziano a prendere di mira quella a destra:

-Guardateqquà ci sta la profuga, Pròfuga proòfuga

Perché il mondo può essere anche un posto molto crudele, a undici anni.

Sei profuga anche se abitavi solo venti chilometri più in là. Ma là c’è la guerra. E qui ce n’è di meno. E allora scappi. E quella parola ora ti mortifica, ti umilia.

-Pròfuga pròfuga
continuano a schernirla

E’ a quel punto che la ragazzina a sinistra la prende per mano e le dice

-Non starli a sentire, andiamo.

Cinque parole. Non-starli-a sentire-andiamo

Si può salvare la vita di una persona con cinque parole?

Sì, io ho visto che si può.

Perché la bambina di destra di questa istantanea della storia è mia madre. E quella di sinistra si chiamava Preziosa. Ed è morta ieri mattina. Settantaquattro anni dopo.

Eppure per tutti questi anni mia madre non l’ha mai dimenticata, anche se non l’ha più rivista. L’ha idealmente sfiorata questa estate, quando due cari, anzi preziosi, amici -che qui nuovamente ringrazio- hanno fatto sì che mia madre ritornasse a Carovilli, il paese nel quale era sfollata e che, al netto di qualche ragazzino sgarbato, l’ha accolta e l’ha messa in salvo. L’ha messa in salvo, nel tempo, anche con quelle cinque parole. Ma questa estate Preziosa stava già poco bene e non ce l’ha fatta a venire. E’ però venuto il fratello e ha portato a mia madre quella carezza ideale, a oltre settant’anni di distanza.

Cinque parole garbate. Pensate quanto ci vuole poco, certe volte, per essere messi in salvo. E quanto possa essere Preziosa, con poco, la vita.

Foto da “L’amica geniale”

Yad Vashem, la Cappella Sistina della memoria

giovedì, novembre 8th, 2018

E’ la sera del 9 novembre e sono passate da poco le 22 quando un discorso di Joseph Goebbels dà il via alla più violenta ondata di saccheggi, devastazioni e distruzioni contro gli ebrei. E’ il 1938. E’ la notte dei cristalli. Quella in cui migliaia di vetrine di negozi ebraici furono infrante a colpi di bastoni, circa 1.400 sinagoghe e case di preghiera ebraiche incendiate o vandalizzate e trentamila ebrei tirati giù dai letti nel cuore della notte, mentre altri buttavano dalle finestre i loro mobili, per poi trasferirli nei campi di Dachau e Buchenwald. “Una catastrofe prima della catastrofe” la chiamò lo storico Dan Diner.

Lo scempio finì trasformando le piazze delle città in enormi bracieri nei quali furono dati alle fiamme Bibbie, libri di preghiera e migliaia di volumi non graditi ai nazisti. La profezia di Heinrich Heine andava incontro alla sua tragica realizzazione: “Ricordatevi che prima si bruciano i libri e poi si bruciano gli uomini”.

Il resto, purtroppo, lo conosciamo. Ma per quanto lo si possa leggere, ritrovare nelle foto, rintracciare nelle cronache e nei documenti, è niente rispetto al pugno allo stomaco che ti prende quando entri lì. Che di questo viaggio in Israele una sola cosa avevo chiesto ai miei cinque compagni di viaggio: andare insieme allo Yad Vashem di Gerusalemme. Che da sola non ce l’avrei fatta mai. Che sì, il muro del pianto. Ma certi conti in sospeso restano soprattutto su quello della memoria.

E quindi, mentre un tramonto rosso fuoco incendiava il cielo di Gerusalemme, siamo entrati nel grigio perenne freddo di quel Tempio.

Ora chiudete gli occhi ed entrate in un mondo senza odori, senza rumori, neanche quello dei propri passi. Sospesi in un lungo tunnel di cemento grigio, altissimo eppure così opprimente. Sospesi come il fiato che vi manca e come quel vagone di treno che troneggia in una delle sale. Sospesi e attoniti. Con l’orologio della storia e il cuore fermi anche se i piedi vanno avanti in quello slalom infinito tra documenti, flebili voci di superstiti, foto che riportano in vita per l’ultima volta chi non tornerà più da quei campi, da quei treni.

La memoria. Che dolore è perderla e che altro dolore è conservarla. E farlo insieme, con persone che mi sono così care accanto, è stata la salvezza ma a un certo punto è diventato troppo ugualmente. E il passo ha iniziato ad accelerare. Perché c’è un limite anche alla capacità di trattenere il dolore. E si ha voglia di scapparne via.

Yad Vashem, la Cappella Sistina della memoria.

Yad Vashem, che significa monumento e nome. Che senza nome niente e nessuno esiste.

Yad Vashem per ricordare i sei milioni di morti e i Giusti che cercarono di salvarne qualcuno.
Che da soli non ci si salva mai. Come anche questo viaggio mi ha insegnato.
E chi salva una vita salva il mondo intero. Se solo lo ricordassimo ancora.

Andarci oggi, ottant’anni dopo, avrebbe dovuto rafforzarmi nel sentimento di Mai più. E invece mai come questa volta ho avuto la netta sensazione che lo stiamo già dimenticando. Perché la memoria ha un solo difetto: se non si tramanda, può scomparire in un attimo.