Archive for luglio, 2018

La rivoluzione degli educati

martedì, luglio 31st, 2018

“La maleducazione è arrivata molto in alto. La nostra freddezza li ha lasciati lavorare. Adesso la ribellione spetta a noi. Non si era mai visto nella storia: la rivoluzione degli educati”.

Auguri a Franca Valeri.

E a tutti gli educati.

 

Bruno Neri, calciatore partigiano: a testa alta e braccia lungo i fianchi

martedì, luglio 31st, 2018

“Quando si riceve la palla bisogna sempre avere già deciso come giocarla. Perché nel calcio la palla si gioca quando non la si ha”. E’ così che Bruno Neri intende il calcio e la vita. Un gioco di testa. Sempre.

Bruno Neri nato a Faenza nel 1910, una vita da mediano. A 14 anni è già in panchina nella squadra della sua città, studia e si allena, studia e si allena. A 16 anni è titolare, sempre a Faenza. Studia, legge e si allena, studia, legge e si allena. Legge Montale, studia Campana, legge Pavese e recita, dipinge, approfondisce, pensa, frequenta musei e pinacoteche, è di casa al Bar delle Giubbe Rosse di Firenze, dove siede ai tavoli con Montale, Landolfi, Carlo Bo e Delfini.

Nell’estate del 1929 a 19 anni Bruno Neri viene acquistato dalla Fiorentina per la spropositata somma di 10 mila lire. Presidente del club Viola è il marchese Ridolfi, fascista e squadrista della prima ora, Mussolini lo considera un buon gerarca: vuole una squadra competitiva e vincente, vuole passare nella serie A. La Fiorentina si aggiudica un buon quarto posto e la sua stella è Neri, lodato ovunque.

Il 13 settembre del 1931 la Fiorentina gioca allo Stadio Giovanni Berta la gara inaugurale del nuovo impianto, costruito apposta per il Duce dall’architetto Pier Luigi Nervi e progettato, appunto, a forma di “D”: si chiama Giovanni Berta proprio in onore dello squadrista fiorentino (successivamente diventerà“Stadio Comunale” e poi“Artemio Franchi”).

In quel pomeriggio lo stadio Berta è dunque un enorme, entusiastico contenitore non solo di sostenitori calcistici ma soprattutto della sbornia fascista. Manca solo Benito, che pure era atteso. Ed è in quel pomeriggio che Neri decide che sì, come sempre, lascerà il suo segno di fuoriclasse in partita.

Le squadre arrivano, entrano in campo e si schierano. Quando l’arbitro fischia, i giocatori della Fiorentina sollevano il braccio destro come omaggio ai rappresentanti del regime. Ed è allora, appena gli altri tendono il braccio, che lui decide di rimanere con le mani sui fianchi. Così:

Passa un po’ di tempo. Al momento dell’entrata in guerra Neri allena il Faenza ma è già, segretamente, il “calciatore partigiano”. Conosce Giovanni Gronchi e don Luigi Sturzo e, grazie a queste nuove amicizie, dopo l’armistizio di Cassibile del 1943 Neri deve nuovamente scegliere, come quel giorno in campo. E sceglierà la parte più difficile. Ma giusta: sui monti. A fare la Resistenza.

Il 10 luglio 1944 è con il compagno partigiano “Nico”, Vittorio Bellenghi, a Gamogna. nella Romagna toscana, vicino a Marradi. Chissà quando li sente arrivare, chissà cosa pensa, se ha il tempo di pensare, mentre partono le raffiche naziste.
“Quando si riceve la palla bisogna sempre avere già deciso come giocarla. Perché nel calcio la palla si gioca quando non la si ha”.

E’ così che muore il comandante Neri. Ma non il suo gesto.
Non il suo coraggio.
E se questa estate andate a Gamogna portategli un fiore.

Mo’ basta

lunedì, luglio 30th, 2018

Diceva Nelson Mandela che “Nella vita di qualunque Nazione viene sempre il momento in cui restano solo due opzioni: arrendersi o combattere”.
Credo sia arrivato quel momento. Il momento della seconda.

Rita Atria, la disperata dignità del coraggio

giovedì, luglio 26th, 2018

Dodici donne portano a spalla una bara nel cimitero di Partanna, paese siciliano devastato da faide e da lupare. Solo donne, un centinaio, sono venute a seppellire in un cimitero semideserto e arroventato -è agosto ed è il 1992- Rita Atria, morta di mafia e di disperazione a 18 anni. Non c’è, fra quelle donne, la madre di Rita, che l’ha ripudiata quando lei figlia di boss ha iniziato a parlare, a svelare il marcio che c’era anche in casa sua. Non c’è neanche il suo fidanzato. Quando si dice il coraggio dell’amore.

Rita ha 11 anni quando suo padre viene ucciso da Cosa Nostra. Sei anni dopo le fanno fuori anche il fratello. E’ allora che, seguendo le orme della cognata, Rita decide di parlare: non è pentita di mafia perché non ha mai commesso nulla ma sarà testimone. In una terra in cui la parola testimone significa autocondannarsi a morte. Ma Rita lo fa perché ha fiducia in una persona di giustizia. In un giudice. Che si chiama Paolo Borsellino. E che poco a poco diventa per lei come un padre, “il padre che avrebbe voluto avere e che la chiamava «picciridda», la parola con cui i padri siciliani chiamano le loro bambine. Era la «picciridda» anche per Agnese Borsellino, la madre del giudice, che le faceva regali e la considerava ormai di casa”, racconta Paolo Di Stefano sul Corriere della sera.

Ma a Via D’Amelio a Rita fanno saltare in aria pure il secondo padre. Stavolta è troppo. E una settimana dopo, il 26 luglio 1992, la «picciridda” spalanca una finestra e si butta giù dal settimo piano del palazzo di Roma in cui è costretta a vivere in segreto.

La dignità in vita l’ha lasciata da sola. Della dignità della morte molto si parla in queste ore ma Rita, cui è venuto a mancare tutto, non riesce ad avere neanche la dignità della sepoltura. Perché alcuni mesi dopo il funerale sarà proprio la madre a entrare al cimitero, avvicinarsi a quella tomba e, impugnando un martello, devastare il marmo che la ricopre strappando anche la sua foto.

Rita Atria

Eccola la sua foto. Ed ecco le sue ultime parole:
“Ora che è morto Borsellino, nessuno può capire che vuoto ha lasciato nella mia vita. 
Tutti hanno paura ma io l’unica cosa di cui ho paura è che lo Stato mafioso vincerà e quei poveri scemi che combattono contro i mulini a vento saranno uccisi.

Prima di combattere la mafia devi farti un auto-esame di coscienza e poi, dopo aver sconfitto la mafia dentro di te, puoi combattere la mafia che c’è nel giro dei tuoi amicila mafia siamo noi ed il nostro modo sbagliato di comportarci.

Borsellino, sei morto per ciò in cui credevi ma io senza di te sono morta.
Rita” 

Marc Gasol, coast to coast

giovedì, luglio 19th, 2018

Il figaccione della foto qui sotto si chiama Marc Gasol Sáez, classe 1985, di Barcellona.

Di lavoro fa il giocatore di basket e gioca nei Memphis Grizzlies nella NBA, cioè l’Olimpo del basket.
E’ alto 216 centimetri ed è un “centro”.
Cresciuto nelle categorie inferiori con la seconda squadra del Barcellona, nella stagione 2005-06 entra a far parte in modo definitivo nella prima squadra dei blaugrana.
Nella stagione 2008-09 esordisce nella NBA con i Memphis Grizzlies, la stessa squadra in cui aveva esordito il fratello maggiore Pau, poi passato ai Los Angeles Lakers.
A Memphis, Marc dimostra di non essere solo il fratello di Pau Gasol ma di essere un grande centro, soprattutto in fase difensiva.
Proprio per le sue qualità di difensore nel 2013 vince il premio come miglior difensore NBA.
Ha partecipato a 3 All Star Game Nba.
Con la Spagna è stato campione del Mondo, 2 volte campione d’Europa e ha vinto due argenti olimpici.
Ha un contratto da 24 milioni di dollari l’anno.

Marc Gasol Saez passa parte della sua off-season aiutando gli immigrati nel Mediterraneo. Ed è uno dei volontari dell’equipaggio di Open Arms che ha portato a termine il salvataggio di Josefa. Questa dunque è l’altra sua foto.

Perché lo fa? Perché da padre, “pensando ai miei due figli ho deciso che dovevo fare qualcosa”.

Gioco, partita, incontro.

P.S.
Coast to coast, nel basket, è una prestazione atletica e tecnica straordinaria che consiste nell’impossessarsi del pallone sotto il proprio canestro e da lì da soli attraversare tutto il campo della squadra avversaria fino al canestro opposto, mettendo a segno i due punti (da un estremo all’altro). Coast to coast. In campo. E in mare.

Leonà, non ci resta che piangere overamente

mercoledì, luglio 18th, 2018

Avendo lungamente sbomballato anche io a lei i cabasisi sulla questione “certo però guarda come i francesi hanno costruito la propria fortuna sugli artisti italiani” e nella fattispecie osservando la fila chilometrica che serve per entrare nell’ultima dimora di Leonardo Da Vinci nel Castello di Clos Lucè -Valle della Loira-, lei aveva in un primo momento effettivamente assecondato la rivendicazione patriottica mia con l’esclamazione

-Uànema, Meripo’, laggènt

vieppiù rafforzata dal fatto che, dopo un percorso di visite a L’ultimo studio di Leonardo


Il Parco di Leonardo percorso paesaggistico sulle sue orme con venti macchine a grandezza naturale azionabili e quaranta teli trasparenti rappresentanti dettagli di suoi dipinti
il Giardino di Leonardo, con i suoi disegni botanici, studi geologici e idrodinamici e paesaggi: il ponte a due piani da lui progettato
gli attrezzi di Leonardo,
la seggiola di Leonardo
la cucina di Leonardo
eravamo infine sbucate dentro al gift shop finale a base di: Birra Leonardo da Vinci, Cereali Leonardo da Vinci, Carta igienica e salvietta netta deretano (vero, eccola) Leonardo da Vinci.

Che certamente l’idea di ingannare le attese al bagno in compagnia dell’Uomo Vitruviano invece che della Settimana Enigmistica, ha un ineguagliabile fascino snob.

Senonché mentre di fronte a tanta perizia di marketing ripartiva il frustrante riflesso condizionato del

Ridateci la Gioconda

lì apprendevamo che Leonardo arrivò in Francia nell’autunno del 1516 accogliendo l’invito di Francesco I, re di Francia, a risiedere presso di lui. E perché lo fa? Perché ha 64 anni, è indebolito dall’età e ha una paralisi alla mano destra e a Roma è morto a marzo il suo grande protettore Giuliano de’ Medici. Quindi non sa bene come sbarcare il lunario, in Italia. E se ne va.

Valica le Alpi con i due discepoli Francesco Melzi e Battista de Villanis e con un seguito di bauli e borse piene di manoscritti, appunti, quaderni e tre tele: la Monna Lisa, il San Giovanni Battista e la Sant’Anna.

Francesco I è un amante dell’arte italiana e suo grandissimo estimatore. E onorerà la presenza del genio italiano, il più grande di tutti i tempi, dandogli alloggio nel castello di Clos-Lucé, e fregiandolo del titolo di “premier peintre, architecte, et mecanicien du roi” ma soprattutto gli darà un vitalizio di 5000 scudi.

Gli ultimi anni che Leonardo trascorrerà in Francia saranno i più sereni della sua vita. Nonostante debolezza e paralisi riuscirà a portare avanti le sue ricerche e i suoi studi aiutato dagli allievi e dedicandosi alle sue prime passioni ossia scienza e fisica.

Leonardo è stato il primo cervello in fuga. Facciamocene una ragione.

E la Gioconda non ce l’ha rubata purtroppo nessuno, tantomeno Napoleone: anche questa, come tante, è una bufala. La Gioconda è legittima proprietà della Francia perché Leonardo la vendette a Francesco I nel 1518 per riuscire a campare.

E dunque il mesto ritorno alla realtà, lì in mezzo ai castelli della Loira, trovava la finale sintesi nella chiosa di Grace:

-Meripo’, la verità è che questi sono riusciti a vendere Leonardo pure sulla carta del cesso. E noi non siamo riusciti nemmeno a trattenerlo in Italia.

Anna Politkovskaya, donna non rieducabile

martedì, luglio 17th, 2018

La Corte europea per i diritti dell’uomo ha condannato poco fa la Russia per “non aver attuato le opportune misure investigative per identificare i mandanti dell’omicidio” della giornalista Anna Politkovskaya, avvenuto nel 2006. “Lo Stato russo – si legge in una nota – non ha rispettato gli obblighi relativi all’efficacia e alla durata dell’indagine imposti dalla Convenzione europea sui diritti umani”.

“Sono una reietta. È questo il risultato principale del mio lavoro di giornalista in Cecenia e della pubblicazione all’estero dei miei libri sulla vita in Russia e sul conflitto ceceno. A Mosca non mi invitano alle conferenze stampa né alle iniziative in cui è prevista la partecipazione di funzionari del Cremlino: gli organizzatori non vogliono essere sospettati di avere delle simpatie per me.
Eppure tutti i più alti funzionari accettano d’incontrarmi quando sto scrivendo un articolo o sto conducendo un’indagine. Ma lo fanno di nascosto, in posti dove non possono essere visti, all’aria aperta, in piazza o in luoghi segreti che raggiungiamo seguendo strade diverse, quasi fossimo delle spie.
Sono felici di parlare con me. Mi danno informazioni, chiedono il mio parere e mi raccontano cosa succede ai vertici. Ma sempre in segreto. È una situazione a cui non ti abitui, ma impari a conviverci”. E’ questo quello che Anna Politkovskaya scrive di se stessa in un saggio che verrà pubblicato postumo nel 2007.

Anna Politkovskaja, classe 1958, giornalista russa e attivista per i diritti umani, viene trovata cadavere nell’ascensore del suo palazzo il 7 ottobre 2006, giorno del compleanno di Putin. Freddata da quattro colpi di pistola più un altro “di sicurezza” alla nuca.

Muore così dopo una serie di minacce sferratele dai vertici militari, oggetto delle denunce della giornalista nelle sue inchieste sugli abusi, le torture, i soprusi e le umiliazioni nei confronti dei civili ceceni. “Io vedo tutto. Questo è il mio problema”, riassunse lei.

Anna Politkovskaja che il regime classificò, poco prima della morte “Donna non rieducabile”.

Maturo

mercoledì, luglio 11th, 2018

Quella parola di sette lettere gli è piombata addosso proprio in mezzo all’anno scolastico: linfoma. Ha richiuso la busta, l’ha riaperta ma lei era ancora lì, ancora la stessa.

Lo ha aggredito alle spalle una mattina di marzo, a tre mesi esatti dall’inizio dei suoi esami di maturità. Un anticipo di prova. Almeno così lui si è detto. Un anticipo di maturità. E’ così che la sua Aula si è ristretta in una stanza. Bianca. Candida. A prova di batteri. I batteri. Microrganismi unicellulari di tipo procariotico. Sì battteri lo so.

Parole. Parole da capire, da sopportare, da farti entrare nelle vene.
Parole che ti fanno cadere i capelli.

Parole che fanno male ma che lo fanno per farti star bene. Dopo. Intanto si sta.
Si sta come
d’autunno
sugli alberi
le foglie

Ungaretti, Ungaretti ce l’ho sì.

E poi parole che leniscono: casa. Insieme a parole che si riaccaniscono: pronto soccorso notturno.

Parole che non finiscono mai anche se sono cortissime: amore. Quello che resiste a tutto. Che a 18 anni si ama così sempre, senza rete.

Parole che sono lì a farti misurare e definire il limite. Il limite di una funzione. Il tuo, anche. E così anche la matematica è sistemata. E l’ultima chemio pure. Alla vigilia degli orali.

Parole che lottano: gli scritti in ospedale ma gli orali a scuola. Insieme agli altri.

Parole che alla fine, solo alla fine, si liberano ed esplodono: promosso.
Promosso come meglio non si potrebbe.
Come solo chi si conquista ogni parola, ogni giorno, può.

Liliana Segre, la colpa di essere nati

martedì, luglio 3rd, 2018

A un certo punto ha lievemente rallentato il ritmo del discorso, ha fatto una breve pausa e ha detto: non sono mai tornati per la colpa di essere nati. La colpa di essere nati. Cinque parole nelle quali Liliana Segre domenica sera ha asciugato chilometri di inchiostro e ore di prolusioni su Olocausto e nuovi razzismi e l’ha messa così, asciutta e senza fronzoli.

Liliana Segre, numero di matricola 75190 tatuata sul braccio, deportata a 13 anni da Milano ad Auschwitz e Birkenau il 30 gennaio 1944 con il padre, che non rivide mai più, qualche mese prima dei nonni, anche loro uccisi all’arrivo.

Il vero male si chiama indifferenza, ha detto dal palco di Passaggi Festival a Fano domenica sera, intervistata da Bianca Berlinguer. E cos’è l’indifferenza? Una domanda senza risposta.

Si alza da quella nuvola di capelli candidi e da una calma apparentemente imperturbabile la forza di questa donna che nessun male ha piegato. La voce per raccontare l’indicibile è difficile trovarla, aggiunge, ma a un certo punto per me è diventato impossibile continuare a tacere. La voce l’ha trovata solo dal 1990, quarantasei anni dopo l’indicibile, ma da quel momento non l’ha più messa a tacere.

La memoria, dice oggi che di anni ne ha 88, è una liberazione e un dovere.

La Berlinguer a un certo punto le chiede

-Ma è vero che, alla tua età, volevi salire sulla nave Aquarius?
-Sì
-E perché?
-Per dire loro “Io lo so come si sta quando nessuno ti vuole. E beh io vi voglio, io vi voglio bene”.

Lei c’è stata a lungo, in quella terra di nessuno in cui nessuno ti vuole. E anche quando il male è apparentemente passato ed è arrivata la Liberazione e sono arrivati gli affetti, l’amore, il marito, i figli e la vita le si è riaperta in ogni forma, ha continuato a pagare il pedaggio a quell’oscurità. Che è arrivata sotto forma di esaurimento nervoso e di altro ancora. Ed è lì che a un certo punto ha capito che doveva trovare la voce. La voce per raccontare l’indicibile.

-Di cosa hai sofferto di più? Le chiede ancora la Berlinguer su quel palco mentre una piazza gremita fino all’inverosimile ascolta da un’ora in un silenzio irreale quella voce

E qui una si aspetterebbe la fame, il freddo, le privazioni, l’orrore, l’aver visto sterminare affetti, legami, storie. E invece lei risponde

-La solitudine

Cosa significa, oggi, avere umanità?
-Fare una scelta. Essere umanità nascosta significa, alla fine fare una scelta.

Liliana Segre, la voce ritrovata. Una voce mai alta. Ma sempre, sempre, ferma.

A lei è andato il premio Passaggi 2018 a cura di Nando dalla Chiesa, presidente del comitato scientifico di Passaggi Festival e Giovanni Belfiori, ideatore e direttore del Festival. Un’edizione intitolata “Il Paese delle Donne”. Che davvero, a vederle tutte insieme lì a Fano, dalla B di Letizia Battaglia alla S di Segre, c’è stato di che rincuorarsi e ricominciare a sperare un po’.