Archive for giugno, 2018

Emily Dickinson, che non sopportò di vivere a voce alta

lunedì, giugno 18th, 2018

Facciamo finta che vi svegliate una mattina e vi accorgete che parlate una lingua che non capisce nessuno. Prima i familiari, poi il barista, poi il vicino. Niente. Voi parlate, loro non capiscono cosa volete dire.
E’ così che si è svegliata ogni mattina per tutta la vita Emily Dickinson. Poetessa del Massachusetts nata con il corpo nell’Ottocento puritano -il 10 dicembre 1830- ma con una testa e un linguaggio che appartenevano al Poidopo laico.

Emily Dickinson, una vita passata chiusa in una stanza a scrivere lettere di notte. Emily che racconterà nelle sue poesie il mondo, la natura, l’animo umano, sostanzialmente senza mai essere uscita dalla casa del padre.

Dice Pascal che “Tutta l’infelicità dell’uomo deriva dalla sua incapacità di starsene nella sua stanza da solo”. E lei che invece riuscì a vivere solo in quella stanza poi la felicità non la raggiunse lo stesso. Ma la tregua sì: e ci si autosegregò.

A quiet passion è il film di Terence Davies che ce la restituisce oggi. Appena ho detto a Grace

-Andiamo, scegli tu il cinema

sapevo che mi stavo autocondannando alla versione originale al Cinema Olimpia (ma ha i sottotitoli eh): c’è una Cynthia Nixon magistrale nella quale Sex and the city è un ricordo lontanissimo.

Emily Dickinson, la donna che

Non sopportavo di vivere
a voce alta-
mi vergognavo-
del baccano.

e di

Dove tu sei, quella è casa

e di

“Che l’Amore è tutto
È tutto ciò che sappiamo dell’Amore,
È abbastanza, il carico dev’essere
Proporzionato al solco”.

e di

Sarei forse più sola
senza la mia solitudine.

Ma qui le trovate tutte.

Emily Dickinson che non uscì di casa per quindici anni, si vestì sempre di bianco e ci regalò un modo nuovo di guardare il mondo e di azionare il cervello. Senza mai muoversi.

 

Il ponte

giovedì, giugno 14th, 2018

Aula universitaria interno giorno, ora di matematica, si spiegano le equazioni. Assistono studentesse e studenti che si preparano ad essere futuri insegnanti elementari. Al termine un’allieva si avvicina al Professore

-Scusi Prof ma perché dobbiamo studiare cose così complesse visto che poi andremo a insegnare prevalentemente addizioni e sottrazioni?

-Mi perdoni, mia cara, in questo periodo sta forse leggendo libri di letteratura italiana?

-Si, certo Prof

-E perché lo fa, visto che andrà ad insegnare prevalentemente l’alfabeto?

Questo aneddoto, che riguardò e mi raccontò il professor Pi, mi è tornato in mente leggendone un altro, riguardante un Professor Hamilton, americano.

-Una ragazza mi ha detto: farò la stilista. Perché devo imparare l’algebra?
Hamilton chiama uno scienziato cognitivo (addirittura), Dan Willingham e gli chiede

-Già, perché i liceali studiano l’algebra?

e il collega gli risponde

-“Perché l’algebra è ginnastica per il cervello.Esiste però una ragione più importante: l’algebra è il modo in cui insegniamo al cervello ad applicare il pensiero astratto a cose pratiche”. “E’ il ponte, in altre parole -specifica l‘autore del libro in cui è raccontato– tra il mondo platonico delle forme idealizzate e il mondo caotico in cui viviamo. Gli studenti e noi tutti abbiamo bisogno di quel ponte”.

E dunque: non è importante l’algebra ma è quel ponte ad essere importante. E’ la bussola che possiamo usare per orientarci nel mondo.

Da giorni leggo molto scoramento per il fatto che, in cruciali posti di governo, sono state messe persone senza titoli e senza preparazione. E leggo molti: cosa ho studiato a fare? Perché tanti anni a studiare quando bastava non farlo per essere nominati sottosegretari?

Sono molto e spesso scoraggiata anche io. Ma mai pentita di aver studiato. E di essermi schiantata sull’algebra per anni. Però alla fine ho imparato ad attraversare quei ponti. E sì preferisco essermi schiantata sull’algebra anzichè al suolo cadendo dal burrone perché il ponte non lo sapevo usare.

Vorrei che tutte le persone chiamate a decidere le sorti anche mie fossero obbligate a costruirselo quel ponte. Vorrei che fosse obbligatorio superare esami di accesso a qualsiasi posto di responsabilità. Ma chi su quel ponte quotidianamente ci cammina sa che non ci rinuncerebbe mai, non ci rinuncerebbe più. Anche mentre guarda sconfortato tutti quelli che volteggiano spensierati sul ciglio del burrone.

 

Ponte neozelandese facile (la foto del difficile non c’è, mi stavo reggendo)

“A volte pensiero di morire non è cosa peggiore. Dipende come vivi”

lunedì, giugno 11th, 2018

Ogni volta io penso a Daniel: è stato uno dei nostri angeli custodi durante un viaggio in Dancalia, sette anni fa. Non sapevo nemmeno dove fosse, la Dancalia. E Daniel era il capoautisti, caposcorta, capotutto. Quello che ci aiutava quotidianamente a uscire indenni dai “feroci Afar”, per riassumere. E spesso in quei posti avere un Daniel fa la differenza tra fare un viaggio e vivere un incubo.

Daniel allora aveva 31 anni, una moglie, due bambini e un solo desiderio: scappare. Scappare qui. E portarci tutta la sua famiglia. Che in tutta l’Africa è durissima. Ma non ci si fa un’idea di quanto è dura in Dancalia, Etiopia.

Insomma Daniel mi raccontò che una volta ci ha provato. Ha fatto la fame più del solito per anni e anni e alla fine si era messo da parte quei 3.500 dollari -tremilacinquecento dollari- perché “mi avevano detto che era pronto il viaggio”.

-Quale viaggio, Daniel?
-Quello sul barcone
-Ma che sei partito pure tu su una di quelle carrette?
-Nooo, io ho aspettato una barca buona. Mica potevo morire: io ci dovevo far arrivare pure i miei bambini, quando poi stavo in Italia
-E allora?
-E allora ho pagato di più e ho aspettato. E una notte sono partito
-E com’è che stai di nuovo qua?
-Eh, perché mi hanno preso
-Ma dove?
-A Lampedusa. Ma ci ero arrivato eh, e sì che ci sono arrivato
-E poi?
-E poi ci aspettavano all’arrivo. E dopo due giorni mi hanno rimandato in Libia
-E in Libia che è successo?
-Io meglio non rispondo a questo. E da Libia mi hanno rimandato a Etiopia
-Mi dispiace molto
-Anche io. Ma io ritorno. Io lo so che torno. Io già iniziato a risparmiare dollari. Io un giorno riparto, io arrivo, io resto

Gli chiesi anche se aveva paura. E lui ribadì che cercava barche sicure. Ma, aggiunse, “a volte pensiero di morire non è cosa peggiore. Dipende come vivi”.

Negli Altipiani

Ogni volta io penso anche a Daniel. Perché a ogni cosa si deve dare un nome. E anche a ogni cosa terribile. E se gli diamo nomi e volti poi le capiamo meglio. E ci pensiamo non solo quando ce le sbattono in faccia le cronache.

Anche se, lo confesso, io davvero non so che fare e che altro pensare. Quindi penso a Daniel. E lo penso in salvo.

Tagliatori di sale in Dancalia

Il senso della Lore per le salite

mercoledì, giugno 6th, 2018

Dopo anni e annieannieanni di attesa, di delusioni e di aspettative malriposte la mia amica Lore ha fatto l’incontro della sua vita. Sono stati decenni di tentativi a vuoto, di innamoramenti non corrisposti, di tempi sbagliati, di annunci non supportati dai fatti e di promesse al vento. Chiunque si sarebbe messo l’anima in pace e avrebbe rinunciato, al grido di meglio sole che sòle. Lei no. Lei sapeva che da qualche parte lui c’era. E la stava aspettando. Inutilmente abbiamo cercato di riportarla alla realtà. Lei, indomita, non cedeva. E aspettava. Aspettava.

Finché i fatti e il tempo, che sì è galantuomo ed è uno dei pochissimi rimasti, non le hanno dato ragione e ricompensa. E sì, lui alla fine l’ha incontrato, l’ha corteggiato e l’ha persino inseguito quando -sul più bello e a un passo dalla mèta- tutto si è improvvisamente complicato. Sì, l’ha voluto con tutte le sue forze. E alla fine l’ha ottenuto. E ieri sera mi ha portata a conoscere il magico incontro della sua vita: un terrazzo a Roma. Nella sua casa. La sua prima casasua.

L’ultima volta che ci eravamo fatte un’impettata insieme era stato in Vietnam, un Natale e una menopausa fa (la mia eh). Anche allora l’ascesa era culminata con un paesaggio mozzafiato e con una discreta serie di kitemmuorti durante l’inghianata (molisano, salita). A conferma del fatto che il concetto del macchimelhaffattofareammè di fronte a uno sforzo da fare ovunque porti, affiora a qualsiasi latitudine.

Stavolta l’ascesa si è protratta solo per quattro piani di scale, a differenza dei duecento terrazzamenti di risaie vietnamite. E stavolta ci sono stati risparmiati i dirupi ma non la fanga e la polvere. A conferma del fatto che il karma è una cosa seria.

Ci siamo preparate alle presentazioni in pompa magna: due Corona -Coronissime- gelate comprate dai bangla del market di sotto e un piccolo sacchetto di patatine. E con quel bendiddio abbiamo iniziato la salita.

Lei ha aperto la porta, mi ha preceduta nella devastazione del buio e polveroso cantiere e poi ha infilato una chiavetta in una serratura e ha aperto la caspita di portafinestra inseguita da sempre. E sì è stato lì, signore e signori miei, che ci si è spalancato di fronte non un panorama ma una conquista. Che non è tanto e non è solo quella di essere arrivate senza bisogno del rianimatore ma quella di chi si è data un obiettivo e con fatica lo ha raggiunto.

E mentre brindavamo con le due Corona mi è sembrato che quella conquista non fosse solo la sua ma che, nella sua costanza, ci fosse la risposta ai tentativi di tutti noi: perché
“La riuscita non deve essere inseguita; deve essere attratta dalla persona che diventi”, sostiene tal Jim Rohn.

Ecco, Lore ci dice che la nostra terrazzina -qualsiasi sia la terrazzina che desideriamo raggiungere- è lì, da qualche parte. Sta solo aspettando di entrare nell’orbita della grantostaggine che dobbiamo diventare per attirarla.