Archive for gennaio, 2018

Sei e settantacinque, tassa compresa

venerdì, gennaio 19th, 2018

E’ l’unica della quale abbia invidiato più o meno tutto ma una cosa per volta, ogni quinquennio circa: la magrezza filiforme, le braccia lunghissime, la frangetta cortissima, il cappello nero a falde larghe, Humphrey Bogart, l’incedere elegante anche con un asciugamano in testa, il gatto Gatto, Tiffany, l’Unicef, persino il sito. Di Audrey Hepburn è probabile che non ci sia più nulla che non sia stato già scritto, fotografato, riprodotto, stampato, gadgettato. Non credo lei ne sarebbe entusiasta ma così è andata. Cose che succedono alle immortali. Anche dopo venticinque anni che siamo senza (cioè domani ma portiamociavanticonillavorocheddomanièunaltrogiorno).

A lei dobbiamo la via d’uscita dalla frustrazione di impegni e di anelli che non arrivavano mai perché, si sa, i brillanti prima dei quaranta fanno cafona. E ha funzionato anche dopo i quarantuno. A lei dobbiamo anche lacrimevoli serate a consumare Dvd di “Colazione da Tiffany” che, a una prima sommaria indagine, è tra tutti i suoi film il più looppato nella fascia di età femminile 9-79 (mia nipote mia madre, per capirci). Ed è a Holly Golightly che, in tempi di crisi, possiamo guardare con fiducia e senza paura: l’unica in grado di passare alla storia per aver trovato da Tiffany un regalo da sei dollari e settantacinque tassa federale compresa.

E, dunque, qual è la lezione primaria che venticinque anni dopo vale più di prima? State in guardia dai formanumero telefonici: puntate piuttosto sui pacchetti di noccioline.
(Ecco perché: )

La solitarietà

giovedì, gennaio 18th, 2018

Ci sono parole che fanno paura solo a sentirle pronunciare. Ce ne sono poi altre che si incaricano di spaurirle.

Una di queste parole del primo caso, per me, è sempre stata “solitudine” (molto in circolo da ieri in concomitanza con un istituendo ministerio inglese). Forse troppe pippe scolastiche sull’uomo “animale sociale” o forse troppi spauracchi culturali soprattutto se a “sola” ci aggiungi “donna”. Donna e sola fa -ancora- sfigata. Faceva. Forse un po’ fa ancora. Femminazza sola suona solo a pochi come possibile scelta: suona, ancora, come condanna di risulta di decisioni prese, di norma, da un masculo.

Fatto sta che solitudine -nella mia testolina- era storicamente abbinata a singletudine come se lo stato civile potesse direttamente influenzare lo stato senti-mentale. E allo stesso tempo mai mi era venuto in mente di associarla, chessò, a indipendenza. Anche per me, quindi, la solitudine dipendeva dalle scelte di altri, non dalle proprie. Stato di risulta, diciamo.

Alla fine, dopo una serie di tentativi malriusciti di ogni genere, sperimentato che sentirsi soli in due è molto più doloroso che esser soli da soli, timidamente mi avviavo invece all’effervescente e sia pur tardiva scoperta della stessa. Indipendenza. Che le tre guerre in confronto fecero meno danni. Ma insomma pare che ogni tanto pure essa faccia capolino vittoriosa.

Senonché un giorno, tempo fa,  leggendo un Gianni Mura che ricordava Mariangela Melato, dunque nel pieno di un abbinamento di Titani, ha fatto capolino in quel magistrale pezzo una parola che ha d’improvviso illuminato a ritroso anni e anni di sfigata ricerca: solitarietà (“conio di Aldo Busi”, scrive Mura). Quella parolina in grado, come si diceva all’inizio, di spaurirne un’altra.

«Sono cresciuta con l’idea dell’indipendenza. Non sento la mancanza di un marito o di un figlio. Non sopporto le donne che elencano i loro amori sbagliati, è come darsi dell’imbecille. Io sono selettiva, non ho mai perso tempo o spartito la vita con un cretino». Mariangela Melato (da qui).

Io vivo sola ma non sono sola. Sono, semmai, selettiva. Sto diventando, semmai, adepta della solitarietà che si porta dentro anche quell’altra magistrale parola che è solidarietà. Perché mai come da quando vivo sola io sono circondata di amore e di solidarietà. E di tutti gli sforzi fatti per definire la solitudine ce n’è uno che mirabilmente secondo me riesce a farlo e lo dobbiamo a un illuminato del nostro tempo, Enzo Bianchi:

“La solitudine è sofferenza maledetta non quando si è soli
ma quando si ha il sentimento di contar niente per nessuno”.

La sera quando rientro a casa, è vero, non c’è fisicamente nessuno ad aspettarmi. Ma mai come da quando vivo sola io invece ho avuto il sentimento e le prove di contare tanto per tanti. Anche se non stanno in casa ad aspettarmi. Perché solitarietà è il bastarsi. E’ il non dipendere. Non è il rifiuto -o l’assenza- degli altri.

Vabbè quindi Meripo’ tutto sto pippone per dire cosa? Per dire che le parole sono importanti. E che nel caso della “solitudine” la lingua italiana, rispetto a quella inglese, per una volta soccombe perché gli inglesi hanno “solitude” per esprimere la scelta di essere soli e dunque identificare la persona solitaria che sta bene con se stessa, e hanno “loneliness” per esprimere una solitudine sofferta e non scelta.

Noi no. E quindi non sarebbe una cattiva idea distinguere. E dare dignità e spazio, oltre alla solitudine, alla solitarietà. Anche e soprattutto nella propria vita.

Viet Hat

Viet hat (Vietnam del nord, gennaio 2017, con cappello Pop)

Rosa Parks, fare la storia restando sedute

martedì, gennaio 16th, 2018

E’ una sarta, ha 42 anni, lavora in un grande magazzino di Montgomery, ha aderito a un movimento per i diritti civili statunitensi e fa volontariato in Chiesa, Rosa McCauley Parks il giorno in cui l’arrestano. E’ il 1 dicembre 1955 e sta tornando a casa in autobus dopo il lavoro. L’autobus è pieno e lei non si siede nella “parte bianca” del bus, ma in quella intermedia di “separazione delle razze”. L’autista le ordina di alzarsi per dare il posto a un uomo bianco. Lei rifiuta. Rosa viene arrestata subito e condannata per aver violato le leggi di segregazione razziale della città.

La liberano la sera stessa grazie alla cauzione pagata dall’avvocato bianco antirazzista Clifford Durr. Ma è troppo tardi: quel suo restare seduta ha già innescato un boicottaggio dei mezzi pubblici che durerà per 381 giorni. Ve lo ripeto: migliaia di afroamericani rinunciano al trasporto pubblico per un anno intero.

Ma quel boicottaggio non fu progettato da Rosa Parks o da Martin Luther King o dai leader afroamericani: fu pensato e avviato da Jo Ann Robinson, presidente del Women’s Political Council, un’associazione femminile afroamericana.

Jo Ann Robinson

Parliamo di un giorno di un anno e di un luogo in cui neri vivono separati dai bianchi nei luoghi pubblici e sui mezzi di trasporto, frequentano scuole di livello inferiore, sono esclusi da molti lavori, prendono salari più bassi e ogni Stato cerca, e a spesso trova, il modo per impedirgli di registrarsi per votare. Si chiama segregazione.

Ma soprattutto parliamo di un momento nel quale, all’interno della segregazione, esiste una sottosegregazione in cui le donne continuano a stare un passo indietro agli  uomini e sono spesso escluse dalla dirigenza. Il 5 dicembre si celebra il processo di Rosa Parks: in un’affollata assemblea tenuta in chiesa, non è a lei che viene data la parola ma sarà Martin Luther King a difenderla. Anche nel memorabile giorno della Marcia su Washington nessuna donna parlerà sul palco.

La Corte Suprema, dopo le proteste guidate da Martin Luther King, abolirà tra l’altro le discriminazioni sugli autobus.

Ma è a due donne che dobbiamo l’accensione della miccia: Rosa Parks e  Jo Ann Robinson.

Rosa Parks, fare la storia restando seduta. “Molti dissero che quel giorno non mi alzai perché ero stanca. Ma non è vero. Ero invece stanca di cedere.”

Rosa Parks

Katharine Graham, la donna che sconfisse Nixon

lunedì, gennaio 15th, 2018

Il marito la tradiva e le offrì il divorzio con la proposta di ricomprare da lei il pacchetto di maggioranza del “Post”, che il babbo le aveva lasciato. Fu lì che lei rispose di NO. Perché “Un marito si può lasciare, il Post no”.
Katharine Graham, la donna che sconfisse Nixon.
Aspettando The Post.

Katherine Graham libro

Tanti auguri, Franca

martedì, gennaio 9th, 2018

Oggi Franca Viola compie 70 anni.

E’ la donna che con No ha fatto cambiare la sua storia, quella del codice penale e quella dell’Italia: perché Franca Viola da Alcamo è stata la prima donna in Italia a dire di No al matrimonio riparatore.

il 26 dicembre 1965 il fidanzato con alcuni suoi scherani rapisce Franca e il fratellino. Il piccolo lo rilasciano subito lei invece la chiudono in un casolare e la violentano ripetutamente. Cinque giorni dopo la riportano ad Alcamo. Della violenza non si sta occupando nessuno, il punto è che lei ora è “disonorata”.

L’articolo 544 del codice penale di quella Italia prevede che il matrimonio estingua il reato di sequestro di persona e violenza carnale.

E’ qui che arriva quel No.

Lei alla fine ha sposato l’uomo che amava. Lo diamo per scontato, oggi, ma per lei non lo era affatto. Ha dovuto pagare a caro prezzo anche l’amore.

Si dice che la vita sia il 10% cosa che ti accade e il 90% come reagisci. Franca Viola con quel 90% ha cambiato una parte della storia e della storia del diritto di questo Paese.

Auguri, Franca, da questa Italia che ti deve tanto.

Franca Viola

Simone de Beauvoir, la donna che le donne fece diventare

martedì, gennaio 9th, 2018

“Di me sono state create due immagini. Sono una pazza, una mezza pazza, un’eccentrica. […] Ho abitudini dissolute; una comunista raccontava, nel ’45, che a Rouen da giovane mi aveva vista ballare nuda su delle botti; ho praticato con assiduità tutti i vizi, la mia vita è un continuo carnevale, ecc. L’essenziale è presentarmi come un’anormale. […]
Il fatto è che sono una scrittrice: una donna scrittrice non è una donna di casa che scrive, ma qualcuno la cui intera esistenza è condizionata dallo scrivere. È una vita che ne vale un’altra: che ha i suoi motivi, il suo ordine, i suoi fini che si possono giudicare stravaganti solo se di essa non si capisce niente”.

Nulla meglio di quello che lei stessa scrive di sé può raccontare Simone de Beauvoir, nata oggi -il 9 gennaio- 1908, 110 anni fa. Suo padre è un donnaiolo e scialacquatore che ridurrà la famiglia sul lastrico e basta già il matrimonio dei suoi a convincerla “che la vita coniugale borghese era contro natura».

Il suo faro non sarà dunque un marito ma l’indipendenza. Che prende la forma di una laurea, nel 1927, in filosofia -tesi su Leibniz- seconda in graduatoria dietro Simone Weil e prima di Maurice Merleau-Ponty, sposato, che avrà una relazione con la cugina, e prima passione femminile della de Beauvoir, Zaza Lacoin. Zaza, ostacolata nel suo amore “sconveniente” per Maurice, alla fine si uccide. Il matrimonio e la rigidità delle convenzioni a quel punto, per Simone, diventeranno un vero e proprio abominio.

Ed è per questo che quando un perdutamente innamorato Jean Paul Sartre le chiede di sposarlo lei lo spiazza controproponendo una relazione aperta fra uguali che preveda la sincerità assoluta sulle storie parallele. Siamo, lo ricordo, in un’epoca in cui il ruolo riconosciuto di una donna è quello di essere principalmente madre e moglie. «Ho bisogno di Sartre ma amo Mathieu», confessava Simone (il Castoro) al suo diario.

Simone diventa invece la madre del niente-è-impossibile, niente-è-vietato, neanche alle donne.
Simone o del secondo sesso che poi è il primo, Simone convinta che «donna non si nasce, si diventa» e dunque non conta la nascita bensì l’autodeterminazione.

Ma il centro della sua vita non sarà -e sì che lo farà- rivoluzionare la storia del pensiero intorno alle donne: il centro della sua vita sarà scrivere. E tramite la scrittura imporre il punto di vista delle donne. Scrive occupandosi di politica, di filosofia, di costume. E soprattutto scrive da donna di questioni di uomini.

Tutto intorno la storia infuria, l’occupazione nazista di Parigi, la guerra civile spagnola sembrano imporre una battuta d’arresto a quel Tutto-si-può e invece poi arriverà la Liberazione.

“La libertà è intera in ognuno. Soltanto perché nella donna rimane astratta e vuota, non può essere autenticamente assunta che nella ribellione: è questa l’unica strada aperta a coloro che non hanno la possibilità di costruire niente; è necessario che rifiutino i limiti della loro situazione e cerchino di aprirsi le strade dell’avvenire; la rassegnazione non è che rinuncia e fuga; per la donna non c’è altro mezzo che lavorare sulla propria liberazione. Questa liberazione non può che essere collettiva, ed esige prima di tutto che si compia l’evoluzione economica della condizione femminile”.

Liberazione. Questa forse potrebbe essere la parola che ci consegna ancora oggi Simone de Beauvoir: ma una Liberazione che non arriverà con nessuno sbarco esterno di soldati. Arriverà solo se la faremo noi. Da sole. Perché “Nessuno deciderà per te, neanche il destino”.

E arriverà, quella Liberazione. Perché possiamo. Possiamo tutto.

Nell’ultimo periodo della sua vita non si sottrae neanche al problema e al tabù della vecchiaia sulla quale scrive pagine memorabili ne La terza età (1970).

Simone de Beauvoir

Muore il 14 aprile 1986 e viene seppellita nel cimitero di Montparnasse a Parigi accanto a Jean-Paul Sartre. Atea come lui scriverà della morte del suo compagno e della sua ne La Cérémonie des Adieux  non sottraendosi alla verità fino alla fine:

«La sua morte ci separa. La mia morte non ci riunirà. È così. E’ già bello che le nostre vite abbiano potuto essere in sintonia così a lungo».

Perché Non, elle ne regrette rien.

 

Centocelle nightmare

domenica, gennaio 7th, 2018

E da Centocelle per oggi è tutto

Centocelle muro