Archive for gennaio, 2018

Cristoforocolombo

mercoledì, gennaio 31st, 2018

E’ stato all’ammazzacaffè, dopo due ore di un pranzo amatrician-pugliese che lèvati durante il quale ha continuato a incitare tutti a impegnarsi per costruire qualcosa di migliore per il futuro e comunque ad essere ottimisti per il presente e per il futuro, che papà Matteo, classe 1938, di fronte ai nostri “Se, capirai, maffiguriamoci”, a un certo punto ha stentoreamente tuonato:

-Io ora voglio chiedervi solo una cosa: dove saremmo noi, oggi, senza Cristoforocolombo?

-Eeehh?? Non ho capito…

-DOVE SAREMMO NOI OGGI SENZA CRISTOFOROCOLOMBO?

-Oh, non è che sono sorda è che non ho capito che vuoi dire…

-Vi chiedo: dove saremmo noi oggi se Cristoforo Colombo avesse avuto paura? Eh? Che non sapeva nemmeno addovedovevandare??

E dunque la mia domanda da oggi non sarà più Ce la faccio o Non ce la faccio ma Dove sarei oggi, se avessi avuto meno paura ieri? E dove potrei essere, fra tre caravelle, superando la paura di mo’?

Cristoforo Colombo

Corpo e Anima

martedì, gennaio 30th, 2018

Per la prima volta da quando vado al cinema -e cioè non dai tempi dei fratelli Lumiere ma da parecchio lo stesso- ai titoli di coda non si è alzato nessuno: siamo rimasti fermi lì, inchiodati alla poltrona, col corpo prigioniero di due ore di emozioni dell’anima.

Mai sentito neanche nominare, quel film, e mai sarei andata se un giorno Linda non mi avesse mandato un messaggio accoratissimo. Così:

Meripo’
Ho visto Corpo e Anima
Una meraviglia
Ho pensato a te
Se non lo hai visto vai

A Linda avevano fatto poi seguito, all’insaputa l’uno dell’altro, ulteriori appelli. Ci ho messo quasi un mese e alla fine ce l’ho fatta.

Centro del film è un mattatoio: ai piani superiori dell’edificio, i dirigenti osservano gli operai; ai piani inferiori, gli operai macellano mucche dallo sguardo vacuo. Tutti si guardano, si studiano e desiderano, nessuno si tocca”.

Il lui-e-lei ci sarà, certo, come in ogni film d’amore che si rispetti. E sono il direttore finanziario e la nuova responsabile del controllo qualità. A lui manca l’agibilità di un braccio, a lei -con una sindrome autistica-manca il contatto con corpi ed emozioni. Pur pranzando a mensa seduti di fronte dovranno intraprendere un lunghissimo viaggio di avvicinamento nel quale si incontreranno soprattutto di notte perché entrambi, ognuno nel proprio letto, iniziano a fare lo stesso sogno: un cervo e una cerva che si annusano e si toccano in un bosco innevato.

Corpi e anima cervi

Ed è successo che per la prima volta, in un film, ne ho visto uno ma “sentiti” due: perché in una storia che parla soprattutto della difficoltà e della fatica di “toccarsi”, a un certo punto io ho “incontrato” la mano del mio vicino di poltrona. E non l’ho lasciata. Ed è stato da quel momento che ho visto il film sullo schermo ma ho iniziato a sentirlo anche nelle variazioni della sua stretta, del suo calore, del suo sussulto, della sua sorpresa, della sua apprensione.

Corpo e anima
Parlare con la pelle. E toccarsi l’anima. Soffri ma pensi che gran bel viaggio, a volte, è il potersi innamorare. Anche quando non lo vuoi. Che l’amore, in ogni caso, non chiede permesso: ti sfonda la porta ed entra. Anche se non lo capisci. Anche se non hai nessun navigatore che ti indichi la strada. E spesso finisci per perderti. E perderlo.

“Al contrario di un uomo, una donna non ti sfiora mai per errore o per distrazione”, diceva sir Bukowski.

“Il linguaggio è una pelle” diceva invece Roland Barthes: “io sfrego il mio linguaggio contro l’altro”.

Sta forse racchiusa fra queste due frasi l’essenza di questo film.
E anche di ciò che è stato vederlo e sentirlo così. Con una mano che ne incontra un’altra, al buio, e che diventa invece il suo terzo occhio: corpi e anima.

Crassssshhhhhh

domenica, gennaio 28th, 2018

“Generosità era la parola che più lo riassumeva. E lo spiega questo aneddoto con il quale lo saluto: eravamo da lui a cena a Roma, mangiavamo tranquilli dell’ottimo cus cus. In tavola c’era un servizio di bicchieri bello e parecchio costoso. Una mia figlia involontariamente ne ruppe uno. La sgridammo, lei si mise a piangere. David si alzò, prese tutti gli altri bicchieri e li fracassò di botto sul pavimento: come un vero spirito rocker.
La grande anima di un uomo si dimostra anche in piccoli episodi di questo genere”.
Angelo Branduardi (qui l’integrale)

Addio, così, a David Zard
Crassssshhhhhh

David Zard

 

Caro professore

venerdì, gennaio 26th, 2018

Stretti tra torme di cinici e di somari. Questa è la lettera che un preside di liceo americano scriveva ad ogni inizio di anno scolastico ai suoi insegnanti.E grazie a tutti gli insegnanti, gli insegnanti così.

«Caro professore,
sono un sopravvissuto di un campo di concentramento. I miei occhi hanno visto ciò che nessun essere umano dovrebbe mai vedere: camere a gas costruite da ingegneri istruiti; bambini uccisi con  veleno da medici ben formati; lattanti uccisi da infermiere provette; donne e bambini uccisi e bruciati da diplomati di scuole superiore e università. Diffido – quindi – dall’educazione.

La mia richiesta è: aiutate i vostri allievi a diventare esseri umani. I vostri sforzi non devono mai produrre dei mostri educati, degli psicopatici qualificati, degli Eichmann istruiti.

La lettura, la scrittura, l’aritmetica non sono importanti se non servono a rendere i nostri figli più umani».

(Anniek Cojean, Les mémoires de la Shoah, in Le Monde del 29 aprile 1995).

Barbed wire in black and white. Symbol of danger.

Virginia Woolf, che ci insegnò a prendere l’abitudine alla libertà e al coraggio

giovedì, gennaio 25th, 2018

“Se guarderemo in faccia il fatto – perché è un fatto – che non c’è neanche un braccio al quale dobbiamo appoggiarci ma che dobbiamo camminare da sole e dobbiamo entrare in rapporto con il mondo della realtà e non soltanto con il mondo degli uomini e delle donne, allora si presenterà l’opportunità”.

E’ la giornata di Virginia Woolf, nata oggi 136 anni fa. Dal doodle di Google in poi sarà giornata di Stanze tutte per sé e di Femminismi e di Woolfismi e di Citazionismi.

Ma se da tutto il profluvio woolfiano dovessi fare un Bignami Woolf, un Ricordabile Woolf,  direi che, ieri come oggi, è ancora questo: “non c’è neanche un braccio al quale dobbiamo appoggiarci”. E’ solo occasionalmente che ne troveremo uno -di braccio- e sarà provvisorio, che quel milione di scale di Eugenio Montale che-ho-sceso-dandoti-il-braccio, di norma sono solo un accidente della vita, la regola restando l’aggrapparsi semmai al corrimano.

Per dirla in nove paroline occorre-prendere-l’abitudine alla libertà e al coraggio. Perché oggi come ieri potremmo con lei ripetere:

“Come contiamo poco e come tutte queste moltitudini annaspano per restare a galla”.

E’ per questo che lei la stanza tutta per sé la costruì prima di tutto nella sua spaziale testa.

“L’unica vita eccitante è quella immaginaria. Appena metto in moto le rotelle nella mia testa non ho più molto bisogno di soldi o di vestiti, e neppure di una credenza, un letto a Rodmell o un divano”.

Un'immagine tratta da Virginia Woolf: An Illustrated Biography di Zena Alkayat e Nina Cosford che mostra gli oggetti sulla scrivania di Virginia Woolf. (Nina Cosford)

Un’immagine tratta da Virginia Woolf: An Illustrated Biography di Zena Alkayat e Nina Cosford che mostra gli oggetti sulla scrivania di Virginia Woolf.

Adeline Virginia Stephen incitò le donne a farsi largo nel mondo per tutta la vita. Ma un giorno, stanca e depressa, al largo decise di andarci lei: scese al fiume, si riempì le tasche di sassi e, senza alcun braccio al quale aggrapparsi, si lasciò morire nell’Ouse.

Virginia Woolf2

Le case di Giulio

mercoledì, gennaio 24th, 2018

E’ stato sulla via del ritorno da Cervignano e dal parco archeologico di Aquileia che Franca a un certo punto prima ha preso una strada poi ha fatto inversione (regolarmente, marescià, regolarmente) e mi ha detto

-No, Meripo’ prima andiamo a Fiumicello

E così siamo arrivate in un ameno paesino, Franca ha accostato su una piazzetta e mi ha detto

-Queste sono le case di Giulio Regeni

Sono scesa e ho iniziato a vedere, ovunque volgessi gli occhi, striscioni gialli dappertutto, appesi al Comune, vicino alla Chiesa, dai balconi, sulle siepi, con la scritta “Verità per Giulio Regeni”. Un’unica distesa di giallo. E non solo a Fiumicello.

Fiumicello
E striscioni e striscioni ci hanno accompagnate ovunque, come un infinito guard rail, finché siamo uscite dal paese.

Tempo fa al Senato la mamma e il papà di Giulio hanno tenuto una conferenza stampa, insieme al loro avvocato e a Luigi Manconi. Non ho figli e non posso neanche immaginare che strazio innaturale debba essere per un genitore perdere un figlio. Perderlo così.

“Da mamma ho pianto pochissimo, io che ho pianto anche ascoltando canzoni in macchina”, ha detto a un certo punto. “Vedo i suoi occhi che chiedono “che mi sta succedendo?” e ciò che mi fa più male è lui che capisce che una porta non si aprirà più”.

Sono passati due anni. A casa di Giulio aspettano la verità. Tutte le case di Giulio aspettano la verità. Compresa quella di ciascuno di noi.

La base

martedì, gennaio 23rd, 2018

E’ stato alla fine della visita di quell’altra Napoli, quella sotterranea non meno emozionante di quella che sta ncoppa, che la nostra guida ci ha fatti sbucare in un teatro greco romano inglobato, nel tempo, dint’a nu palazz e che un giorno all’improvviso è spuntato da un “basso”, più precisamente dalla cantina della signora Filomena (no, non lo so come si chiamava ma Filomena ci sta bene). In sostanza Filomena metteva ad asciugare provole per la parmigiana dove presumibilmente Nerone si esibiva con la cetra. Entrambe manifestazioni artistiche di unacerta, sia chiaro.

E dentro quella che fu la Summa Cavea, nel dopoguerra si stabilirono financo una falegnameria e una pizzeria. Proprio spuntando nei locali della Cavea-forno si trova ancora oggi l’insegna “Da Sofia” che non era la PhiloSophia ma proprio la pizzeria della signora Sofia sulla quale campeggia la scritta

“Mangiate oggi e pagate fra 8 giorni”

Da Sofia teatro-pizzeria Napoli

Un sistema per rimettere in moto l’economia nel dopoguerra in un Paese e una città ridotte allo stremo. I salari erano settimanali, ci spiega la guida, e dunque la prima pizza si offriva gratis e quando la persona passava a pagare quella prima le si offriva la seconda e così via.
-Per garantire a tutti quella che noi napoletani chiamiamo la base
-E quale sarebbe la base?
-Pizza e caffè: non può essere che qualcuno non possa permettersi neanche questo. Pizza e caffè, cioè il minimo, la base, proprio.

E’ stato a quel punto che mi son ricordata che ci trovavamo nella stessa città che ha inventato -sempre durante la Seconda Guerra Mondiale- ed esportato un concetto sconosciuto nel resto del mondo: il caffè sospeso. Bersi il proprio caffè al bar e lasciarne pagato anche un altro per qualcuno che verrà dopo e non può permetterselo.

Pizza e caffè. Non pane e acqua. Pizza e caffè e cioè aggiungere, con poco, gusto alla base della vita. Che è come dire vogliamo il pane e vogliamo anche le rose. Ma c’è, a Napoli, un concetto in più: sentirsi responsabili in prima persona di ciò che hanno o non hanno gli altri.

Pizza e caffè sospesi non chiedono “alla politica” “alle istituzioni” “all’economia mondiale” “al Comune” acchivvipare di intervenire per risolvere una disparità: intanto mettono mano al borsellino e lo fanno.

Non è gentilezza. Non è carità. Non è bontà. E’ uno dei gesti politici più forti che esistano: darsi una mossa per primi, senza aspettare che prima accada qualcos’altro.

Che sì,effettivamente, è la base. La base del vivere insieme.

Sei e settantacinque, tassa compresa

venerdì, gennaio 19th, 2018

E’ l’unica della quale abbia invidiato più o meno tutto ma una cosa per volta, ogni quinquennio circa: la magrezza filiforme, le braccia lunghissime, la frangetta cortissima, il cappello nero a falde larghe, Humphrey Bogart, l’incedere elegante anche con un asciugamano in testa, il gatto Gatto, Tiffany, l’Unicef, persino il sito. Di Audrey Hepburn è probabile che non ci sia più nulla che non sia stato già scritto, fotografato, riprodotto, stampato, gadgettato. Non credo lei ne sarebbe entusiasta ma così è andata. Cose che succedono alle immortali. Anche dopo venticinque anni che siamo senza (cioè domani ma portiamociavanticonillavorocheddomanièunaltrogiorno).

A lei dobbiamo la via d’uscita dalla frustrazione di impegni e di anelli che non arrivavano mai perché, si sa, i brillanti prima dei quaranta fanno cafona. E ha funzionato anche dopo i quarantuno. A lei dobbiamo anche lacrimevoli serate a consumare Dvd di “Colazione da Tiffany” che, a una prima sommaria indagine, è tra tutti i suoi film il più looppato nella fascia di età femminile 9-79 (mia nipote mia madre, per capirci). Ed è a Holly Golightly che, in tempi di crisi, possiamo guardare con fiducia e senza paura: l’unica in grado di passare alla storia per aver trovato da Tiffany un regalo da sei dollari e settantacinque tassa federale compresa.

E, dunque, qual è la lezione primaria che venticinque anni dopo vale più di prima? State in guardia dai formanumero telefonici: puntate piuttosto sui pacchetti di noccioline.
(Ecco perché: )

La solitarietà

giovedì, gennaio 18th, 2018

Ci sono parole che fanno paura solo a sentirle pronunciare. Ce ne sono poi altre che si incaricano di spaurirle.

Una di queste parole del primo caso, per me, è sempre stata “solitudine” (molto in circolo da ieri in concomitanza con un istituendo ministerio inglese). Forse troppe pippe scolastiche sull’uomo “animale sociale” o forse troppi spauracchi culturali soprattutto se a “sola” ci aggiungi “donna”. Donna e sola fa -ancora- sfigata. Faceva. Forse un po’ fa ancora. Femminazza sola suona solo a pochi come possibile scelta: suona, ancora, come condanna di risulta di decisioni prese, di norma, da un masculo.

Fatto sta che solitudine -nella mia testolina- era storicamente abbinata a singletudine come se lo stato civile potesse direttamente influenzare lo stato senti-mentale. E allo stesso tempo mai mi era venuto in mente di associarla, chessò, a indipendenza. Anche per me, quindi, la solitudine dipendeva dalle scelte di altri, non dalle proprie. Stato di risulta, diciamo.

Alla fine, dopo una serie di tentativi malriusciti di ogni genere, sperimentato che sentirsi soli in due è molto più doloroso che esser soli da soli, timidamente mi avviavo invece all’effervescente e sia pur tardiva scoperta della stessa. Indipendenza. Che le tre guerre in confronto fecero meno danni. Ma insomma pare che ogni tanto pure essa faccia capolino vittoriosa.

Senonché un giorno, tempo fa,  leggendo un Gianni Mura che ricordava Mariangela Melato, dunque nel pieno di un abbinamento di Titani, ha fatto capolino in quel magistrale pezzo una parola che ha d’improvviso illuminato a ritroso anni e anni di sfigata ricerca: solitarietà (“conio di Aldo Busi”, scrive Mura). Quella parolina in grado, come si diceva all’inizio, di spaurirne un’altra.

«Sono cresciuta con l’idea dell’indipendenza. Non sento la mancanza di un marito o di un figlio. Non sopporto le donne che elencano i loro amori sbagliati, è come darsi dell’imbecille. Io sono selettiva, non ho mai perso tempo o spartito la vita con un cretino». Mariangela Melato (da qui).

Io vivo sola ma non sono sola. Sono, semmai, selettiva. Sto diventando, semmai, adepta della solitarietà che si porta dentro anche quell’altra magistrale parola che è solidarietà. Perché mai come da quando vivo sola io sono circondata di amore e di solidarietà. E di tutti gli sforzi fatti per definire la solitudine ce n’è uno che mirabilmente secondo me riesce a farlo e lo dobbiamo a un illuminato del nostro tempo, Enzo Bianchi:

“La solitudine è sofferenza maledetta non quando si è soli
ma quando si ha il sentimento di contar niente per nessuno”.

La sera quando rientro a casa, è vero, non c’è fisicamente nessuno ad aspettarmi. Ma mai come da quando vivo sola io invece ho avuto il sentimento e le prove di contare tanto per tanti. Anche se non stanno in casa ad aspettarmi. Perché solitarietà è il bastarsi. E’ il non dipendere. Non è il rifiuto -o l’assenza- degli altri.

Vabbè quindi Meripo’ tutto sto pippone per dire cosa? Per dire che le parole sono importanti. E che nel caso della “solitudine” la lingua italiana, rispetto a quella inglese, per una volta soccombe perché gli inglesi hanno “solitude” per esprimere la scelta di essere soli e dunque identificare la persona solitaria che sta bene con se stessa, e hanno “loneliness” per esprimere una solitudine sofferta e non scelta.

Noi no. E quindi non sarebbe una cattiva idea distinguere. E dare dignità e spazio, oltre alla solitudine, alla solitarietà. Anche e soprattutto nella propria vita.

Viet Hat

Viet hat (Vietnam del nord, gennaio 2017, con cappello Pop)

Rosa Parks, fare la storia restando sedute

martedì, gennaio 16th, 2018

E’ una sarta, ha 42 anni, lavora in un grande magazzino di Montgomery, ha aderito a un movimento per i diritti civili statunitensi e fa volontariato in Chiesa, Rosa McCauley Parks il giorno in cui l’arrestano. E’ il 1 dicembre 1955 e sta tornando a casa in autobus dopo il lavoro. L’autobus è pieno e lei non si siede nella “parte bianca” del bus, ma in quella intermedia di “separazione delle razze”. L’autista le ordina di alzarsi per dare il posto a un uomo bianco. Lei rifiuta. Rosa viene arrestata subito e condannata per aver violato le leggi di segregazione razziale della città.

La liberano la sera stessa grazie alla cauzione pagata dall’avvocato bianco antirazzista Clifford Durr. Ma è troppo tardi: quel suo restare seduta ha già innescato un boicottaggio dei mezzi pubblici che durerà per 381 giorni. Ve lo ripeto: migliaia di afroamericani rinunciano al trasporto pubblico per un anno intero.

Ma quel boicottaggio non fu progettato da Rosa Parks o da Martin Luther King o dai leader afroamericani: fu pensato e avviato da Jo Ann Robinson, presidente del Women’s Political Council, un’associazione femminile afroamericana.

Jo Ann Robinson

Parliamo di un giorno di un anno e di un luogo in cui neri vivono separati dai bianchi nei luoghi pubblici e sui mezzi di trasporto, frequentano scuole di livello inferiore, sono esclusi da molti lavori, prendono salari più bassi e ogni Stato cerca, e a spesso trova, il modo per impedirgli di registrarsi per votare. Si chiama segregazione.

Ma soprattutto parliamo di un momento nel quale, all’interno della segregazione, esiste una sottosegregazione in cui le donne continuano a stare un passo indietro agli  uomini e sono spesso escluse dalla dirigenza. Il 5 dicembre si celebra il processo di Rosa Parks: in un’affollata assemblea tenuta in chiesa, non è a lei che viene data la parola ma sarà Martin Luther King a difenderla. Anche nel memorabile giorno della Marcia su Washington nessuna donna parlerà sul palco.

La Corte Suprema, dopo le proteste guidate da Martin Luther King, abolirà tra l’altro le discriminazioni sugli autobus.

Ma è a due donne che dobbiamo l’accensione della miccia: Rosa Parks e  Jo Ann Robinson.

Rosa Parks, fare la storia restando seduta. “Molti dissero che quel giorno non mi alzai perché ero stanca. Ma non è vero. Ero invece stanca di cedere.”

Rosa Parks