Archive for ottobre, 2017

Kim Wall, inseguitrice di storie che solo l’orrore ha fermato

lunedì, ottobre 30th, 2017

Kim Wall, reporter svedese di trent’anni. “A 6 anni diceva che le favole che le raccontavamo erano troppo corte. Così ha imparato a leggere da sola”, racconta la mamma Ingrid. Ma soprattutto Kim impara a inseguirle, le storie, ovunque si trovino per poi scriverne. E ne scrive per i migliori, il New York Times, il Guardian e Vice.

E’ così che decide di incontrare Peter Madsen, 46 anni, bizzarro inventore danese che si è costruito un sottomarino artigianale di quaranta tonnellate, l’UC3 Nautilus. L’appuntamento è per il 10 agosto alle 19 al porto di Refshaleoen. Lei sale a bordo per l’intervista. Vuol scrivere un reportage sui viaggi sott’acqua. Prima dell’immersione si scattano una foto insieme. E’ l’ultima cosa che sappiamo di lei. Kim Wall scompare.

Kim Wall ultima foto

Quella stessa notte Madsen affonda intenzionalmente il suo sottomarino.

Il 21 agosto sulla spiaggia di Klydesoen, a sud di Copenaghen, un ciclista vede qualcosa: è un busto di donna senza arti né testa, attaccato a un pezzo di ferro E’ il busto di Kim Wall.

Il 6 ottobre, i sommozzatori trovano in un sacco la testa e gli arti, dentro ci sono anche pezzi di metallo pesante. Per farli andare a fondo e non farli ritrovare. C’è del marcio in Danimarca, fa dire Shakespeare ad Amleto. Qui c’è dell’orrore vero.

E Madsen? Prima dice di aver riportato Kim a terra la sera del 10 agosto, poi che è morta per un incidente nel sottomarino con un portellone di settanta chili cadutole sulla testa e che per paura l’ha sepolta in mare e poi, proprio poco fa, che sì è lui che l’ha fatta a pezzi ma non l’ha uccisa.

Perché vi racconto questa storia orrenda? Perché io, forse distratta, forse sotto l’effetto svampente della menopausa, non mi ci ero mai imbattuta in questi mesi finché mercoledì scorso Vanity Fair ha pubblicato un articolo di Caterina Clerici che era la sua amica del cuore, compagna di studi e reporter come lei.

Ve la racconto perché è la storia di una donna coraggiosa, tenace, forte, curiosa, appassionata. E’ la storia di una giornalista.

Kim Wall

Ci sono vite nate per raccontare ciò che ci urge dentro. Le storie ci trascinano, ci portano dove non vorremmo ma è impossibile fermarle. Un po’ come fa l’amore.

Kim Wall è stata una appassionata, indomabile, irrefrenabile inseguitrice di storie. Come Daphne Caruana Galizia, fatta saltare in aria a Malta il 16 ottobre scorso. Come Anna Politkovskaja uccisa da un sicario nell’ascensore del suo palazzo il 7 ottobre 2006. Kim, Daphne, Anna… E l’elenco è purtroppo molto più lungo. Ripetiamoli spesso, i loro nomi. Non dimentichiamole.

Ci sono ancora donne, storie, passioni che non le ferma nessun ostacolo: le ferma solo la morte.

Per tutte aspettiamo ancora che sia fatta giustizia.

Anne Frank, il silenzio che ha dato voce al mondo

martedì, ottobre 24th, 2017

E’ una ragazzina ebrea nata il 12 giugno 1929 nella città tedesca di Francoforte sul Meno. Anne Frank, che la crisi economica, il successo di Hitler e venti antisemiti costringono ad emigrare con la sua famiglia ad Amsterdam.  Il 1° settembre 1939 la Germania invade la Polonia. Guerra.  il 10 maggio 1940 le truppe tedesche invadono anche l’Olanda che, occupata cinque giorni dopo, si arrende.

Il babbo e la mamma di Anne, Otto ed Edith Frank, decidono di nascondersi. Insieme a Hermann van Pels, un suo dipendente ebreo come lui, e con l’aiuto di altri due impiegati, Johannes Kleiman e Victor Kugler. Otto allestisce un nascondiglio in Prinsengracht 263, l’edificio che ospita la sua impresa. Per più di due anni vivranno tutti nascosti nell’Alloggio segreto. Vivere facendo finta di non esistere.

Ad Anne, poco prima di entrare in clandestinità, hanno regalato un diario per il compleanno. Sarà quello il lasciapassare per la vita. Quella che le resta da vivere facendo finta di non esistere, in Prinsengracht 263. E’ lei l’occhio che il mondo avrà sulla vita dell’Alloggio e dunque su come la mente dell’uomo possa da un lato concepire l’orrore di perseguitare e segregare e dall’altro dare una via di salvezza scrivendo.

Il 4 agosto 1944 li scoprono, li arrestano e li deportano ad Auschwitz. Non si saprà mai come sia stato scoperto il nascondiglio. Otto Frank sarà l’unico a sopravvivere alla guerra. Anne e la sorella Margot moriranno di malattia e di stenti a Bergen-Belsen. Subito dopo l’arresto Miep Gies e Bep Voskuijl avevano salvato le pagine del diario di Anne ed è in quel momento che Miep le consegna al padre. Il 25 giugno 1947 esce “Het Achterhuis”, L’Alloggio segreto, con una tiratura di tremila copie. Il resto è storia.

Come una storia del genere possa diventare un insulto è invece la domanda che mi faccio da ieri. E questa in parte è responsabilità non dei laziali che hanno esposto le foto di Anne Frank con la maglietta della Roma allo stadio ma di tutti quelli che hanno visto comparire quella foto allo stadio e sono stati zitti. E di tutti quelli che oggi, a cominciare da me, inorridiscono ma che per educazione di norma inorridiscono in silenzio.

Forse abbiamo taciuto troppo. Su tutto. La nostra educazione di molti sta facendo dilagare l’ignoranza dei meno. Perché la strafottenza dell’ignoranza vive soprattutto di questo: dell’umiliazione silente della maggioranza degli altri.

Anne Frank

Daphne Caruana Galizia

lunedì, ottobre 16th, 2017

Si chiamava Daphne Caruana Galizia. 53 anni. Giornalista e blogger. Indagò sui Malta Files. E’ morta poco fa, saltando in aria con la sua macchina. Nella civilissima Malta.
Pochi giorni fa aveva depositato una denuncia dopo aver ricevuto minacce di morte. Era stata denominata “una donna Wikileaks” da Politico, che l’aveva inserita tra le 28 personalità che “stanno agitando l’Europa”.
Daphne Caruana Galizia

Oggi è il 16 ottobre. Quello

lunedì, ottobre 16th, 2017

Tempo fa lavoravo in un posto di Roma che si chiama Piazza del Gesù. Dietro Piazza del Gesù c’è il Ghetto. Nel Ghetto c’è un forno che fa i bruscolini caldi e la torta di ricotta e visciole. Fa anche dei biscotti pesantissimi e untuosi che fanno ingrassare come la torta di ricotta e i bruscolini.

Passeggiare al Ghetto mi piace molto. E anche allora, appena potevo, scappavo dall’ufficio e ci andavo. Con l’occasione seguivo la scia di profumo del forno e, in un colpo solo, davo una sistemata ai trigliceridi, alla glicemia e alla massa adiposa.

Un giorno ero lì nella pasticceria di Piazza Costaguti a scegliere biscotti quando a un certo punto iniziò a suonare, fortissima, una sirena: un allarme antiaereo.

Uscirono tutti dal negozietto. Uscirono tutti da tutti gli altri negozi. Uscirono tutti da tutte le case. E si precipitarono in piazza.

Io, all’inizio, ero rimasta dentro: mi tappavo le mani con le orecchie mentre mi batteva forte il cuore dalla paura. Perchè non capivo. Era il 2001 ma improvvisamente era di nuovo un tempo sospeso.

Alla fine uscii anche io sulla piazza. La sirena smise di suonare. Scese un silenzio immobile, come le persone. Grandi, bambini, anziani, turisti, clienti, rabbini, negozianti. Nessuno fiatava. Nessuno si muoveva. Il silenzio durò un tempo infinito. Forse un minuto.

Poi, improvvisamente, si rimise tutto in moto. Come prima.

Quel giorno era il 16 ottobre. Non l’ho più dimenticato.

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«La grande razzia nel vecchio Ghetto di Roma cominciò attorno alle 5,30 del 16 ottobre 1943. Oltre cento tedeschi armati di mitra circondarono il quartiere ebraico. Contemporaneamente altri duecento militari si distribuirono nelle 26 zone operative in cui il Comando tedesco aveva diviso la città alla ricerca di altre vittime. Quando il gigantesco rastrellamento si concluse erano stati catturati 1022 ebrei romani.
Due giorni dopo in 18 vagoni piombati furono tutti trasferiti ad Auschwitz. Solo 15 di loro sono tornati alla fine del conflitto: 14 uomini e una donna. Tutti gli altri 1066 sono morti in gran parte appena arrivati, nelle camere a gas. Nessuno degli oltre duecento bambini è sopravvissuto

(F. Coen, 16 ottobre 1943. La grande razzia degli ebrei di Roma)

Sedici ottobre1943

Chiara Vigo, la Penelope del mare

giovedì, ottobre 12th, 2017

Una donna chiusa in una stanza in Sardegna da quarant’anni che tesse bava di mollusco tutto il giorno cantando una nenia ebraica. Sembra uscita da una leggenda, Chiara Vigo. E invece sta a Sant’Antioco. Ed è l’unica persona al mondo ancora in grado di tessere il Bisso marino, “la seta del mare”. Qualche tempo fa la intercettai zappingando in tv: di poche parole, austera, imperturbabile. Una sacerdotessa. E infatti questo Bisso è “il filo dorato con cui venivano create le vesti dei sacerdoti e dei faraoni e che viene prodotto dalla Pinna nobilis, un mollusco simile a una cozza che si trova nelle profondità del Mediterraneo”. Oggi ne parla anche La Stampa, qui. Ma è in questa intervista a Tpi News che troverete molte perle, non solo di mare.

Non può essere né comprato, né veduto da nessuno. Pensare che il filo dell’acqua possa essere di qualcuno è stupido e non è il motivo per il quale nasce. Il filo dell’acqua non ha nulla a che vedere con con il mercato, ha origini ebraiche, è antico come il mondo, abbiamo 46 passi biblici che ne parlano”.

Chiara, 62 anni, infatti vive di offerte e quel filamento prezioso se lo va proprio a raccogliere in mare, immergendosi sotto il controllo della guardia costiera.

Chiara Vigo mare

E, come tante donne, anche lei ha un corredo lasciatole dalla nonna. Solo che non sono parure di lenzuola: è una scorta di Bisso. «ne ho una quantità che non potrei esaurire neanche in cinquant’anni». Sta, come tutti i corredi che si rispettino, in un baule insieme alla ricetta segreta di famiglia. Ed è solo lei a lavorarla ogni giorno nella sua stanza.

“A quattro anni ho iniziato a usare un fuso e a dodici un telaio. Se respiri un’arte in una famiglia farai quell’arte, anzi sarai quell’arte”. Perché alla fine anche l’arte è un destino.

Come si lavora, il Bisso? -Ci vuole pazienza e devozione. Ho fatto un coprimano da 7 centimentri per 28: ci sono voluti sette anni.

Lei vive di offerte ma un commerciante giapponese le aveva proposto oltre 2 milioni di euro per un arazzo. Che lei ha rifiutato. Ma perchè?

-Io non devo vendere niente -ha risposto- perché quello che ho in mano sarà dei nostri nipoti, perché se mai penseranno di volerlo, io gli riconosco il diritto, ancora prima che quel pensiero nasca, di ritrovare intatto quello che io ho costruito. Questo è il concetto di maestria, poi il resto è altro.

E cos’è un maestro? le chiede ancora

“Un maestro è quello che accetta l’altro per quello che è e non per quello che vorrebbe fosse. Un maestro non è altro, ma per arrivare a essere un maestro bisogna camminare dietro un maestro e non affianco, bisogna fermarsi, ascoltarlo quando parla perché non lo dirà più”

Pazienza, devozione, cura, attesa, maestrìa. Chiara è candidata da svariato tempo a Patrimonio immateriale dell’Umanità. Dubito le interessi qualcosa l’eventualità di riceverlo. Lei che ogni giorno già vive della cosa più immateriale che ci sia: di amore per ciò che fa. Amore quello vero. Quello che non chiede nulla in cambio. Quello che sei felice e appagata per il solo fatto che ci sia. Lì, in fondo al mar.

Chiara Vigo bisso

E buona Giornata, ragazze

mercoledì, ottobre 11th, 2017

Ogni 5 minuti una bambina o una ragazza nel mondo muore a causa di violenze
1 su quattro si sposa prima di aver compiuto 18 anni
22 milioni di ragazze sono sposate con un uomo adulto
63 milioni di ragazze hanno subito mutilazioni genitali
130 milioni non vanno a scuola

Per quanto riguarda le ragazze cresciute
496 milioni di donne non sanno né leggere né scrivere
solo una su 2 ha un lavoro retribuito
sono il 70% dei poveri e i 2/3 degli analfabeti nel mondo
solo il 14% ricopre posizioni professionali direttive
sono il 10% dei seggi parlamentari e il 6% delle cariche ministeriali.

E buona Giornata Internazionale delle bambine e delle ragazze.

Afar school

Scuola Afar in Dancalia

(La foto è la nota positiva: quella che vedete è una scuola della tribù Afar, in Dancalia. Nonostante le condizioni di vita decisamente ostili, scuola e istruzione sono garantite a dispetto di tutto il resto)

 

Clare Hollingworth, la donna che ci regalò lo scoop del secolo. E molto altro

martedì, ottobre 10th, 2017

Google le regala oggi un doodle

Clare Hollingworth

e la sua storia la racconta bene oggi Il Post: è il 28 agosto del 1939. Clare Hollingworth si trova a Varsavia. E’ stata assunta da una settimana al Daily Telegraph. Il confine tra Germania e Polonia è bloccato. Passano solo i mezzi diplomatici. Clare Hollingworth si fa prestare una macchina dall’ambasciata britannica a Katowice ed entra in Germania. Compra vino e pellicole fotografiche. E’ tornando indietro che passa in un posto in cui sono stati messi grandi teli mimetici. Una folata di vento ne butta giù uno. Claire Hollingworth sbircia molti soldati tedeschi, carri armati e artiglieria.

Ed è così che la mattina dopo, il 29 agosto 1939, il Telegraph apre a tutta pagina annunciando l’invasione della Polonia da parte della Germania nazista: “1.000 carri armati ammassati al confine con la Polonia. Dieci divisioni sono pronte per colpire”. E’ entrata nel giornale da una settimana e, con un articolo non firmato, ha già fatto “lo scoop del secolo”. Tre giorni dopo i carri armati si muovono davvero e lei assiste all’invasione. A quel punto telefona di corsa al segretario dell’ambasciata britannica a Varsavia, che però non le crede. Ed è allora che Claire Hollingworth mette il telefono fuori dalla finestra e gli fa sentire il rumore dei cingolati. Sostanzialmente la prima diretta Facebook.

Nacque oggi 106 anni fa. Diventerà una delle più grandi corrispondenti: scriverà da Turchia, Grecia ed Egitto durante la seconda guerra mondiale. In un’epoca in cui per le donne le porte sono sbarrate quasi ovunque. Dopo la scuola le fanno frequentare un corso di economia domestica che la porterà a odiare tutte le mansioni casalinghe. La sua passione è poter visitare col babbo i siti delle battaglie storiche inglesi. E quando è così quelle passioni prima o poi si fanno strada. Infatti. Entra a Tripoli col generale britannico Montgomery che però non vuole una donna fra i piedi. Lei non fa una piega e si unisce alle truppe di Eisenhower. Una che si butta a capofitto nelle imprese. Letteralmente, intendo: durante la guerra si butterà diverse volte con il paracadute per seguire le truppe Alleate. Gli piomba proprio addosso.

Coraggio, intuizione, velocità, intelligenza, prontezza, senso pratico. E’ lei che scopre uno degli scandali di spionaggio più famosi del Novecento:  scopre che l’ex agente dei servizi segreti britannici Kim Philby è una spia ed è scappato in Unione Sovietica su una nave per Odessa. prepara l’articolo con lo scoop per il Guardian. Ma il direttore l’affossa in una notiziola. Il giorno dopo il Daily Express lo mette in prima pagina. E  costringe il governo britannico ad ammetterlo: sì Philby era una spia.

Clare Hollingworth. Una che in Vietnam impara il vietnamita per parlare con i locali (e chi è stato in Vietnam e li ha sentiti parlare sa che caspita voglia dire) e capirà e prevederà che gli Stati Uniti, nonostante superiorità militare, ne usciranno sconfitti.

“Nel 1990 spera di essere mandata in Iraq per seguire la Guerra del Golfo”: dorme cinque giorni sul pavimento per prepararsi: ha 79 anni. Non ci andrà. nel 2015 esce una sua biografia scritta dal nipote: rivelerà fra l’altro che da poco aveva smesso di bere birra a colazione ma che continuava a portare le scarpe a letto, nel caso avesse dovuto uscire in fretta.

Fino alla fine ha tenuto un passaporto pronto nello zaino. Nel caso l’avessero chiamata per scrivere un reportage. E’ morta il 10 gennaio scorso. A 105 anni.

Clare Hollingworth 2

Hasta siempre Comandante

lunedì, ottobre 9th, 2017

Dice Meripo’ ma perché in caso di SDA – Sindrome da Devastazione Amorosa- consigli sempre di partire?

Perché potrebbe capitarvi, come a me oggi, di poter ricordare i 50 anni dalla morte del Che con gli 8 dalla resurrezione mia. Cosa che, a farla dall’Esquilino sarebbe stata oggettivamente più impervia.

Andò più o meno così: esausta da giorni di straziacuoramenti derivanti dal mio stato di neoseparata, trovandomi in zona dicembre  e con ciò sentendo sul collo la fiatella del Santo Natale, sola come un gambo di sedano e prosciugata come na piantina sul balcone durante le vacanze estive, decidevo la mossa della disperazione:

-Basta, parto. Basta, parto con Avventure nel mondo

il che per me equivaleva a una sorta di estremo gesto, modalità Tosca da Castel Sant’Angelo. Occorreva trovare una destinazione in cui non sembrasse inverno, non sembrasse Natale e non si sembrasse tristi. Fu così che l’occhio cadde sulla pagina Cuba, il Che e la revoluciòn.

La notte prima della partenza non chiusi occhio. Perché va bene la revolucion del “Vabbè vado” ma poi una ragiona e si dice “Ma dove caspita vado? Sola, solissima. Una solissima signora di quasi mezza età dovrebbe andare al concerto di Capodanno a Vienna, non a Cuba, puerca miseria”.

Si rivelò comunque molto più alla portata la rivoluzione cubana che riuscire a trovare un biglietto per la marcia di Radetzky a Capodanno. Seguiva un’ondata di panico straordinario su tutta la fascia centrale della penisola, soprattutto in prossimità del quartiere Esquilino a Roma dove si stava allestendo uno zaino contenente vestiario estivo.

E dunque per me Cuba è stato quel posto in cui, a 48 ore dagli ultimi straziamenti, mi ritrovai in una fumeria di sigari con un Montecristo in una mano e un bicchiere di rhum nell’altra, avendo già prenotato una lezione di salsa con un cubanero locale.

cuba-4

Perché in quel viaggio, sì, Aprendimos a quererte/ desde la historica altura/ donde el sol de tu bravura/ le puso cerco a la muerte (che diosolosa quella historica altura quanto fosse impettata) ma soprattutto Aprendimos a darce pure una regolata.

E “Tu amor revolucionario/ te conduce a nueva empresa” e alla fine me condusse pure ammè.

In viaggio portai un taccuino di appunti sul quale ancora oggi è possibile ammirare una sola paginetta scritta, la prima. Dove ci si può fare un’idea della mia lungimiranza: “Partenza ore 10 Fiumicino. Zaino, no bagagli rigidi. Comunque se non mi trovo bene torno indietro subito. VUELVO QUANDO QUIERO. Torno a casa quando voglio”.

Dunque cosa altro dire di Cuba e del Che? Nulla, bellimiei. Ricordate solo una cosa: le peggiori sole si preannunciano con la frase “smetto quando voglio” e che quando si comincia una rivoluzione -e quando si parte se ne inizia sempre una- si sa da dove si inizia ma non si sa mai dove si finisce.

Meri Cuba

Non lasciarmi

giovedì, ottobre 5th, 2017

Nobel della Letteratura a uno che ha scritto “Non lasciarmi”.
Per il prossimo anno si preparino tutti quelli di “Dobbiamo parlare”.

Kazuo Ishiguro

E non c’è niente da temere

mercoledì, ottobre 4th, 2017

Mentre Jacques Dubochet, Joachim Frank e Richard Henderson ricevono il premio Nobel per la chimica per il loro contributo nello sviluppo del Cryo-EMi, il microscopio crio-molecolare che raffigura le biomolecole in 3D, dal microscopio della storia dei premi Nobel assegnati alle donne ci riappare Marie Curie, la prima che vinse il Nobel nel 1903 bissandolo otto anni dopo nel 1911. Unica a vincerne due in due campi differenti, Nobel alle donne che tra il 1901 e il 2016, sono stati 49 a fronte dei 911 premi totali e stanno quasi tutti sotto il segno Peace and Love, cioè pace letteratura e medicina: fanalini di coda chimica, fisica ed economia.

Dice ma mica è un premio di genere, è un premio all’eccellenza. E infatti: calcolando quanti ne sono stati finora scippati alle donne che quelle scoperte fecero per darli agli uomini che di quelle scoperte si appropriarono e beh capite che ogni volta che sale un uomo a ritirare il sigillo io un po’ dubito.

Ma dicevamo di Marie Curie. 1903 premio Nobelper la Fisica (assieme al marito Pierre Curie e ad Antoine Henri Becquerel) per i loro studi sulle radiazioni e nel 1911 Nobel per la chimica per la sua scoperta del radio e del polonio.

“Nella vita non c’è nulla da temere, c’è solo da capire”, disse.
Ecco Maria, volevamo dirti che qua più andiamo avanti e meno capiamo. Soprattutto i nostri simili.

“Sii meno curioso della gente e più curioso delle idee”, ridisse.

Scarseggiano anche quelle. Però, ok, mi arrendo.

Marie Curie be less cuious