Archive for agosto, 2017

Dove osano le principesse delle aquile

mercoledì, agosto 30th, 2017

Lei si chiama Aisholpan Nurgaiv, ha 13 anni, è una nomade kazaka e vive in un nonsisaddove sperduto della Mongolia, in mezzo agli Altai, ai montoni e alle gher. Ma soprattutto alle aquile. Catturarle quando sono piccoli aquilotti e addestrarle alla caccia è una tradizione millenaria. Dei maschi. Ma lei non ci sta. E decide che anche lei, proprio lei, Aisholpan Nurgaiv di anni tredici, lo farà.

I “saggi” del villaggio si ribellano, tutto e tutti le sono contro. Ma suo padre, che evidentemente la conosce bene, non prova nemmeno a dissuaderla: la aiuta direttamente. Fino a portarla a partecipare al Festival delle aquile, l’appuntamento più importante dell’anno, dove si sfidano i migliori. Aisholpan supererà fatica, pregiudizi, ostacoli, il freddo e pure le correnti gravitazionali e sarà la prima addestratrice di aquile. La più brava.

Farà spiccare il volo alla sua aquila e lo farà spiccare un po’ anche a noi. Perché la sua capa tosta in Mongolia e il battito d’ali della sua aquila saranno come quello dell’effetto farfalla nella teoria del caos: piccole variazioni nelle condizioni iniziali producono grandi variazioni nel comportamento a lungo termine di un sistema. Una singola azione può determinare imprevedibilmente il futuro: un semplice movimento di molecole d’aria generato dal battito d’ali della farfalla potrebbe causare una catena di movimenti di altre molecole fino a scatenare un uragano chissàddove.

Tanto è vero che quel battito è arrivato fino alle orecchie di Otto Bell, un documentarista inglese, che si è precipitato in Mongolia da Aisholpan e dalla sua storia ha tratto un documentario e un film, La principessa e l’aquila, che esce domani al cinema. La determinazione di Aisholpan Nurgaiv dalla Mongolia sta dunque per atterrare qui. Per farci spiccare il volo, ragazzemie. Che nonostante le apparenze la strada per l’autonomia e soprattutto quella del rispetto è ancora lunga, anche qui.

Eccola, Aisholpan Nurgaiv, al Toronto International Film Festival l’anno scorso:

Principessa Aisholpan Nurgaiv

Di Gordon Correll – Aisholpan Nurgaiv, CC BY-SA 2.0, https://commons.wikimedia.org/w/index.php?curid=56662590

Ed eccola con la sua aquila nel film:

Principessa aquile

Ecco anche la canzone-guida del film. Contenente un “You can do anything”. Che non è ancora vero. Ma fra qualche battito d’ali di farfalla e qualcuno di aquila magari, invece, sì.

Madame Trainaud

martedì, agosto 29th, 2017

Me la immagino, dopo tre figli, la dedizione di una vita alla scuola in cui è maestra e alla sua famiglia, alzarsi un giorno dal letto a 40 anni e dirsi
-Parbleau, quasi quasi stamani je me vais a fare ‘na corsetta

Da quel giorno Madame Trainaud non si è più fermata. Come Forrest Gump. Oggi, che di anni ne ha (omissis) ma insomma da sei mesi è stata pure promossa nonna, Madame Trainaud è diventata una maratoneta. Non ha lasciato nulla di ciò che faceva prima: ha solo aggiunto un paio di scarpe da running.

Madame Trainaud vive ad Aigre, mille abitanti, dipartimento della Charente, Regione di Poitou-Charentes. Esile, tosta, un fascio di piccoli muscoli tonici, dritta come un fuso, l’abbronzature delle corse e un po’ anche quella di Marsiglia dove per un mese ha preso servizio come nonna-sitter. Non un filo di trucco, né sul viso né sul cuore , Madame Trainaud ha lo sguardo fermo e azzurro di chi ha sempre una mèta davanti. Consapevole del fatto che gli ostacoli sono quelle cose spaventose che vedi quando distogli gli occhi dal traguardo e infatti lei non li distoglie peggnente. Neanche dall’interlocutore.

Non bastandole poi i 42,195 km, un giorno si è aridetta

-Parbleau, fatto 30 facciamo 31

Solo che lei ha fatto 100. Cento chilometri di corsa. Lo capite che starle dietro è impegnativo. In tutti i sensi. Lo sa bene Monsieur Trainaud che per quei 100 chilometri della prima volta (e per tutti quelli che stanno seguendo a quelli) ha avuto l’autorizzazione di “assisterla in caso di bisogno” seguendola in bicicletta.

Non ce n’è stato alcun bisogno, come avrete intuito, ma insomma c’è che oggi lui è in forma, agile e scattante, quanto lei. Poi dice che col matrimonio si mette su la panza. Un matrimonio che dura da almeno una trentacinquina d’anni: bella corsa impegnativa pure questa, effettivamente. E senza assistenza in caso di bisogno.

Dunque Madame Trainaud corre. Corre ogni mattina, senza farla troppo lunga, senza selfie su Instacoso, senza cuffiette Bang e Olufsen alle orecchie né materiali ipertecnici addosso: lei infila le scarpette e va. E’ arrivata fino a Roma. Alla Maratona, intendo. Che a Ciampino ce l’ha portata Ryanair. Ma sono certa che da qualche parte della sua mente si sia già affacciato il lampo tentatore del “Per quanto, effettivamente, Bordeaux-Roma saranno giusto quei 1.500 chilometri…”. Il punto è che Monsieur Trainaud dovrebbe farseli in bici, giusto questo potrebbe placarla.

Ad ogni modo, tra una Maratona e una Centochilometrona, Madame Trainaud non ha tralasciato nulla di ciò che curava prima ad Aigre. Compresi i suoi figlioli sparsi un po’ ovunque. Ed io sono arrivata da lei (in aereo) grazie all’invito di Aurélien, che è uno dei tre, sparso a Roma, e appena diventato professore alla Sapienza. E anche questo appuntiamocelo: che sì, sarà pure un mondo schifo ma in ogni caso è un mondo che ancora consente a un ragazzo intelligente di 30 anni di potersi fare un mazzo tanto partendo da Aigre milleabitanti per diventare professore universitario alla Sapienza.

Dicevo che sono arrivata da Madame nello Charente dopo l’invito di Aurelienne che sapendoci in viaggio in zona Cognac ha detto

-Parbleau MeriUnPeu (che sarebbe Meripo’ in francais), maman vuole invitarvi a cena, venitevù, venitevù

E infatti Grace ed io abbiamo detto Allons allons però poi Grace ha pure detto

-Meripo’ allons, però io poi devo guidare la voiture, non potrò bere manco un goccetto non dico di cognac ma manco di vinò Pinò

Ed è stato così che googlemappando il territorio e verificando che il più vicino albergo stava a 40 chilometri da lei, Madame Trainaud ci ha fatte restare a casa sua, lasciandoci proprio il suo lettòn nella sua cameròn. Inutile ogni tentativo di farla desistere, con i “Ma non ma non, peccarità, ci mancherebbe aussì”: Madame e Monsieur avevano già traslocato nell’altro stanzòn.

Lei ci ha accolte a braccia aperte nel pomeriggio, mentre sui vigneti a perdita d’occhio tutt’intorno e anche sui suoi alberi, piante di rose e galline, si spalancava un tramonto che lèvati. Era sulla tolda di comando in cucina, impegnata nella venti chilometri di torte (pere e cioccolata, crostata di susine, biscotti) e patè e marmellate e conserve e mostarde. Monsieur arrostiva in giardino. Nel senso le bisteccòn e le salsicciòn e la pancettòn (per i vegani magari al prossimo viaggio, che in Dordogne e Aquitania proprio no). Madamne ha allestito una cena per nove senza battere ciglio, allenamento di routine. Usufruendo del suo bagno (perdonnez moi la confidens) ci ho trovato un cesto di riviste: di jogging e appuntamenti di maratone nel mondo. Nel mio, al massimo, le parole crociate.

Lei non parla italiano io non spiccico francese ma dopo due giorni, quando ci ha riaccompagnate alla voiture, mentre ci salutavamo, io mi sono sentita rinascere in quell’abbraccio forte, discreto, muto. Accompagnato da una confezione di marmellata di fichi. Che però mi porteranno Aurélien e Albertò appena rientrano (aò sbrigateve).

Ed è stato allora che ci siamo guardati tutti e cinque e Ouì, senza manco dire una parola, abbiamo furtivamente tirato fuori le telefonen e, sì, abbiamo sdoganato un’immagine, questa, che riassume anche un po’ il senso di tutto il nostro viaggio di cui Madame era la semifinale: un viaggio nello spirito,  non solo perché eravamo a Cognac. Un viaggio fatto soprattutto di storie e di incontri. Che sono la vera essenza dei posti.

Perché è questo che di Madame Trainaud io mi son portata a casa: avere sempre una mèta davanti cercando la forza nelle gambe e nei polmoni per raggiungerla. In qualsiasi momento.

Allons, enfants di ogni età.

Madame Trainaud