Archive for aprile, 2017

Jocelyn Bell, e le stelle stanno a pulsare

mercoledì, aprile 26th, 2017

Storie calme di donne inquiete/22

Il doodle di Google di oggi è dedicato all’ultimo viaggio della sonda Cassini dentro agli anelli di Saturno perché giusto oggi la Cassini inizierà a muoversi verso l’anello più interno, quello nel quale nessuna sonda è mai riuscita ad arrivare finora. Eccomplimenti a tutti. La giornata giusta, forse, per parlare di Susan Jocelyn Bell, sposata Burnell. Susan è un’astrofisica britannica, vivente, nata a Belfast nel 1943 ed è la scopritrice, con il suo relatore di tesi Antony Hewish, della prima pulsar, “uno dei risultati più alti della fisica del XX secolo“, oggetti celesti dei quali nessuno ebbe la più pallida idea fino al 1967.

Dunque Jocelyn che fa? Su indicazione di Hewish passa “un paio di anni a costruire, con cacciavite e martello, un nuovo radiotelescopio” all’Università di Cambridge. “Ciò -racconta Andrea Possenti, astronomo- richiese la posa di oltre 200 chilometri di cavi, su un’area grande come 57 campi da tennis. Lo scopo era di studiare la cosiddetta “scintillazione” delle onde radio nel mezzo interplanetario”. Non chiedetemi cosa significhi ma mi pare comunque una cosa titanica. Insomma dal luglio 1967 lei inizia, da sola, a studiare i dati prodotti da questo coso mostruoso e insomma nel novembre del 1967 -ve la faccio breve- capisce che si tratta di una nuova classe di stelle. «Quello fu l’istante meraviglioso, l’autentica dolcezza, il momento di dire Eureka!», commenterà Jocelyn Bell 39 anni dopo in una intervista radiofonica alla BBC.

Tutta la scienza mondiale esulta. Ma sapete però a chi l’Accademia svedese decide di assegnare il premio Nobel per questa scoperta, nel 1974? Solo ad Antony Hewish, il suo professore.

Lei incassa con una classe e rassegnazione che, solo queste, avrebbero meritato il Nobel della Signorilità.  «Io ero una studentessa di dottorato, e in quei tempi si credeva, si percepiva, si dava per assodato, che la scienza fosse fatta e guidata da grandi uomini – propriamente uomini – probabilmente in camici bianchi. E che questi uomini avessero una pattuglia di servi che facevano ogni cosa su indicazione, senza pensare».

Picture shows: Dame Jocelyn Bell Burnell

Invece di incazzarsi ad libitum per questo smacco, Jocelyn prosegue la sua carriera scientifica a livelli stellari (diventerà professore di Fisica alla Open University nonché Preside di Scienze della Università di Bath e poi ancora professore in visita alla Università di Oxford) e continuerà a fare opera di divulgazione scientifica ovunque, soprattutto per i non addetti ai lavori e alle persone adulte, di nacerta, alle quali -come a lei a 11 anni- era stato detto che con la scienza meglio avessero lasciato perdere.

Così è: riusciamo ad arrivare financo dentro agli anelli di Saturno ma non ancora a riconoscere un merito a una scienziata. Perdonaci ancora, Jocelyn.

Irma, la Bandiera della Resistenza è donna

lunedì, aprile 24th, 2017

Storie calme di donne inquiete/ 21

Racconta Renata Viganò che quando nasce Irma il suo babbo sta in guerra e la mamma, disperata, guarda sta frugoletta femmina e a parziale consolazione si dice “Tu almeno tu non andrai in guerra”. Che la guerra era cosa da uomini. E invece Irma in guerra ci va. Nata a Bologna nel 1915 da una famiglia benestante avrebbe potuto evitarla, la guerra, anche abbastanza agiatamente. Ma quando di anni ne ha 23 entra nella VII Brigata Gap di Bologna con il nome di Imma e diventa una delle staffette più svelte, più attive, più coraggiose. A casa non sanno nulla. Il 7 agosto 1944 porta delle armi nella base di Castelmaggiore e tutto sembra andare liscio quando, sulla strada del ritorno, a Funo, casca nelle mani dei nazisti. Viene fatta prigioniera e incarcerata a San Giorgio di Piano. I suoi carcerieri sanno che lei sa, sa tanto. E vogliono saperlo anche loro. Iniziano gli interrogatori. Niente, Iniziano anche le torture.

“Le stavano sopra, la picchiavano, la torturavano -racconta la Viganò- e lei zitta. Ognuno di loro inventava una cosa nuova per farle male e se ne gloriavano l’un l’altro del loro talento, ma lei zitta”. “I torturatori le promettevano la libertà, la salvezza in cambio di quelle poche sillabe. Ma la piccola Irma non diceva niente, in mezzo ai suoi lamenti”. “Gridava quando il dolore era più grande della sua forza però non diceva niente”.

La mattina del 14 agosto la scaraventano sul marciapiede di fronte alla casa dei suoi genitori. “Uno -racconta Pino Cacucci in Ribelli- disse: “Ma ne vale la pena? Dacci qualche nome, e potrai entrare in casa, farti curare… Dietro questa finestra ci sono tua madre e tuo padre”. Mimma non rispose. La finirono con una raffica di mitra, e se ne andarono imprecando.”

Lasceranno per un giorno intero il suo corpo sulla strada, come monito per gli altri. Oggi quella via porta il nome di Irma Bandiera e porta il nome di quel silenzio. Un silenzio che grida forte ancora oggi.

 

Irma Bandiera

 

“Me”, L’arte di ricominciare

venerdì, aprile 21st, 2017

Le Donne in rinascita, certamente. Ma vi pregherei di non sottovalutare anche gli uomini quandocisimettono. Andrea l’ho conosciuto due matrimoni fa, il suo e il mio (ma non lo stesso eh, ciascuno col coniuge proprio) ed era un coreografo, anzi un “mover” come preferisce dire lui, artista, performer e chi più ne ha ne metta e viveva a Roma dove era anche Direttore della Compagnia Ars Movendi.

Senonchè siccome l’amore sarà pure eterno ma una volta su due finisce, è successo che anche per Andrea è arrivato il momento di ricominciare dopo la parola Fine. E che ha fatto? Ha fatto che a un certo punto me lo sono ritrovato chef in zona Tuscia. Coreochef, diciamo.

Andrea Me

Andrea Cagnetti al Me (foto Meri Pop)

Ho assistito su Zuckercoso a tutte le fasi preparatorie del Me-L’arte del dare, che inaugura il 23 ad Oriolo, una cura assoluta, quasi maniacale, in ogni dettaglio, dalle piastrelle, alle lampade del giardino, alla fontana. Così qualche sera fa ci sono andata (lo inaugura domenica ma è già all’opera). E sì, ho avuto la conferma che le cose migliori spesso nascono da quelle che ci si presentano come le peggiori e che nella vita ogni intoppo o sconquasso nasconde un’opportunità. Il Me, dunque, che non è solo un ristorante ma è centro d’arte-bistrot-casa-atmosfera-relax-compagnia: non si sa cosa si nutra prima e meglio, se il palato, la vista, l’umore.

Caminetto Me

Il CaMEnetto (Foto Meri Pop)

E dunque dopo l’ordinazione -Cosa vi porto? -Fai tu
sono planati sul tavolo in sequenza:

Slice di patata gratinata con aspic di cozze
Panino con farcitura di lasagnetta Valentina (indivia belga brasata nel burro con gamberi flambè al cognac e parmigiano)
Crocchetta di gambero con marmellata di ananas
Tonnarello mantecato con bisque e gamberi agli agrumi piccanti
Krapfen di spigola alla crema di carciofi
Pastiera
Mousse al gianduia
Caffè (Castroni)

Io ho accompagnato il tutto con un bicchiere di Rusada, il mio commensale con due di Spirito Libero, entrambi biologici, vini della Tenuta Casteani, l’altra commensala è astemia e ha comunque ricevuto la “carta delle acque”: soddisfazioni a pioggia, proprio.
Conto: 30 euro a testa

Aperitivo Me

Le crocchette di gambero con marmellata di ananas

Alla fine, noi belli satolli, Andrea è venuto a sedersi a tavola ed è stato lì che, ritrovatolo via da Roma, via dalla danza, via dalla pazza folla, gli ho chiesto “Perché siamo qui?”
e lui:
“Perché qui mi sento a casa, perché da piccolo venivo nei boschi qui intorno, perché quando mi sono separato ho deciso che avrei ricominciato da dove avevo lasciato e ho cercato un luogo che fosse sguarnito di scuole di danza”.
Con Oriolo Romano è stato amore a prima vista:”“In hoc consistit verus amor” è il motto che si legge nello stemma del Comune di Oriolo, questo è un posto dalle forti valenze esoteriche che si ritrovano anche nel Palazzo Altieri. Ogni fine è un nuovo inizio e la mia rinascita è questa. Ciò che c’è stato prima? Un embrione di quanto c’è qui. Insomma finora sono stato un cresciutello embrione”.

Si dice che gli amori cominciano nello champagne e finiscono nella camomilla (Valery Larbaud) e invece il Me è la dimostrazione che può succedere anche il contrario.

Andate a trovare Andrea, andate al Me. Se ci andate domenica 23 troverete anche Ambrogio Sparagna con la Taranta d’amore. E buona vita a tutti

Me, L’arte del dare
Caffetteria ristorante bistrot
Via G. Mazzini 1, Oriolo romano
tel. 345-5592454

Gerda Taro, la metà dimenticata di Capa

giovedì, aprile 20th, 2017

Storie calme di donne inquiete/20

Gerda Taro. Alzi la mano chi ne ha mai sentito parlare ma la alzi prima di andare su Google. Gerda Taro, reporter di guerra morta a 27 anni schiacciata da un carro armato durante la guerra civile spagnola. Ancora nulla? Neanche io. Allora Robert Capa: meglio? E dunque Gerda Taro, l’altra metà di Robert Capa. Che non era Robert Capa ma Andrè o Endre Friedmann, l’uomo che riuscì a fotografare la guerra facendocene sentire, oltre che vedere, l’orrore. E Robert Capa, attenzione, non è mai esistito: è il personaggio che entrambi, lei e Andrè, inventano per sbarcare il lunario, una sorta di Sveva Casati Modignani della reflex, invenzione che funziona perché grazie a questo inesistente fotografo americano ricco, famoso e momentaneamente europeo,  moltiplicheranno ordini e commesse.

Ma neanche Gerda Taro è Gerda Taro. Gerta Pohorylle, nata da una famiglia di ebrei polacchi nel 1910, bella, ribelle, appassionata. Nel 1933 già l’arrestano, sospettata di distribuire volantini antinazisti. Quando incontra Andrè, nel 1934 a Parigi, lui è scappato dall’Ungheria ed è un bravissimo quanto sconosciutissimo fotografo, il colpo di flash e di fulmine è inevitabile: lui le insegna tutto quello che sa, lei diventa fotografa di prima grandezza, entrambi con Robert Capa decollano. Il marchio Capa lo usano all’inizio tutti e due poi solo lui. Si amano. Moltissimo. Ma lei di sposare lui non vuol proprio sentir parlare, vuole “rimanere un essere libero”, Gerda vuole essere “la sua compagna, pari in ogni campo, compreso l’amore: non sua moglie”.

Gerda e Capa

Nel 1936 scoppia la guerra civile spagnola, ci vanno entrambi, nel 1937 sono ancora lì quando Andrè rientra a Parigi, lei resta a Madrid ed è proprio allora che realizza il suo reportage più importante, sulla battaglia di Brunete.

Il generale non era affatto contento della visita di Gerda Taro, ordinò loro di sparire immediatamente. Di lì a poco sarebbe scoppiato l’inferno. L’obiezione di Gerda che quella fosse l’ultima occasione per fare delle fotografie prima della sua partenza non interessò minimamente il comandante. Ripeté brusco e conciso che Ted e Gerda dovevano tornare indietro immediatamente, che lui non poteva assumersi alcuna responsabilità. Lei decise di ignorare l’ordine e convinse il suo accompagnatore a sgattaiolare in un ricovero”.

Il culmine della sua bravura ma anche della sua vita, che perde di lì a poco: “dopo ore passate in un buco a fotografare aveva terminato i rullini, così aveva trovato un passaggio per rientrare a Madrid viaggiando aggrappata al predellino di un’auto colma di feriti”. E’ a quel punto che gli aerei tedeschi attaccano il convoglio: Gerda con le sue macchine fotografiche finisce sotto ai cingoli di un carrarmato amico. Letteralmente spezzata in due continua a chiedere solo “Avete messo al sicuro le mie macchine? Sono nuove”. Resta qualche ora tra la vita e la morte. Se ne va all’alba del 26 luglio 1937. Ha solo 27 anni.

Gerda Taro, donna libera, fotografa rivoluzionaria, la prima a morire mentre lavora, su un campo di guerra. Morta e dimenticata troppo presto.

Gerda Taro(Gerda Taro mi è arrivata da Raffaello Conti)

Mary Wortley Montagu, la Lady del primo micidiale colpo anti-vaiolo

mercoledì, aprile 19th, 2017

Storie calme di donne inquiete/19

Quel timbrino che gli attempatelli recano in cima al braccio, quale imperitura testimonianza di tempi di terribili epidemie debellate nonché del fatto che ci abbiamo nacerta, è opera discendente da cotal Edward Jenner (1749-1823), considerato il padre dell’immunizzazione. Eppure la prima persona che portò a segno un colpo micidiale contro il virus del vaiolo fu Lady Mary Wortley Montagu (1689-1762), “donna bellissima affascinante, elegante, intelligente, insomma quel tipo di donna di cui ogni uomo conosce la pericolosità”, avverte opportunamente Roberto Burioni, il nostro amico virologo Torquemada dei bufalari antivaccini online. “E di questa pericolosità – prosegue nel suo libro Il vaccino non è un’opinione– si sarebbe reso conto anche il virus del vaiolo”.

In realtà Lady Fascino è una aristocratica donna inglese poetessa, scrittrice, saggista, autrice di mirabili lettere (Cara bambina, Lettere dall’Italia alla figlia) nonché una delle protagoniste delle Blue-Stockings, le prime acerbe femministe del Settecento inglese. Il punto è che, a 26 anni, Lady Montagu viene colpita dal vaiolo insieme al fratello, che muore. Lei sopravvive ma completamente sfigurata in viso. Il bello delle bellissime intelligenti è però che, persa la bellezza, potenziano intelligenza e cazzimma e dunque non solo sposa un ambasciatore, ci fa un figlio e lo segue nel peregrinare ma, arrivati a Costantinopoli, apprende dalle donne turche la tecnica di pungersi con aghi intinti nel pus di pustole vaiolose (a pensarci lo so è terribile, dice ma come caspita gli è venuto in mente a queste? Embeh, donne, gente che osa) in modo da contrarre una forma leggerissima di vaiolo che da una parte non lascerà cicatrici e dall’altra le renderà immuni per il futuro.

Lady Montagu è entusiasta: cerca di convincere le autorità inglesi ad adottare la tecnica delle turche su vasta scala e si fida a tal punto da voler applicare l’inoculazione anche sul figlio Edward. Ma sapete chi è che a quel punto si oppone? Uomini: a iniziare dal marito, inorridito dall’idea che l’aristocratico rampollino potesse essere contaminato da una pratica simile. Siamo a Mammaliturchi, proprio. E lei che fa? Aspetta che il coniuge parta e turchizza Edward di nascosto. Quando il marito torna non può fare altro che ciò che ogni uomo dovrebbe fare di fronte alle decisioni di una moglie: arrendersi.

Il resto è storia della medicina e storia di una donna che dovrà continuare a superare la diffidenza e l’ostracismo degli uomini, accademici, familiari e quant’altro. Stiamo parlando di un vero e proprio flagello: nel solo 1719 il contagio fa 17.000 morti a Parigi. Lady Montagu non si arrende, mai: ne parla a Londra , riesce a convincere un circoletto di nobili amici a sottoporsi al turco inoculo, si convince pure il suo medico di famiglia, il dottor Maitland, che comincia così ad applicare il metodo ai propri pazienti. Lady Cazzimma Montagu convince infine le Autorità inglesi a far inoculare, nel 1720, anche alcuni carcerati di Newgate: sarà lo stesso Maitland a farlo e variolizzerà, già che ci sta, pure i figli del futuro re Giorgio.

Insomma in linea di massima l’antivaiolosa nasce da una disubbidiemza a un marito. E ai cattedratici. E alle corti. E a tutto il cucuzzaro. Libera, disobbediente, non ho idea se pure innamorata ma scassacabasisi abbastanza, grazie. Edward Jenner avrà la strada spianata quando, nel 1798, introdurrà il primo vaccino (e introdurrà anche la parola vaccino: aveva notato che le mungitrici che si erano infettate con il vaiolo bovino non sviluppavano più il vaiolo e “vaccino” deriva proprio dalla parola variolae vaccinae cioè vaiolo della mucca).

Per capire l’involuzione della storia basti dire che siamo passati dai vaccini alle bufale. Non sono tempi facili neanche questi, cara Lady Coraggio Montagu. Oggi il vaiolo è stato debellato. Dagli anni 70-80 è stata sospesa anche la vaccinazione. Grazie a tutti quei nostri timbrini sul braccio. E grazie a Lady Montagu.

(P.S. “Riserve del virus, per motivi di studio, sono mantenute ufficialmente solo in due laboratori in condizioni di stretta sicurezza: uno negli Stati Uniti e uno in Russia” (Iss) Ecco, voi capite, sì, come possiamo stare sicuri e tranquilli mo’.)

Lady Montagu

Ingabbiati, fragili e stronzi

martedì, aprile 18th, 2017

Già che siete ancora sotto l’effetto della trimurti lasagna-grigliata-pastiera ma col riflesso cognitivo in ripresa, potreste deambulare fin sulla poltrona del primo cinema a tiro per affrontare anche il triduo Libere disobbedienti innamorate. Presentato un po’ cazzaramente come il Sex and the city arabo, che non è, è invece un film sull’emancipazione e sul cambiamento delle donne, sulla libertà di scegliere come vivere. La storia è quella della quotidianità delle tre coinquiline palestinesi a Tel Aviv, Leila, Salma e Noor, e del loro quotidiano piangere, ridere, bere, fumare, cadere, rialzarsi, farsi canne, subire violenze, avere amori ma restare sole anzi il peggio possibile: restare sole quando si è in due. E ritrovarsi insieme nella solidarietà fra amiche. Vi ricorda qualcuna?

Ed eccole le tre: Leila, una splendida avvocata ribelle alla quale nessun uomo riesce a stare al passo, Salma dj lesbica piena di piercing alla quale la famiglia spera di ammollare un inetto di turno ma che invece ama le donne e Noor, una studentessa di ingegneria proveniente da un gruppo fondamentalista musulmano piamente fidanzata con un pio uomo checchevvelodicoaffare anzi no non ve lo dico, andate a incontrarlo di persona, il porco.

La “morale” la spiega bene la regista, Maysaloun Hamoud, che per questo film -costatole cinque anni e svariate minacce dagli integralisti- ha messo in gioco tutto:  “Ogni cosa ha il suo prezzo, ogni decisione ha il suo costo. Vorrei credere che l’amore giusto deve arrivare solo se siamo sincere con noi stesse. Salma, Nour e Leila sono ferme e rivolgono il loro sguardo verso un punto lontano, loro sono un’unica donna, la solitudine è solo un passaggio momentaneo”. E “sì quando le donne sono forti e unite hanno un impatto maggiore sulla società”.

Film di donna con tre caspita di donne che parla della condizione di altrissime donne. E invece io ieri sono uscita dalla sala convinta di aver visto un film sugli uomini. Neanche tanto sulla loro stronzaggine (che pure eh) ma sulla loro fragilità. Sul loro restare ingabbiati in una serie di regole e tabù senza le quali si sentirebbero persi. Senza donne che corrispondano alla loro idea di donna -sottomessa e bisognevole- essi non sanno che cazzo fare, questo è il punto. E sbroccano. E si fanno stronzi. E violenti. Bisogni che diventano più forti dell’intelligenza, del buon senso, dell’umanità e financo della religione. La sfiga planetaria d’amore non è altro che una delle conseguenze.

Le generalizzazioni sono sempre sbagliate. Ma a volte ci prendono. E insomma ecco forse perché l’emancipazione delle donne è così difficile: perché passa da quella degli uomini.

Libere disobbedienti innamorate

 

Sempre caro ci fu quest’ermo cuore

venerdì, aprile 14th, 2017

Cosicché ierisera, mentre Roma si svuotava in vista del Pasquamento, il binomio condominiale Lorenza-Meripo’ affluiva in direzione Ermo Colle ove sempre care ci furono le Scuderie del Quirinale. Colà ci attendevano “Da Caravaggio a Bernini, capolavori del Seicento italiano nelle collezioni dei reali di Spagna” ma ci attendeva pure la Serenissima amica Debora, ivi sopraggiunta dalla Laguna. Debora, diciamolo subito, è una gnocca che lèvati e dunque, nel peregrinar di quadro in quadro, l’occhio dell’avventore posavasi anche modestamente sulle amichemie.

Senonché la mostra merita assai e caldamente consiglio di ivi trascorrervi qualche ora della maratona del Pasquamento, tra il digerir della pastiera o del sartù.

Lì a un certo punto, improvvisamente affacciandovi in una sala, verrete letteralmente abbracciati dal Cristo crocifisso di Bernini, l’unica figura in metallo realizzata dal Gian Lorenzo e anche l’unica statua che, mentre lui era in vita, fu ritenuta inadatta alla destinazione, sostituita nel Pantheon dell’Escorial da uno di minor valore nonsisapperché. In ogni modo sentirete che emozione e sentirete anche quelle braccia crocifisse senza croce (andateci anche perché arriva dal Monastero di San Lorenzo de l”Escorial e difficilmente viene esposto al pubblico).

Scuderie crocifisso Bernini

Gian Lorenzo Bernini, Cristo crocifisso – Foto Meri Pop

Se un appunto devo fare, e lo faccio, è che tra tutti i mirabili quadri esposti ce n’è uno di una pittrice donna, Fede Galizia, una assoluta rarità per l’epoca, considerata uno dei fondatori del genere della natura morta, ma il suo nome non viene mai citato nella presentazione ufficiale (compresa quella sul sito) e sappiamo che statisticamente è da quella che discenderanno molte altre recensioni. Peccato. Peccato perché questo Giuditta e Oloferne è bellissimo.

Scuderie Fede Galizia Giuditta e Oloferne

Fede Galizia, Giuditta e Oloferne – Foto Meri Pop

E vabbè, vi toccherà nella galleria delle Storie calme di donne inquiete, poveravvoi. Che stavamo dicendo? Ah sì che stavamo deambulando fra queste meraviglie. Senonché essendo l’affluenza copiosassai, a un certo punto ci appartavamo agevolando il deflusso. Agevolando il deflusso di un prosecchino recandoci al baretto quirinalizio.

Lì, a un certo punto avventatasi (nel senso come avventora) anche l’amica Chiara, costì diventando quattro femminazze attorno a un tavolo con vista bollicinata Ermocolle, scattando la modalità Sex and the city, ci sovveniva un taglia-e-cuci spaziante urbi et orbi includente gli sconcludenti esponenti del sesso a noi avverso. E dunque sedendo e mirando interminate sòle di là da quelli e sovrumani spajamenti e profondissima sete, in un coro di risate il naufragar ci era dolce e pure parecchio terapeutico in quello mare. Perché, davvero, a una donna può succedere di tutto ma ci sono “due cose di cui non avremo mai abbastanza: buone amiche e buone scarpe”.

Costì, nuovamente issateci sui tacchi, ci si rendeva conto che s’era fatta nacerta e che eravamo rimaste le ultime quattro del palazzo più i due baristi: ondeggiando a causa del bolliciname in circolo, congedata Chiara, ci recavamo a ritroso nelle sale della mostra in direzione uscita.

A un certo punto, arrivate alla per noi uscita che era la prima sala di entrata, ci ritrovavamo tutte e tre al cospetto di quello che forse è il cuore della mostra ma che ha certamente fatto battere il nostro: messer Caravaggio, “Salomè con la testa di Battista”

Caravaggio Salomè

Caravaggio, “Salomè con la testa di Battista” – Foto Meri Pop

Tre donne attorno al cor, proprio. Noi tre sole, in quella penombra e in quell’infinito silenzio, di fronte a quella magnificenza ma soprattutto a quella testa d’uomo mozzata offerta sul vassojo. Embeh. Non solo ci è sovvenuto l’eterno e le morte stagioni e i chitemmuorti a corredo ma anche un infinito, liberatorio ESTICAZZI.

Andate, amiche e amici. Andate e mandate.

Mileva Maric, la relatività del bene

mercoledì, aprile 12th, 2017

Storie calme di donne inquiete/18

“Ho bisogno di mia moglie. lei risolve tutti i miei problemi matematici”. Signori, Albert Einstein. Perché, in effetti, tutto è relativo. E no, non ero pronta neanche io a saperlo un po’ pippa in matematica. Ecco dunque Mileva Maric, la spiccia cervello di Einstein nonché moglie ma soprattutto scienziata e probabilmente convitata di pietra della relatività.

Scienziata e Fisica serba, nata a Titel nel 1875, unica donna presente al Politecnico di Zurigo quando nel 1896 supera l’esame di ammissione nella sezione VI A del Dipartimento di Matematica e Fisica. Lì a studiare c’è anche Albert. Lui generosamente le presta i suoi appunti di fisica, lei glieli restituisce corretti. Che a guardarla dall’inizio questa storia non ti aspetti che poi il Nobel lo acchiappi lui. Mileva compagna di studi, innamorata, poi moglie ma a prezzo di grandi sofferenze e molti ostacoli, iniziando dall’ostracismo del padre di lui che si oppone al matrimonio del figliolo con una non-ebrea.

In ogni caso nel 1903 convolano. Lei sempre sullo sfondo, sempre un passo indietro, sempre un profilo basso, sempre riservata, per lasciare solo lui sotto al faro della ribalta, della notorietà, del successo. Senza nulla togliere alla genialità, agli studi e alle intuizioni di lui gli è però che tutti i tasselli fondamentali della teoria della relatività, con annessi e connessi, vedranno la luce durante il periodo del matrimonio e del sodalizio scientifico con Mileva, il cui cognome non apparirà mai sui lavori comuni perché, dirà lei, “siamo entrambi una sola pietra” una pietra = ein stein”. E all’inizio questa sembra sempre essere una cosa meravigliosa ma ci vorrebbe un tomo di Amaldi o chissàcchì per capire come si parta sempre uniti e ci si riduca poi in particelle.

Non sappiamo e forse non sapremo mai a quante mani furono scritti gli articoli che nel 1905 Albert Einstein pubblica sugli Annalen der Physik, quelli che gli daranno fama, onori e il via a una straordinaria carriera. Sappiamo che quando lo fa ha 26 anni ed è un impiegato dell’ufficio brevetti di Zurigo. Un geniale impiegato. Che in un sol colpo rottama Galileo e Newton e ribalta la nostra idea dell’Universo.

Senonché strada facendo la vita si fa in salita per entrambi e il mondo sembra rivoltarsi contro, soprattutto a lei: una prima figlioletta partorita di nascosto e forse data in affidamento o forse morta, altri due figli uno dei quali con gravi turbe psichiche, i primi problemi economici, il marito che ormai brilla e viaggia singolo a Berna, Praga, Berlino mentre lei accudisce figli e guai a Zurigo. E sì siamo una pietra sola ma lui strada facendo si appietra parallelamente pure con un’altra, la cugina Elsa. Una sola pietra un par di quanti. Il resto sarà materia di avvocati divorzisti. E proprio in sede di divorzio Mileva ottiene dal marito che i soldi di un eventuale premio Nobel le saranno interamente devoluti. E così sarà e questa, ci è chiaro, è in ogni caso una formidabile freccia all’arco delle Mileviane.

Il 18 luglio 1914 Einstein spedisce a Mileva una lettera accompagnata dalle “condizioni” che le pone per salvare il loro matrimonio. Diciamo che non è una delle sue pagine migliori. Che davvero tutto è relativo e anche la grandezza dei geni poi s’infrange nel tinello. Eccola. Ma saltate oltre se non siete pronti a intaccare un mito:

Mileva, queste sono le mie condizioni:

A. Ti assicurerai che:

1. i miei vestiti e il mio bucato siano sempre tenuti in buon ordine.

2. che riceverò i miei tre pasti regolarmente e nella mia stanza.

3. che la mia stanza e il mio studio siano sempre puliti, e specialmente che il mio tavolo sia riservato al mio esclusivo utilizzo.

B. Rinuncerai a tutte le relazioni personali con me, a meno che non siano strettamente necessarie per ragioni di etichetta e di vita sociale. In particolare ti asterrai:

1. dal sederti accanto a me in casa;

2. dall’uscire o viaggiare con me.

C. Ti atterrai ai seguenti punti per regolare le relazioni personali con me:

1. Non ti aspetterai alcuna intimità da me, e non mi rimprovererai in alcun modo per questa mancanza.

2. Smetterai di parlare, se io ne farò richiesta;

3. Lascerai immediatamente la mia stanza da letto o il mio studio, senza protestare, quando io ne farò richiesta.

Il giorno di San Valentino del 1919 lei gli darà il definitivo benservito con la sentenza di divorzio, al termine di una lunghissima trattativa, complicata anche dai problemi di salute di lei.

Gli ultimi anni di Mileva sono un continuo oscillare tra problemi di salute, economici, burocratici, sempre prendendosi cura del figlio Eduard. Che anche questo forse è giusto dire: fermi restando il valore, il genio e le intuizioni di Albert Einstein, certo è che quel suo potersi dedicare completamente alla scienza fu pagato a caro prezzo anche dai sacrifici della moglie.

Il punto è che l’unica legge fisica che accompagna la vita di Mileva Maric sembra essere la rimozione: proprio nel senso di rimuoverne le sue tracce ovunque, soprattutto dalla sua attività di scienziata. Bisogna arrivare al 1982 -ripeto, 1982- perché Desanka Trbuhovic-Gjuric, sua conterranea e biografa, si metta in testa di fare la Sherlock Holmes della sua vita rubata. Spulcia lettere, documenti, indizi. Rintraccia prove. “Come sarò felice e orgoglioso -scrive Albert a Mileva- quando avremo terminato con successo il nostro lavoro sul moto relativo! Quando osservo le altre persone, apprezzo sempre più le tue qualità!”.

La storia però, si sa, la scrivono non solo i vincitori ma spesso quelli che arrivano prima.

Tempo e spazio non sono assoluti, teorizzò Einstein, si allargano o si stringono a seconda della velocità con cui ci muoviamo. La gratitudine anche, evidentemente.

Mileva Maric

Tasneem Alsultan, la divorziata saudita che fotografa matrimoni e guida il proprio destino

martedì, aprile 11th, 2017

Storie calme di donne inquiete/17

Sposata a 17 anni con un matrimonio imposto e combinato, a 21 aveva già due figli e a 27 è riuscita, mettendoci dieci anni, a divorziare. Oggi, che di anni ne ha pochi di più, fotografa matrimoni e storie d’amore. Sembra una legge del contrappasso e invece è una scelta di vita. Ma soprattutto è una scelta coraggiosa perché Tasneem Alsultan fa tutto questo in Arabia Saudita, uno dei paesi più conservatori e chiusi del mondo nei confronti delle donne.

Una donna saudita divorziata che fotografa nozze in Arabia. Già mi vedo il soggetto del film. E come nelle migliori vendette, silenziose ma implacabili, anche quella di Tasneem passa per un piano messo a punto con le stesse armi d’offesa: mi cancelli? Mostro le immagini. Mi chiudi tutto? Apro l’obiettivo.

E’ così che è nato Saudi Tales of Love, un progetto fotografico inaugurato sabato alla Fondazione Studio Marangoni di Firenze, nell’ambito del Middle East Now festival, qui approdato con un curriculum che lèvati: pubblicato nella sezione “Lightbox” del Time prima ed esposto al festival PhotoKathmandu nonché a Paris Photo poi. Tasneem è stata inoltre selezionata tra i 10 beneficiari del Magnum Foundation Prince Claus, premio AFAC grant nel 2015, ed è stata inclusa tra i 30 fotografi da tenere d’occhio per il magazine PDN nel 2017. Fa inoltre parte di Rawiya, il primo collettivo di fotografe donne in Medio Oriente.

E’ stata Nicki Sventola, che gli assidui del blog ricorderanno dalla saga dancalica, ad intercettarla.

-Meripo’ è ora di occuparsi di Tasneem Alsultan e di prendere un treno per raggiungerla

Ed è stato così, nella città Di Dante e Beatrice, che due divorziate (cioè la Tasneem e la Meri eh, non la Sventola) agli antipodi del mondo, di cui una tenutaria di blog sentimentale e una fotografa di nozze, si sono ritrovate davanti a un succo di frutta e a due domande, quelle con le quali si apre la sua mostra:

“C’è bisogno del matrimonio per dimostrare che c’è amore? Abbiamo bisogno per forza di un marito per avere una vita piena?”. NO, OF COURSE, mi ha risposto lei dal profondo dei suoi immensi occhi neri, ridendoci su, finalmente.

“Sono una raccontatrice di storie, più che una fotografa, racconto l’intimità delle donne dentro storie e luoghi complicati, quelli del mio Paese”, mi dice ancora. Raccontare cose complicate – come le relazioni d’amore- in posti complicati come l’Arabia. Raccontare l’amore ovunque, in tutte le sue forme, belle, brutte, corrisposte, iniziate, finite. Raccontarlo in un posto in cui una donna ha senso solo nella tutela di un uomo.

Perché questa è stata la parola più forte e dirompente del nostro colloquio: il “sorvegliante”. Donne sotto custodia ovunque. “Ci ritorni anche dopo il divorzio, sotto la “tutela” di un uomo, sia padre, fratello, zio. La tua vita è sempre definita da qualcun altro: sarà comunque un uomo a stabilire cosa potrai o non potrai fare. Non puoi muoverti da sola. Mai. Devi inventarti una via d’uscita”. E la sua è stata la fotografia.

Da ragazza teneva un diario. Fino ai 17 anni, quando l’hanno costretta a sposarsi. Eccola qui, l’ultima pagina scritta:

Tasneem diario

“Fotografo le donne nella realtà, il matrimonio non è la realtà”, mi dice ancora. “Ho fatto foto in 100 matrimoni in 21 Paesi”. Fotografa le women in love fuori ma soprattutto dentro. Il riflettore che accende punta al viso ma poi intercetta l’anima.

Tasneem foto stilista

“Come madre single indipendente ho fatto pace con i sacrifici che ho dovuto fare. Ma sono anche riuscita a trovare la felicità da sola”. Nassiba, stilista di moda

Ed eccoli qui, gli occhi di Tasneem, quelli dietro l’obiettivo (ci sono foto più belle dal signor Google ma in quelle ha il velo e io la preferisco così, scapigliata, mossa, effervescente)

Tasneem Alsultan

Tasneem Alsultan, foto Meri Pop

“Le mie figlie mi dicono spesso -Mamma, non vogliamo sposarci, vogliamo solo avere figli, come te. Dopo aver visto la loro madre lottare dieci anni per ottenere il divorzio, hanno una visione negativa del matrimonio”.

Dovesse riscriverla e cantarla Barbra Streisand questa storia, direbbe che sì I am a woman in love, sono una donna innamorata e farei qualunque cosa per averti nel mio mondo… tranne sposarti (la saggezza di questi non si batte).

Poi, alla fine, mentre mi accompagna alla porta le chiedo

-Ma qual è la cosa che ti sta piacendo di più dell’Italia?

E lei sorride ed esclama

-Guidare!

Che l’Arabia Saudita è l’unico Paese al mondo che non permette alle donne di guidare. Ma anche di viaggiare, studiare, lavorare all’estero. E dunque in linea di massima Tasneem ha preso la macchina a Milano, ci ha girato tutto il lago di Como, poi è scesa, risalita, ridiscesa, zigzagato e non è ancora scesa e sì, nella vita è così: quando ingrani la marcia giusta,  specie se ti è costato tanto riuscire a farlo, poi non permetti più a nessuno di farti scendere.

E allora buona guida, Tasneem.

Il Teorema di Emmy Noether

venerdì, aprile 7th, 2017

Dice Meripo’ ma perché ci stai sbomballando da giorni con queste storie di donne? Non lo so ma anche solo questo avrebbe il suo perché:

“Gentile Meri Pop.
sono un fisico e da anni mi confronto con il teorema di Noether. Ma fino ad oggi non avevo mai saputo fosse una donna, una donna con una storia così importante. Per questo la ringrazio. E da oggi lo chiamerò il Teorema di Emmy Noether.
Cordialmente”

Emmy Noether