Archive for marzo, 2017

La zampata della tigre

venerdì, marzo 10th, 2017

Le pantofole. Si può essere così distratti da scivolare per colpa di due pianelle di stoffa e farsi anche male.

“Ho qualcosa al polmone!”. L’ho detto io, li ho tolti dall’imbarazzo, non so neanche perché. Io non fumo!

Paolo mi stringe dalla schiena, forte, sento le sue braccia scaldare ciò che prima “in quel tubo” metallico sembrava si congelasse.

Sebben che siamo donne, paura non abbiamo.

L’ordine è resistere. Il primo che crolla veniamo giù tutti. Andrà tutto bene.

La porta di casa non mi è mai sembrata così lontana e tanto desiderabile

“Mamma, sei tornata!”. E poi sono solo baci e lacrime

«Io non ce l’avrei mai fatta senza di te!». «Sei stata una guerriera, Nicoletta, e comunque io non ti avrei mai permesso di arrenderti».

-Mamma quanto è lungo il taglio!
-Ho combattuto contro una tigre che prima di scappare via mi ha dato una zampata sulla schiena!
-Mamma, ma tu sei la tigre e sei il più bel disegno che sia mai stato realizzato

Inspiro, espiro e piango.

Questa storia, quella di Nikki raccontata da Valeria, potrebbe a buon diritto stare tra le Storie calme di donne inquiete. Perché anche Nikki è una guerriera come loro, una che non si arrende, una che la tigre la sta ancora domando. Questa storia è racchiusa nelle 98 pagine di un libro, che qui vi ho dato in 10 pillole. Rispetto alle quali, davvero, io non voglio e non posso aggiungere nulla. Che certe cose le spiega meglio il silenzio.

Valeria Scafetta con Nikki Guelfi
La zampata della tigre
Alter Ego edizioni

La zampata della tigre

Elena Lucrezia Cornaro, quello sproposito di dottorar una donna

giovedì, marzo 9th, 2017

Storie calme di donne inquiete/6

Alle ore 9 di sabato 25 giugno 1678, a Padova, trasferito all’ultimo momento in Cattedrale, nella cappella della Vergine, essendo la sede abituale risultata insufficiente per il pubblico convenuto, ebbe luogo l’esame per il conferimento del Dottorato in Filosofia a Elena Lucrezia Scolastica Cornaro Piscopia”. Cioè la prima donna al mondo ad essere laureata e a potersi dire Doctor.

Ma successe quando Lucrezia aveva 32 anni, dopo lunghe lotte per farsi accettare e riconoscere e dopo che le era stato impedito di laurearsi in teologia all’Università di Padova. Elena aveva infatti tenuto a Venezia una pubblica disputa di filosofia in lingua greca e latina dopo la quale il padre Giovan Battista chiese che lo Studio di Padova assegnasse alla figlia la laurea.

Ma la richiesta venne giudicata in modalità cosedapazzi: è «uno sproposito dottorar una donna», sarebbe un «renderci ridicoli a tutto il mondo» disse il vescovo del tempo Gregorio Barbarigo. Così come non poté, in quanto donna, fare l’insegnante. Morirà solo sei anni dopo, a 38 anni.

Donna di acume e intelligenza non comuni, erudita e ricercata nelle Accademie di eruditi, una cultura sconfinata anche grazie al tutoraggio del padre e a una biblioteca di famiglia da record, rifiutò per tutta la vita il matrimonio, anche quando -sissignori- venne chiesta in sposa da un principe tedesco. Ma a Lucrezia la modalità principessa non interessava peggnente. Diventò, al contrario, oblata benedettina con tanto di voto di castità ma continuando a vivere a casa sua, in abiti normali, con l’eccezione di uno scapolare di lana nera, simbolo della veste benedettina, messo sotto ai vestiti “civili”.

Com’è andata, dopo di te, cara Elena Lucrezia Scolastica Cornaro Piscopia? Oggi in Italia va che all’Università le donne si iscrivono più degli uomini (60%) si laureano di più (48% contro il 44% degli uomini) e si laureano meglio (media di 103,2 su 110 per le donne e 101,1 per i maschi). Ma, chevvelodicoaffare, a cinque anni dalla laurea magistrale le donne lavorano meno, guadagnano meno e hanno contratti più scamuffi degli uomini: a parità di ogni altra condizione, gli uomini guadagnano in media 168 euro netti mensili più delle donne. E il titolo di laurea è efficace per lavorare più per gli uomini che per le donne: rispettivamente l’88,5% contro l’82,5%. Dulcis in fundo con un tasso di attività femminile fermo al 55% l’Italia sta bellabbella all’ultimo posto dei Paesi Ue. E chest’è.

Dunque ancora oggi -con buona pace del tuo babbo e per la miglior gloria del vescovo- a troppi pare ancora uno sproposito dottorar e conseguentemente far lavorar una donna.

Elena Lucrezia Cornaro

Elena Lucrezia Cornaro

Ipazia di Alessandria, il martirio della scienza

mercoledì, marzo 8th, 2017

Storie calme di donne inquiete/5

Ad uno dei suoi allievi follemente innamorato di lei, essendosi dimostrato vano ogni tentativo di dissuaderlo, alla fine un giorno a lezione portò “uno di quei panni che le donne usano per il sangue mestruale e glielo parò davanti” dicendogli “In definitiva è di questo, ragazzino, che ti sei innamorato, di niente di sublime”.

Ipazia di Alessandria. Una così, sedici secoli fa. Matematica e astronoma, scienziata e filosofa, sapiente e politica coi controcavoli, la prima insegnante “pubblica”, tanto amata quanto odiata. Scomoda.

Ipazia di Alessandria

Di lei sappiamo con certezza poco (persi quasi tutti i suoi scritti) ma poche come lei hanno acceso fantasia, curiosità e passione in saecola saeculorum. Forse a motivo della sua morte, una delle più efferate della storia. Perché questa donna geniale e carismatica, innamorata della scienza, del sapere e della verità anziché di un uomo e non disponibile ad alcun tipo di “conversione”, stava diventando un modello pericolosissimo. Una scienziata femmina. E appassionata divulgatrice del sapere matematico, astronomico e filosofico, una Pieroangela e una Mariacurie tutto insieme. Troppo, evidentemente. Sei stata la prima scienziata vittima del fondamentalismo religioso, scrisse Margherita Hack.

In questa storiaccia c’è certamente l’invidia di un vescovo, Cirillo, e il servilismo di uno zelota, tal Pietro. E dunque un giorno Pietro aizza “un’orda di scellerati” monaci fanatici, scrive Silvia Ronchey citando Diderot, e se ne mette a capo. La turba “aspetta Ipazia sulla soglia di casa, si avventa su di lei mentre sta per entrare, la afferra, la trascina nella chiesa chiamata Cesareo, la spoglia, la sgozza, la smembra e la brucia”.

Bastava dire Sì. Convertirsi, lasciar perdere, non intestardirsi. E invece. Quanta paura gli hai fatto, Ipazia? E quanta continui a farne, dopo 16 secoli, tu e tutte le donne di scienza, quelle che pensano e quelle che sanno dire dei No? Bastava dire Sì. Ma oggi non saremmo qui, a far sentire ancora la tua voce.

Trotula De Ruggiero, medico della Jolanda liberata

martedì, marzo 7th, 2017

Storie calme di donne inquiete/ 4

E’ lei che dobbiamo ringraziare ogni volta che entriamo da una ginecologa. Perché fu lei a sdoganare la Jolanda dalla serie B delle cure: perché sì, anche per le femmine servivano i medici e non donne senza istruzione. Trotula De Ruggiero, XI secolo, medico della scuola salernitana, prima ginecologa della storia, mentre infuriava l’oscurantismo cercò nuovi metodi per rendere il parto meno doloroso e per il controllo delle nascite. Quanto all’infertilità iniziò a cercare le cause non soltanto dalle parti delle femminazze ma indagando anche negli spermacosi dei masculi, e potete immaginare con che coraggio e controcorrentismo da salmone -altro che trotula- rispetto alle teorie mediche dell’epoca.

E ancora, in un’epoca in cui il diritto al godimento era solo dei maschi, Trotula non solo pensa che sia sacrosanto raggiungerlo pure per le donne ma aggiunge che, a doverne farne a meno se costrette da vedovanza o voti religiosi, può portare grande sofferenza e financo infermità, con ciò consigliando anche rimedi pratici che allevino le sofferenze.
Ugualmente interviene sul problema opposto, consigliando uso di agenti astringenti e tinture rosse per far sembrare vergine una donna che non lo è più. Che, come si dice, il bisogno crea il rimedio.

Trotula femmina completa è e, signorimiei e signoremie, con il suo De Ornatu finalmente mette una pietra miliare sull’altra metà dei casini femmina: crescita dei peli, calvizie, tinture per capelli e rughe. Prima ginecologa e prima estetista, dunque. E anche qui a ogni ceretta dovremmo dire Sempresialodata Trotula anzi Tritula.

Trotula de Ruggiero

Trotula de Ruggiero

Il suo tomo elenca 96 piante e derivati, 20 preparati di origine animale, 17 minerali e 6 preparati misti, per un totale di 63 ricette, in grado di ottenere altrettanti rimedi a scopo cosmetico e/o medicinale, il tutto contestualmente provvedendo a un marito e due figli.
La nostra Trotula, chiariamolo, non ritiene di inoltrarsi in un aspetto frivolo: la bellezza, dice, è il segno di un corpo sano e della sua armonia con l’universo. E dunque erbe medicamentose, pomate naturali, bagni e massaggi sono tutti metodi curativi utili a qualunque donna per vivere in pace col proprio corpo, con la propria capoccia e con tutto il creato e il conseguente cucuzzaro.

Poteva mai intuire tutto questo una donna? Nossignore e infatti il suo nome fu storpiato, plagiato, trasformato in Trottus, un uomo. Nel 1544 i suoi scritti, grazie a Gutenberg, furono stampati ma già nel 1566 attribuiti a tal maschio Eros Juliae, cosìccome accadde nel XX secolo quando tali Sudhoff e Singer dissero che, siccome nessuna donna avrebbe parlato in termini così chiari dell’apparato femminile e dei suoi problemi, doveva essere stata per forza un uomo.

Uno dei consigli di Trotula? “Ogni giorno prendi l’abitudine di masticare del finocchio o ancora meglio del prezzemolo, che in più dà un odore gradevole e pulisce a fondo, così avrai denti veramente bianchi”. Colgate, stai proprio sereno.

Maria l’ebrea, rivoluzionare il mondo scoprendo l’acqua calda

lunedì, marzo 6th, 2017

Storie calme di donne inquiete/ 3

Fu la prima alchimista. Ma passerà alla storia per essere l’inventora del “bagno Maria” e certo non per farci fare la crostata della nonna. Non prioritariamente, almeno. Che Maria l’ebrea rivoluzionò i metodi di distillazione e sublimazione delle sostanze e fu tra le mamme della chimica moderna. Maria che visse tipo tra i I e il III secolo dopo Cristo o forse sorella di Mosè e Aronne, dunque prima, non si sa forseancora ad Alessandria d’Egitto, dove poi arriverà Ipazia. Perché se i lavori alchemici vengono chiamati opus mulierum ovvero lavori di donne anche se fatti da uomini, un motivo ci sarà, no?

E dunque eccola nel laboratorio a “separare il vero dal falso”, che a questo serve l’alchimia diceva Paracelso. Ed eccola alle prese col Balneum Mariae, sistema per riscaldare, cuocere o distillare indirettamente per avere un maggior controllo sui risultati quando si ha a che fare con ingredienti particolarmente delicati. E suo è anche il tribikos, un distillatore e l’alambicco per condensare il vapore.

Alchimia! Che parola. Convertire una cosa in un’altra. Il terrore che potessero farlo da metalli a oro valse agli alchimisti la persecuzione sotto Diocleziano e il rogo dei loro lavori scritti. Già mi vedo i Rosacroce ma pure Maga Magò per quanto anche Coelho. E invece ci spese parecchio tempo financo Newton, Isaac, molto più di quello che dedicò a fisica e ottica.

Maria, divcevamo. Che di matrimonio si occupò prevalentemente così:
“Prendete dunque Allume, Gomma Bianca e Gomma rossa, che è il Kibrich dei Filosofi, il loro oro e la loro più grande tintura, e congiungete tramite un vero matrimonio la Gomma bianca con quella rossa.” (Dialogo di Maria e Aros sul Magistero dell’Alchimia).

A lei è attribuita anche la scoperta dell’acido idrocloridrico, cioé l’acido muriatico. Che orrore e che nemesi della storia è quindi sapere che da una donna geniale proviene e che sui volti di alcune donne è tornata come criminale arma usata da delinquenti uomini. Perdonaci, Maria.

Maria l'ebrea

Ildegarda di Bingen, l’Abbadessa geniale

giovedì, marzo 2nd, 2017

Storie calme di donne inquiete/2

Tanto per dirne una a un certo punto, da Abbadessa del monastero di Rupertsberg si inventò una lingua, la lingua ignota. Proprio tutta, dall’alfabeto alla grammatica alla sintassi. Convinta che l’Universo fosse un gigantesco uomo, con sole, luna e stelle per testa, gabbia toracica all’origine dei venti e addome quello dei mari, la terra i piedi, si inventò cure all’origine della medicina olistica. Teorizza che  la malattia dipende spesso dalla disarmonia con il mondo esterno e in base a questo cerca le cure, al punto che molti dei suoi rimedi basati sull’equilibrio caldo-freddo, umido-secco, ancora oggi vengono usati in fitoterapia. Lo stesso dicasi per la cristalloterapia. Ma la teutonica Ildegarda di Bingen fu anche profetessa, guaritrice, naturalista, scienziata, cosmologa, consigliera politica, scrittrice, poetessa e nonmiricordo che altro. Tutto da lì, da quel convento Benedettino tetesko che lei stessa fondò nel 1150.

Meripo’ ma n’artra monaca?

Ildegarda di Bingen

Sissignore, pure questa rinchiusa a sette anni, a quattordici prendendo il velo e sempre sempre avendo visioni non nel senso del fuori di testa ma essendo perfettamente con la capoccia a posto: geniali intuizioni tramite le quali scrisse ricerche mediche, botaniche, musicali, opere mistiche, prediche e lettere con le quali cazziò chiunque, financo Federico Barbarossa.

Supera i maschi del suo tempo pure praticando l’esorcismo su un uomo (1169-dato non accertato), una pratica che è ancora oggi monopolio maschile.

E, signoremie, è lei che, studiando il ciclo mestruale, pensa che, proprio per quella corrispondenza microcosmo-macrocosmo sia connesso con le fasi lunari, lei che si occupa dell’orgasmo (vi ricordo che siamo nel Milleccento e questa sta rinchiusa in convento) e scrive nel Liber causae et curae:

“Quando nel maschio si fa sentire l’impulso sessuale (libido), qualcosa comincia come a turbinare dentro di lui come un mulino, poiché i suoi fianchi sono come la fucina in cui il midollo invia il fuoco affinché venga trasmesso ai genitali del maschio facendolo bruciare … Ma nella donna il piacere (delectatio) è paragonabile al sole, che con dolcezza, lievemente e con continuità imbeve la terra del suo calore, affinché produca i frutti, perché se la bruciasse in continuazione nuocerebbe ai frutti più che favorirne la nascita. Così nella donna il piacere con dolcezza, lievemente ma con continuità produce calore, affinché essa possa concepire e partorire, perché se bruciasse sempre per il piacere non sarebbe adatta a concepire e generare. Perciò, quando il piacere si manifesta nella donna, è più sottile che nell’uomo…”.

Ildegarda di Bingen2

Insomma Meripo’ che ce voi dì? Voglio dire, bellemie, che questa ha rivoluzionato il mondo mentre stava chiusa dentro e un convento e mentre fuori spirava uno dei periodi più bui per le femmine ma pure per i maschi. Dunque, se il tuttintorno di questi tempi cialtroni vi scoraggia, oggi prendetevi il grande Daje di Ildegarda.

Catalina de Erauso, la monaca femmina che volle farsi guerriero maschio

mercoledì, marzo 1st, 2017

Storie calme di donne inquiete

Di Catalina mi ha parlato la prima volta Nostra Signora dei friarielli passeggiando a Napoli pochi giorni fa. E da allora non sono più riuscita a togliermela dalla cabeza. Annuzza non ricordava il nome ma ricordava la storia di una monaca che si fece guerriero. Poi Santo Google ha fatto il resto.

Troppo presto nacque per essere femmina, Catalina de Erauso. Tempo di conquistadores, esploratori, guerrieri. Tempo della grandezza spagnola sulla quale non tramontava mai il sole. Ma non un tempo per donne, quale Catalina nasce nel 1592 a San Sebastian. Figlia di un capitano e di famiglia muy borghese, muy religiosa y muy facoltosa. Ma alle femmine, al netto delle conquiste dei maschi, tocca il convento. E lì la rinchiudono a quattro anni. La femminazza cresce sognando le avventure dei maschi, le scoperte dei nuovi mondi. Ma non è tempo per i sogni delle donne inquiete. Alla quali toccano lodi, orazioni e vespri. Non quelli siciliani.

Sogna. Sogna di oltrepassare i confini ma le toccano le grate. Ed è così che “ruba dalla cella della zia forbice, ago e filo, nonché delle monete d’argento. Nascosta in un castagneto  taglia e cuce per accomodarsi un vestito: da una gonna ricava un paio di braghe, da una sottana di panno si arrangia una tunica”.

Ed è aricosì che, a 15 anni, un bel giorno di maggio del 1607 Catalina decide che mobbasta e salta giù dal muro di cinta del convento. Inizia a correre a perdifiato tra i boschi e, forse di Venere o forse di Marte, ella dà principio all’arte, quella che l’accompagnerà tutta la vita: andare in cerca di tempesta. E sopravviverle.

Catalina nei panni e nel corpo di donna ci è nata ma ci sta come in prigione. “Alta e forte di taglia, dall’apparenza piuttosto mascolina, non ha più seno di una bambina -scrive Pietro Della Valle, viaggiatore e letterato romano-: mi confidò che aveva impiegato non so che rimedio per farlo scomparire. Credo si trattasse di un impiastro che le aveva somministrato un italiano. L’effetto fu doloroso. Ma di sua soddisfazione”.

E infatti Catalina sarà poi Antonio de Erauso, Ramirez de Guzman, Francisco de Loyola e Pedro de Oribe e sarà agricoltore, mozzo, commerciante, avventuriero e soldato del Re senza mai essere riconosciuta da nessuno. Vivrà in mezzo agli uomini restando vergine e tornerà persino al suo convento a sentire Messa. Una guerriera ostinata. Affidare una missione a Catalina significava garantirne l’esito ovunque, Perù, Cile, Bolivia compresi. “M’imbarcai, sbarcai, trafficai, uccisi, percossi imbrogliai, terrorizzai fino a venir a parare qui davanti ai piedi di Vostra Signoria Illustrissima”, dice al vescovo di Guamanga dal quale a un certo punto si rifugia e per tre anni reindossa la tonaca. Ma pure quella da travestimento, giacché lei monaca professa non fu mai. E lì ricomincia il peregrinare eterno. S’innamorò, anche lei, tanto. Di fanciulle. Di una in particolare, che scortava in Messico Per lei arrivò anche al punto di battersi contro l’uomo con cui poi la damigella si sposò. “Donna Catalina -riporta Alfredo Giuliani su Rep– lo sfidò con una lettera ma alcune persone di un certo rilievo riuscirono a impedire lo scontro”.

Catalina de Erauso, guerriera dentro e fuori. Panni da uomo, cazzimma da femmina. E sapete una cosa? Viene voglia ancora oggi di farsi conquistare da una così.

Catalina de Erauso