Archive for febbraio, 2017

Femmene

martedì, febbraio 28th, 2017

In principio fu il cuoppo e quanto esso contiene.

Napoli cuoppo

Il cuoppo

Cioè una scorta di trigliceridi che alle 12,30, due ore dopo l’arrivo a Napoli centrale, aveva già coperto il fabbisogno annuale di ciascuna delle femmene arrivanti. Cuoppo di terra: crocchè di patate, arancini di riso, zeppoline di pasta cresciuta, verdure pastellate e mini frittatine di pasta.

Così, satolle e barcollanti, ci rotolavamo dunque attraversando Spaccanapoli all’appuntamento con Nostra Signoria dei Friarielli, la Femmena-in-chief Annanostra. Ora io vi potrei dire anche della caprese che abbiamo preso insieme al caffè Gambrinus. Oppure della graffa col thè delle cinque, mentre sopra al tendone imperversavano acqua fulmini e saette. O meglio ancora degli scialatielli a vongole della cena. O della cioccolata del dopo cena. O dei taralli nzogna e pepe di Leopoldo.

Napoli dolci Leopoldo

Basta nu poc ‘è zuccar

O parlarvi dello slalom fra vicoli, chiacchiere, vetrine da guardare e tutto da toccare e molto poco da comprare, che il guarding e il tocching andrebbero protetti dall’Unesco e qui le commesse lo sanno e non ti stanno in cuollo a ogni minuto.

Ma il momento del picco glicemico acquolinico e sentimentalgastrico lo raggiungevamo alle 10,30 della mattina dopo, domenica, quando, spuntata insieme a un osolemio che ci ripagava di tutti gli scuotimenti di cielo del giorno prima, Annanostra ci si presentava a piazza San Domenico con un cabaret di fiocchi di neve di Poppella, rione Sanità, due giorni dopo che un commando aveva preso a pistolettate le vetrine. Che qui la reazione civile passa non solo per la testa e per la volontà ma, contestualmente, per i vassoi.

Con questo ben d’iddio in corpo ci tempravamo per il rabbocco finale: la visione -o rivisione ma sempre la prima volta ti sembra- del Cristo velato. Che Napoli questo è: ti riempie lo stomaco, gli occhi e il cuore tutto insieme. In continuazione, passeggiando e perdendoti tra vicoli, chiostri, penzieri e sentimenti.

E così lo stomaco vicino al cuore si riscalda a ogni momento e non c’è concione che non ne venga illuminata, comequando a un certo punto dell’Amarcord ci si svelava, dopo il Cristo, anche il quarto segreto di Annuzza, del quale qui voglio rendervi partecipi prendendolo come picco assoluto della planetaria saggezza.

Napoli cucina Pop

Vi dicevo che a Napoli la reazione civile passa, contestualmente alla testa, per i vassoi e ciò ben si addice anche alla reazione amorosa. E dunque, rivangando amorosi trascorsi di corsi e rincorsi

-Eh -dice Anna- quindi fu un amore che ancora non passa?
-Beh -dice Mile- più che amore direi che fu un sentimento
-Eh Milè, nuie tenimm ‘a digestione lenta, vedrai che fra poco sarà una simpatia
-Dici, Annù?
-Dico, Milè: che nella vita dal piedistallo alla saittella è un attimo

La saittella essendo il tombino è dunque alla parabola della saittella che consegnerei alcune primarie riflessioni: quando siete felici fateci caso. Che per la saittella è un attimo

Uà Meripo’ ma in sostanza che vuoi dire? Dico che se hai una malinconia da femmina devi andare a scioglierla in una città femmena con amiche femmene e con un Virgilio femmena, come Anna, Nostra Signora dei friarielli, che con un sinnominato spettacolo torna fra pochi giorni a teatro.

Andate, andate a Napoli: andateci se il cuore sta un po’ ammaccat e anche se sta allegro, andateci spesso, andateci sempre. E attenzione a dove mettete i piedi: che per la saittella è un attimo.

Femmene
di Myriam Lattanzio e Anna Mazza, interpretato da Nunzia Schiano
sabato 4 marzo alle 21.00
Teatro Ricciardi Capua

La prova

giovedì, febbraio 23rd, 2017

In ogni caso la prova più evidente che esistono altre forme di vita intelligente nell’Universo è che nessuna di esse ha mai provato a contattarci.
(Semicit Bill Watterson)

Il pianeta extrasolare di nome Cressida

mercoledì, febbraio 22nd, 2017

La notizia è che lei si chiama Cressida Dick, è nata nel 1960, è laureata ad Oxford, è figlia di una storica di Oxford e di un professore di Filosofia alla University of East Anglia e sarà la prima donna a capo di Scotland Yard. Probabilmente è questo il vero pianeta extrasolare che la Nasa dovrebbe annunciare fra un paio d’ore.

Scotland Cressida

Her Majesty and Cressida Dick

Il pianeta nel quale una donna di nome Cressida ne sovrasterà uno di nome Holmes, Sherlock Holmes (il database criminale di Scotland Yard è chiamato Home Office Large Major Enquiry System, ed il suo acronimo è HOLMES).

Qui intanto continuiamo a cercare potenziali condizioni di vita che non si esauriscano nelle quote Panda e nei pezzi di costume, possibilmente scostumati. E dal pianeta Italia è tutto.

 

Donne sull’orlo di una crisi di taxi

martedì, febbraio 21st, 2017

Vorrei che la mia sindaca, oltre a scendere in piazza con i tassisti, provasse a prenderne uno di sera, da sola. Vorrei che provasse a chiamarlo, a scrivergli un sms a implorare al centralino mentre, di notte, deve rientrare a casa da sola. E ha paura. Sì, ha paura. Perché le strade non sono illuminate e se non sono deserte sono solo il ricovero notturno di chi sta ai margini. Ubriachi, clochard, bande. Vorrei che provasse a cercare con lo sguardo un parcheggio di taxi e lo trovasse vuoto.

Vorrei che, finalmente arrivando una macchina, si sentisse chiedere “Aò, ndo deve annà? Perché io smonto e me devo riavvicinà a casa”. E se casa tua non coincide con la sua sei fregata. Il che hai il 99,9 per cento delle possibilità che accada. Vorrei che provasse cosa si prova a dover implorare un uomo di notte dicendogli “La prego, non so come tornare a casa”. Vorrei che chiunque si stia occupando di questa vicenda, prima di avere fiato in gola, avesse il cuore, in gola.

Perché alla fine il punto non è difendere le comprensibili rivendicazioni delle categorie o sapere che la mia sindaca è accanto ai tassisti: è non sapere chi sta, se c’è, accanto a me.

Taxi

Occidentali’s calma

venerdì, febbraio 17th, 2017

Credo nell’arte come metodo di risoluzione delle controversie e di guarigione dagli amarezzismi. Cosicchè ieri, vistosi che il periodo gli è molto alto nell’indice del dimerdismo, ho accettato l’invito di una delle mie archeognok e mi son diretta alla Galleria Corsini ove sono in mostra anche due gioielli di Daniele Da Volterra, solitamente chiusi in casa dei conti Pannocchieschi d’Elci di Siena, faldone Serpelloni Mazzanti Viendalmare.

Ed è stato così che, mirando interminati spazi di fronte alla Madonna col Bambino, mi è sovvenuto se non l’eterno certamente sovrumani silenzi e profondissima quiete.

Questo Daniele da Volterra, pur amico di Michelangelo, non esitò a infilar braghe a mezzo del suo Giudizio Universale quando il Concilio di Trento sconfinò nella censura artistica delle impudiche nudità. Per questo, da allora, è detto il Braghettone. Eppure, in questa Madonna col Bambino, la tetta ancillare gli fuoriuscì bel bella e colà rimase.

Danilo da Volterra Madonna

Danilo da Volterra, Madonna col Bambino, Galleria Corsini

Segno che mai nulla è per sempre. E che comunque vada panta rei. And singing in the rain (paracit).

Credo nell’arte come metodo di risoluzione delle controversie, dicevo, interne ed esterne. Credo cioè che certuni scazzamenti, opportunamente allocati, potrebbero avere esiti diversi. Intendo dire che sotto la volta scrausa di un’affrettata rigenerazione urbana gentrificata il girodiscatolismo troverebbe ulteriori motivazioni a josa, sotto a quella della Cappella Sistina no e, schiacciati dalla magnificenza michelangiolesca, anche i più feroci propugnatori del muoiasansonismo sarebbero costretti alla resa. Per cui, ad esempio, convocherei i mondiali contendenti non all’Onu ma nella Camera degli sposi.

Danilo da Volterra Isaia

Daniele da Volterra, Elia nel Deserto, Galleria Corsini

Che anche l’arrendersi può diventare soave se l’antagonista, in luogo di Mario, diventa Michelangelo.

E dunque, ora e sempre, rifugiamoci nell’immensità. E se a qualcosa dovete arrendervi fatelo lì.

Arrendersi al più grande no. Arrendersi alla grandezza sì.

(Andate, andate fino al 7 maggio. La mostra è curata da Barbara Agosti e Vittoria Romani. Galleria Nazionale di Arte Antica di Palazzo Corsini, Via della Lungara 10, Roma)

Quella seta tenace come l’acciaio

mercoledì, febbraio 8th, 2017

Prima l’alluvione, poi il fallimento, poi mesi e Natali senza stipendio quindi il licenziamento. Mancavano solo le cavallette. E invece loro non si sono arrese e il 7 marzo -poi dice le date- sono andate da un notaio. Il 4 aprile erano già chine sulle nuove macchine da cucire. E’ la storia della Red Colour, una cooperativa di donne nata dopo il fallimento dell’azienda tessile nella quale erano assunte. Ve ne avevo parlato quando mi invitarono a Orvieto Destination Wedding, lì dove grazie all’energia di un’altra donna, Maria Rosa, le ho conosciute.

Smesso di cucire maniche, di fronte al disastro della disoccupazione se le sono rimboccate. E hanno ricominciato da capo, insieme. A Orvieto, a sfilare con tutti gli altri abiti, arrivò anche il modello “Mary Poppins” in onore della quippresente creato proprio da loro, insieme ad abiti da sera che lèvati proprio. Fu un incontro tessile-emotivo indimenticabile

Meri e Mary Orvieto

Oggi nelle sale di quel magnifico creare che è il taglia e cuci è entrata Fiammetta, un’altra della categoria donnetoste, e ha fatto una diretta sulla pagina di Cronache Italiane, quella delle testate locali del gruppo de l’Espresso. “Per noi -le hanno detto- aver salvato il posto di lavoro è stato come rinascere”.

La parola crisi, scritta in cinese -pare dicesse John Fitzgerald Kennedy- è composta di due caratteri. Uno rappresenta il pericolo e l’altro rappresenta l’opportunità. Loro son riuscite a trasformare quella parola in metà seta e metà chiffon. E la seta, lo sapevate?, è tenace come l’acciaio.

Senza crisi non ci sono sfide, senza sfide la vita è una routine, una lenta agonia, teorizzava dalla sua Albert Einstein.

Il video lo trovate qui. Loro le trovate alla Red Color a Orvieto. La loro grinta ovunque

La suola delle mie scarpe

giovedì, febbraio 2nd, 2017

VIET POP The End

Ora, per concludere degnamente la saga, forse dovrei parlarvi dell’incommensurabile stupore che mi prendeva quando, dopo un percorso di infinito pulmino e di infine aliscafo, si sbucava ai confini con la Cina sbarcando nella baia di Ha Long, che letteralmente significa “dove il drago scende in mare” e dove effettivamente si capisce perché sia considerata una delle Sette Meraviglie del Mondo. E magari un giorno ve ne parlerò diffusamente.

Invece oggi ho bisogno di parlarvi delle mie scarpe. Delle mie scarpe da trekking, queste:

Viet scarpe

In my shoes (Foto Meri Pop)

quelle che comprai per il mio primo viaggio della mia seconda vita, Cuba. Lì dove in qualche modo tutto ri-iniziò. Quelle che mi hanno accompagnata per questi sette anni, quelli che Brad Pitt passò in Tibet e io negli scarponi.

Sono scarpe che hanno attraversato mezzo mondo e sono sopravvissute al deserto della Dancalia come ai ghiacci della Nuova Zelanda, alla terra rossa dell’Australia e a quella arancio dell’Omo River. Hanno sfidato le guardie della moralità in Iran e i feroci Afar in Etiopia e si sono inchinate davanti alla magnificenza della sula dai piedi azzurri alle Galapagos.

Mi hanno fatto fare quello che, presumibilmente, nessun altro paio di scarpe mi farà fare, non foss’altro perché per alcuni Continenti la prima è stata anche l’ultima volta. Che quaranta ore di aereo per la Zelandia anche mobbasta eh.

Sono state la mia casa quando casa mia distava millemila chilometri. Hanno camminato insieme ai cammellieri in Etiopia, ai monaci scalzi in Laos e ai bambini in sandali di pneumatico in Mozambico. E non mi hanno mai tradita.

E’ per questo che le ho indossate e portate anche in Vietnam. Certo l’usura si sente, una cucitura che cede al lato, un rialzino scomparso dietro. Ma hanno continuato, pur sofferenti, ad aiutarmi su ogni strada. Nella fanga però ho iniziato a notare che scivolavo più del previsto. Un pochino ogni giorno. Ogni giorno di più.

Ed è stato proprio sbarcando nella bellezza mozzafiato di Ha Long che, per la prima volta, le ho girate dalla parte della suola. E mi sono accorta di quanto si fossero consumate: i millemila chilometri avevano allisciato la suola scolpita, tipo gli pneumatici a fine corsa.

Le mie scarpe. Proprio loro, così comode, così casa, così mie mi stavano abbandonando. E, peggio, stavano diventando pericolose. Perché avrebbero potuto darmi il colpo di grazia senza altro preavviso, mentre io mi concentravo solo sulla loro immutata comodità.

Non c’era molta scelta. Perché di questo passo, è il caso di dirlo, ci saremmo solo fatte male. Ho pensato che, proprio per il bene che ci siamo volute e per la strada che mi hanno aiutato a fare, meritassero rispetto e soprattutto meritassero di finire in un posto all’altezza della loro storia, non nel cestino dell’albergo scrauso di Hanoi.

Eravamo o no in una delle Sette Meraviglie del mondo? Ed è così che ho aspettato di rimanere da sola, mentre gli altri rientravano dall’impettata rocciosa di turno, e me le sono tolte. Qui:

Viet scarpe1

Cioè, aspè, quella è dall’alto. Qui:

Viet scarpe3

Le ho guardate per un po’ e le ho ringraziate, cose che Marie Kondo -la vestale del butting- m’avrebbe dato un bacio in fronte, e poi… me le sono rinfilate, che sulla barca mica ci potevo risalire scalza eh. Ma poi sì, le ho lasciate. Le ho lasciate andare.

Insomma questo volevo dirvi: forse viaggiare è un esercizio di vita perché impari a lasciarti andare ma anche a lasciar andare. Arrivi in posti che ti riempiono di immensità ma non te ne appropri, non ti impossessi mai di quello che incontri per strada: ne godi finché ci sei ma poi devi lasciarlo andare. E ripartire, per continuare a goderne in altro modo.

Dice Meripo’ sei andata a finire fino al Vietnam per dirci questo? No no, la cosa più importante ve la manda a dire dalla Baia di Ha Long la suola delle mie scarpe. Spesso non è quello che sentiamo, a farci più male: è quello che non vogliamo vedere.

Grazie a: Christian, Claudia, Lorena, Luisa, Monica, Pietro e Vincenzo

Chapeau

mercoledì, febbraio 1st, 2017

“Comprate cappelli di paglia in inverno. L’estate sicuramente arriverà”. (Bernard Baruch)
In ogni caso compratevi pure un ombrello.

Viet Hat

Viet Hat (foto Professor Pi)