Archive for settembre, 2015

Quelli che aspettano

martedì, settembre 29th, 2015

-Situazione sentimentale?
-Aspetto

Che tutto sommato è la gioia migliore. Quella di chi aspetta. Ora che abbiamo i pensieri prima ancora che ci nascano e le cose prima ancora di desiderarle. Ora che si va in fretta. E che in fretta bisogna ottenere.

C’è il mondo che corre. E poi ci sono quelli che aspettano. Sono pochi. Silenziosi. Non ti tediano, quelli che aspettano sul serio.

Quelli che aspettano a volte si disperano. Ma poco. Giusto il tempo per prender fiato e rincorrere di nuovo l’attesa.

Quelli che aspettano sognano. E amano. Amano bello. E mi sa che son tra i pochi che, alla fine, amano vero.

E mentre mi spazientisco anche io, a un certo punto mi fermo e penso che, invece, la cosa più bella è sapere di essere stati aspettati. Molto aspettati. E, in qualche modo, di esserlo ancora. Di esserlo sempre.

Aspettare, Linus

Luna e l’altro

lunedì, settembre 28th, 2015

Grandi aspettative, meticolosa preparazione poi quando sei pronta scompare: sostanzialmente sta ‪#‎SuperBloodMoon‬ è stata come l’uomo ideale.

E.T. Steven Spielberg

Strumenti di riparazione per cuorinfranti: la vasca

giovedì, settembre 24th, 2015

Un gruppo di studenti va in visita in un centro psichiatrico. Il direttore del centro fa da guida. Uno studente chiede al direttore

-Signor direttore, che criterio seguite per decidere quali pazienti devono essere ricoverati nel centro?
-Uno molto semplice: mettiamo il paziente davanti a una vasca piena d’acqua e gli diamo un cucchiaio, una tazza e un secchio. In base a cosa sceglie per svuotare la vasca decidiamo

-Certo -dice lo studente saputello- la cosa più logica è il secchio, che ha una capienza maggiore rispetto al cucchiaio e alla tazza…

-No, caro, l’unica cosa logica è togliere il tappo della vasca. Preferisce la stanza che dà sul giardino o quella sul torrente?

Ad uso dei devastati e inondati dallo tsunami della fine di un amore: il tappo. Dovete togliere il tappo…

(da “Manuale sui postumi dell’amore”, Juan Bas – Castelvecchi)

Vasca con rana

Laureate che fissano ruspe

martedì, settembre 22nd, 2015

“Non è vero che l’archeologia è avventura e mistero o improbabili scoperte di lavoro alieno sfuggito ad anni di ricerche. L’archeologia può essere, e anzi, nella maggior parte dei casi è, un laureato che fissa una ruspa”.

Io le ho conosciute che fissavano insieme a me un bicchiere di “Pensavo fosse amore” (London dry gin, sciroppo di rosa,  succo di limone, aria di lavanda, gocce di assenzio)

Pensavo fosse amore

Pensavo fosse amore cocktail

Antonia e Paola, le due laureate che di norma fissano ruspe. Sono due archeologhe. E me le ha presentate Astrid, nome da stella, tenacia da ruspa, archeo pure lei.

Che se ti dicono archeologo io penso sempre a Heinrich Schliemann che legge Omero e scopre Troia. Loro invece, le mie intendo, leggono tipo la cartina delle buche dell’Italgas e controllano che siamai emergesse Atlandide non la ruspino insieme al resto. La chiamano “archeologia d’emergenza: ci sono dei lavori, pubblici per lo più, e l’archeologo controlla che nel corso degli stessi vengano tutelati i beni archeologici”.

Di cosa sia fatta la quotidianità di un archeologo lo raccontano in questo bellissimo articolo qua che inizia così:

“La sveglia suona improrogabilmente alle 5.30. Capelli arruffati, occhi semichiusi e il desiderio che una tazza di caffè si materializzi sul comodino. Inizia una nuova settimana di lavoro. Destinazione odierna: suburbio romano. Lavagna, palina, freccia del nord, macchina fotografica sono pronti nello zaino, insieme a block notes, cappellino e crema protettiva. Il sole scotta in cantiere se non c’è neanche un albero a farti ombra e rischiare un’insolazione con il pericolo di stare a casa qualche giorno non è cosa da mettere in conto, soprattutto ora, dopo mesi di pausa forzata. Eh sì perché non tutti i giorni si lavora, ci sono periodi in cui non parte un cantiere neanche se si pregano i Lari”.

Archeologhe

Archeowomen (Foto Antonia Falcone)

Sole, pioggia, caldo, freddo, neve. Là. “In piedi, bardata con casco, giubbotto ad alta visibilità, antinfortunistiche e borsa di Mary Poppins a tracolla inizi a controllare il lavoro”.

Là. Con metro a stecca e matite, filo a piombo e compasso, mazzuolo e picchetti. Ferme. Una vita passata ad aspettare il preciso momento in cui poter dire “Fermate la ruspa”. Eppure. Eppure amano sconsideratamente ciò che fanno.

La sera del “Pensavo fosse amore” io, guardandole e ascoltandole descrivere un lavoro così ingrato e precario e incerto pensavo fosse seminfermità mentale. Invece si chiama passione. Ed esiste ancora. Ecco io quella sera, davanti a quella bontà alcolica, a parlare con loro di cuori infranti e sentimenti nascosti ma anche di quelli riemersi e tornati a vivere, ho pensato per un attimo che facevamo lo stesso lavoro: provare a inabissarci nel cuore della terra o delle persone e stare attente che improvvidi avventori di passaggio non spazzino via i preziosi frammenti rimasti del passato con i quali, un giorno, ricostruire.

Archeologhe, vi dobbiamo molto. Anche noi meripoppe.

Popypedia, un pop di quello che avete scritto voi mentre scrivevo io

lunedì, settembre 21st, 2015

Questi viaggi sono come i grandi amori: bellissimi prima, terribili durante, piacevoli da ricordare una volta finiti guardando le fotografie con un sospiro di sollievo.
Mario

Le donne si dividono in due categorie: quelle che ciabattano fischiettando con nonchalance verso il cesso comune e le altre.
Marco

Vorrei avere la tua abilità di scrittrice per raccontare il mio viaggio in Islanda con amico catanese che continuava a chiedersi perché mai doveva prendere tutto quel freddo per vedere della lava quando ne aveva a mucchi davanti casa sua.
Marino

Ora posso affrontare il mondo fuori
Giovanna Lapinia

La Lonely Planet ti fa un baffo a tortiglione
Alessandra

In estrema sintesi direi: per ora molto vomito
Chiara

Io te lo dico, alla fine ha ragione la mammamia Robi: MA PERCHÈ ‘UN TU VAI A LERICI? oppure in alternativa stai a casa”.
Gianna

Io te lo dico, sarai responsabile del divorzio più veloce del secolo quando la prima notte del viaggio di nozze a NY, incollato all’ipad dirò: “no, no, devo fare il diario di bordo come Meripo’”
Alessandro
(Alessà, tutte le scuse so’ buone, eh 🙂

Ma dove sta la Kamchatka?
Lucia

Meripo’ eeee… quando riparti?
Astrid, Manuela, Nicoletta, Silvia e molto cucuzzaro

La mia piena ammirazione: avventurarvi stoici per la caletta zuppa senza un’adeguata scorta di marshcosi.
Silvia

Nun… fate… caciara… che… sto… leggendo…., troppi nomi
Massimo

Io oggi di nascosto vado a pagare le vacanze in villaggio. Non mi frega più.
Diletta

Ohi Ohi Ohi, moio
Carla

#Osvaldobevilacquanuntetemo
Donatella Aridatecemeripop

Che il sovjet e la vita nei kolchoz ve spiccia casa
Lorenza

Ora rivaluto decisamente e finalmente il mio viaggio nella vecchia URSS con intossicazione collettiva quando, in seguito a assunzione di chinino per febbre alta, essendo svenuta cinque o sei volte sopra i campi di girasole della distesa, volevano portarmi in ospedale ma ho resistito alle cinque delegazioni venute a visitarmi.
Maria Grazia 

Noto che nella lista finale sono del tutto assenti i mezzi di trasporto rotti, il che mi fa supporre che stiamo pure migliorando.
Tiziana

Benigni Troisi lettera

Caro Savonarola

Se vuoi ti pago solo per leggere i tuoi post di viaggio Maori Pop
Antonella Anna

Meri Pop, noi lo paghiamo profumatamente il professor Pi, per portati in giro.
Daniela

Tu je devi fa’ male fisico, a Pi
Floriana

E ora vai con la sigla

L’estate più bella fu un inverno in Nuova Zelanda

venerdì, settembre 18th, 2015

Una volta chiesi a mio padre, munito di una invidiabile saggezza in testa e di alcuni bypass al cuore, cosa avesse provato la volta in cui finì in sala rianimazione. E lui rispose

-Meripo’, sai quanto voglia bene a voi. Ma in quel momento mi son passati davanti in un lampo tutti i bei posti che avevo visto viaggiando

Ora, vista la maratona alla quale vi ho sottoposti, mentre cerco una formula di congedo mi corre l’obbligo di confessare che anche stavolta io mica l’ho poi veramente capito macchiccaspita me lo faccia fare ogni volta. Ma probabilmente è quello che dice papà: mettere da parte cose ed emozioni da ripescare nella memoria all’occorrenza.

Quanto al fatto di come le si vada raccattando a giro per il mondo so solo che non vedo l’ora di decollare quando parto ma soprattutto non vedo l’ora di riatterrare quando torno. Il punto è che il mobbasta dura poco e piano piano si riaffaccia l’insano perquantoeffettivamente.

E’ chiaro che ci troviamo di fronte a un problema non geografico ma psichiatrico. E dunque che dire per chiudere l’avventura maora?

Nonostante il sabbatico che da alcuni anni mi sto prendendo nei confronti della fede, nel senso anche quella del credere oltre che di quella al dito, inizio seriamente a pensare che il padreterno, quando ha deciso di creare il mondo, sia partito dalla Nuova Zelanda e qui abbia concentrato il meglio di ciò che gli è venuto in mente. Poi nel prosieguo, in qualche circostanza, è altrettanto probabile che si sia rotto i cabasisi pure lui.

Ma qui, qui ha fatto con la natura ciò che Brunelleschi ha fatto con la Cupola di Santa Maria del Fiore e Michelangelo con la Sistina. Si sta ancora qui a chiederci come caspita abbiano fatto.

Un viaggio in Nuova Zelanda è un po’ un viaggio a matrioska: come farne dieci, uno dentro all’altro.

NZ dall'alto

Queenstown, skyline (Foto Meri Pop)

Sono un pezzo di Hawaii in Irlanda. Con accanto la Norvegia. E subito dopo le Ande. Come trasportare il Cervino sopra ai Grandi laghi americani o assemblare il Grand Canyon in mezzo al Pacifico.

E perché risparmiare sugli arcobaleni? Piazzatene un paio, anche doppi, ovunque, di quelli in cui si veda anche l’indaco. Poi prendete un po’ di zucchero a velo e spargetelo col colino intorno alle scogliere di Dover su quelli che per me ormai sono i monti del Pandoro e chissà se mai saprò come caspita si chiamino davvero.

Surfate, surfate pure alla HotWater beach hawaiiana ma con intorno cime di Lavaredo per centinaia di chilometri.

In tre settimane attraverserete otto paralleli e assaggerete parecchio del mondo, geyser e pozze sulfuree comprese (ricordando però che a Dallol, in Dancalia, dovete andare. Perché quello, davvero, non lo troverete manco qua).

Perderete la nozione spazio temporale (e te credo dopo una frullata di 48 ore di viaggio). E vi piacerà.

NZ Paola

Foto Paola Gallorini

Vi piacerà attraversare tre Continenti in uno e quattro stagioni in due giorni. E i Mohai nel mare. E Stonehenge nell’Oceano. Qui dove riescono a stare insieme la palma e l’abete.

Quindi, al netto di tutto ciò che vi ho fin qui raccontato e che dovrebbe scoraggiare qualsiasi persona sana di mente ad andarci, volevo dirvi, parafrasando Mark, che sì: la mia estate più bella fu un inverno in Nuova Zelanda.

E ora sipario e numeri:

5.085 km
1.000 litri di benzina
19 strade sbagliate
2 strade chiuse
4 strade interrotte
13.482 foto di Paola Gran Canon
18 ostelli
22 tipi di birre neozelandesi
8 tipi di vino tra australiani e neozelandi
3 siti importanti mai raggiunti (Milford Sound, Fly beach, Elephant rock)
1.800 metri di dislivello superati nei trekking
da +20 a -6 le temperature attraversate
3 ombrelli comprati
2 ombrelli rotti
1 pastora incazzata
6 foche avvistate
1 leone marino
3 pinguini. Questi:

NZ pinguini

Penguins (Foto Meri Pop)

 

P.S.
Grazie a Agostino, Bianca, Maci, Marina, Paola, Pietro, Roberta.

No rain, no rainbow

giovedì, settembre 17th, 2015

19 agosto

Che alla fine io parlo parlo ma poi Pi non l’ho mica lasciato in ostaggio al villaggio maoro. Perché NON HO TROVATO NESSUN VILLAGGIO MAORO, porcamiseria. Ma a questo punto della maratona zelandica, a due giorni dalla traversata di ritorno in Patria, resterebbero in lista un bel po’ di posti e di secchiate di neve e acqua delle quali mettervi a parte e tra le quali scegliere.

Fuggiti da Milford Sound come sapete, ci si appropinquava in quel di Invercargill (sentite che nome) con destinazione Bluff. Ora che si può fare secondo voi a Bluff? Si tarocca, appunto. Cioè quelli di Bluff dicono di essere il posto più a sud del sud prima del Polo. E ivi hanno eretto anche un bel cartello, sotto al quale Pi ed io non abbiamo resistito ad apporci anche noi per la foto di rito. Anche perché non c’era molto altro da fare, essendo il posto ideale per mangiare cozze verdi e ostriche ma essendo chiusi tutti i posti dove poterlo fare.

A quel punto Pi diceva che, VISTO CHE ABBIAMO PASSATO TUTTA LA MATTINA IN MACCHINA (nel caspita di Milford Sound, tanto per ricordarvelo), si poteva fare un bel trekking improvvisato di un’ora e mezzo intorno al costone, passando per una foresta umida come un acquario. Maci, avendo spaccato gli scarponi ed essendosi preparato ad andare a mangiare cozze verdi dunque coi piedi messi al massimo sotto il tavolino di un’osteria zelanda, se lo faceva coi mocassino. Ripeto: il trekking nella foresta col mocassino.

NZ Bluff

Taroccamento a Bluff (Foto professor Pi)

Senonché invece il posto del sud più a sud è un altro e sta a Slope Point. Ci arrivavamo il giorno dopo non senza aver prima attraversato un pascolo recintato e pieno di fango fresco modalità Papua Nuova Guinea-Irian Jaya. Solito vento a cento all’ora, gelido.

-Professor Pi ma non ci eravamo stati ieri, al punto più a sud??
-Meripo’, in realtà il punto è un elemento qualunque di uno spazio topologico. E in geometria è privo di una qualsiasi dimensione.

Ma certo, insistiamo ad andare a giro per il mondo con Fibonacci. E comunque non si sa com’è ma sto spazio topologico sta sempre in mezzo al fango e al gelo.

Però. Però ve lo devo dire. Quando ci siamo finalmente arrivati e mi son messa lì, tre metri sopra l’ibernazione a guardare quel vuoto a perdita d’occhio davanti, ho preso la manona del professor Pi, la mia col solito guantone “La zucca stregata” e gli ho chiesto

-Ma qui siamo proprio proprio sul ciglio della fine del mondo?
-Si Meripo’, siamo sull’ultimo pezzo di terra prima di quelle a ghiaccio perenne

NZ Meri South Pole

Meri Pole (Foto professor Pi)

Ora sarà che per la sindrome di Stoccolma una si sdilinquisce pure coi rapitori e figuriamoci con Pi nonostante tutto ciò che v’ho già detto, però lì di fronte a quell’azzurro perenne, io sì mi sono emozionata. E certo la pioggia, il gelo, le pecore, il pascolo, il fango, le impettate. Però. Però.

Nella mia precedente vita andai due volte alle Hawaii. Intendo la vita in cui si viaggiava ancora come gente sana di mente. E mi colpì un gadget diffuso ovunque che diceva “No rain, no rainbow”. Che tutto sommato è un po’ la Nuova Zelanda in estrema sintesi. Perché in quel momento lì, su quello sperone di roccia battuto dal vento, mi è sembrato che valesse la pena tutto. E soprattutto la rain. Che, va detto, ci ha regalato per tutto il viaggio dei rainbow che lèvati.

NZ doppio arcobaleno

Double rainbow (Foto professor Pi)

Ci sarebbe poi da dirvi anche di quando si andò al Waipapa Point e ci si incantò di fronte alla maestosità del mare, del faro e del leone marino (il leone marino è quello a destra, Fibonacci a sinistra).

NZ leoni marini

Leone marino (è quello a destra) – Foto Meri Pop

E ancora una volta il momento tòpico dello spazio topologico si accompagnava in  macchina con il sempresuonante Cd Pink Martini di Ago che in quel momento suggellava l’attimo con “Tuca Tuca”. E con questo direi che basta.

Fuga da Milford Sound

mercoledì, settembre 16th, 2015

18 agosto

Il Professor Pi ha uno zaino della Jack Wolfskin modello “Milford Sound“. Da circa vent’anni si chiedeva che caspita volesse dire. E ora ve lo spiego io, che vuol dire. Aggiungo che prima di partire anche la mia amica Patrì, detta Scassaminx, gran viaggiatora, aveva detto

-Oh Meripo’ guarda che alla Zelandia c’è Milford Sound, uno dei posti e dei trekking più spettacolari del mondo

Comunicatolo al professor Pi ello aveva a malincuore precisato che

-Meripo’, sono 53 chilometri e ci vogliono quattro giorni. Noi purtroppo non abbiamo tempo

Purtroppo. Diosialodato. Comunque ci attrezzavamo per poterne esplorare i meravigliosi fiordi e paesaggi con una bella crociera. Fissata la partenza all’alba per raggiungere l’imbarco (due ore di macchina, che qua non è che si può dormire vicino alle mète della mattina dopo, siamai) ci si svegliava, dopo insolite belle giornate, con il principio di un potenziale monsone.

-Professor Pi, piove
-Si ma siccome dobbiamo scavalcare un promontorio magari lì c’è il sole

Che Pi è scienziato ma è soprattutto fiorentino dunque, come l’Alighieri, presumibilmente pensava ad “amor che move il sole e le altre stelle”: senonché qua amor dall’inizio del viaggio moveva prevalentemente tuoni e cabasisi. Ma tant’è. Strada, ovviamente, deserta (questi sono sei milioni in tutto su un territorio come l’Italia, s’allargamo).

A un certo punto tipo alle 8, tra una secchiata d’acqua e un cumulonembo, intravedevo un cartello luminoso recante la scritta “Alle 9,30 chiude la strada per Milford Sound”

-Professor Pi, dice che alle 9,30 chiudono la strada per Milford Sound
-Meripo’, la riapriranno

Voi capite. Comunque a un certo punto, tipo dopo una mezz’ora, anche Maci, guidator cortese del veicolo due, si affiancava strada facendo e insisteva

-Maaaaa hai visto che alle 9,30 chiudono la strada?
-Si ma per quell’ora noi saremo già arrivati

La Cassazione.

Ago continuava a notare che, effettivamente, per strada c’eravamo solo noi. Cosa che ci capitava di sovente ma mai per 200 chilometri di seguito.

Ora l’altro punto è che, per arrivare all’imbarcadero del Tasman sea, presumibilmente al livello del mare, noi invece continuavamo a salire, appalesandosi a un certo punto la NEVE e le montagne a Pandoro

NZ Milford2

Strada Milford Sound, montagna Pandoro (Foto Meri Pop)

Dice -Meripo’ ma facevi foto in bianco e nero?

No, bellimiei, era a colori. Apperciocché si evinceva che qui per raggiungere i fiordi (che noi questo AVREMMO DOVUTO RAGGIUNGERE)

NZ Milford Sound cruise

Ve piacerebbe eh? (Milford sound maivista)

prima devi attraversare il valico del San Bernardo.

Finalmente, alle 9,25 -salpando il traghetto alle 9,40- si perveniva al deserto parcheggio dell’imbarcadero, tutto avvolto da nebbia, brume e spettrali lampi.

Dopo un breve sondaggio all’interno dell’abitacolo

-Beh ragazzi, non si vede una cippa però ditemi che volete fare che così facciamo o meno i biglietti

e consultato anche il veicolo B, Pi, Maci e Ago si dirigevano alla biglietteria per assumere ulteriori informazioni (ma cosa vuoi assumere che non si vede un beneamato, santogelo).

Ed è stato dopo un paio di minuti che li ho visti tutti e tre schizzar fuori dalle brume plumbee del terminal, correre ai nostri veicoli, ivi gettandovici dentro modalità Sebastian Vettel e ripartire a manetta senza manco allacciarsi la cintura come fossimo inseguiti dall’Interpol. GNIIEEAAAAHHHHH

La Marina ed io appisolate ancorché intirizzite sui sedili posteriori, tra uno sbadiglio e l’altro, ci guardavamo a punto interrogativo. Poi, mentre Pi pestava sull’acceleratore come fosse all’Autodromo di Monza, chiedevo

-Ma che vi hanno detto? E Ago scusa ma perché corriamo??

Al che Ago

-Meripo’ te lo spiego dopo. GNIIIEEAAAAAAAHHHH

Dopo un minuto ci inseguiva e fermava il locale netturbino Ama, dicendo

-Ehi, mister, qua c’è il limite a 30 km, slowly slowly

Pi faceva Sì tenchiù col capoccione ma, superatolo, aricominciava con Monza

-Ma insomma, che vi hanno detto???

-MERIPO’ hanno detto che la strada LA RIAPRONO FRA DUE GIORNI

No, guardate, non me lo fate neanche ricordare.
L’UNICA STRADA DI COLLEGAMENTO CON IL RITORNO E LA CIVILTà CHIUSA PER DUE GIORNI. Noi lì, nelle brume dei fiordi del caspita del niente di Milford Sound.

Ore 9,35. Sulla strada chiusa dalle 9,30. Le mie coronarie andate, la pressione peggio di quella del maresciallo quando ci intercetta sugli argomenti calienti. E come tutte le tragedie che si rispettino, la rocambolesca fuga avveniva con la colonna sonora fissa sul CD di Ago dei Pink Martini con “Donde estas Yolanda”. Sound de Milford Sound tra salsa e rumba.

Donde estas, donde estas, Yolanda
Que paso, que paso, Yolanda
Te busque, te busque, Yolanda
Y no estas, y no estas Yolanda

Alle 9,37 noi e la Yolanda arrivavamo alla barriera. CHIUSA. Col poliziotto in divisa accanto. Ed è stato allora che Pi si è profuso in una delle migliori interpretazioni del teatro tragico scuola Gabriele Lavia

-Sorry, sorry, noi dobbiamo assolutamente andare a prendere l’aereo a Christchurch… Sorry, pleeease

Insomma il neozelando, con occhio sbarrato, sbarrava la sbarra. E ci faceva passare, avvertendo via walkie talkie nonsocchì che “Ci sono due macchine di rincoglioniti italiani, fateli passà”.

Io non lo so donde estas e que paso Yolanda ma lo so solo io quello che ho passato io.

Risalendo il passo del San Bernardo, in attesa di verificare l’effettiva apertura della seconda barriera (mai incontrata, cioè questi hanno chiuso solo quella in fondo e non in cima alla strada), soprattutto tentando di smaltire la strizza, continuavamo a veder aggiungere nuovi significati alle declinazioni di “acqua a secchiate”.

E comunque. Poi avoja Paul Morand a dire che “Partire è vincere una lite contro l’abitudine”, che qua è vincere una lite contro la testa dura di Pi. Ma adesso basta. Io a questo lo lascio in ostaggio al prossimo villaggio maoro. E poi chiamasse pure la Farnesina.

Meri Poppe

venerdì, settembre 11th, 2015

(NOTA DI SERVIZIO: puntata che casca a cecio giustappunto oggi che c’è la Marcia delle donne e degli uomini scalzi, haivistomai, si fa pure a Roma non solo dai cinemisti)

16 agosto

Se percorri cinquemila chilometri -cinquemila- in diciotto -diciotto- giorni è evidente che la maggior parte del viaggio si svolgerà in macchina (che poi visto quello che succede quando scendi è meglio così). Ed è stato tra una pennica e un’affacciata dal finestrino che a un certo punto -nella zona ghiacciaio Fox- abbiamo attraversato tipo a 80 all’ora con limite 40 la cittadina di Cardrona, che di suo non stava in nessun report, trippadvaisor o altri brogliacci declamati da Pi. Ora però, siccome la mia amica Teresa detta ZiaTere di cognome fa proprio così, mi sperticavo inutilmente in

-Uuuuuhhh Cardrooooona

come effettivamente avessi avvistato un atollo polinesiano ai piedi del Monte Bianco. Nell’indifferenza generale continuavo a pronunciare vocali di stupore (-Iiiiihhhh, Oooooohhhh) ma col ciufolo che Pi rallentava. Anzi oggi sostiene di non avermi manco sentita. Senonché, successivamente, nella ricostruzione al ralenty del neozelandico raid, anche Ago affermava di aver notato “qualcosa di strano, come dei reggiseni appesi, a un certo punto di nonmiricordodove” e cioè “una staccionata di reggiseni”.

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Cardrona Bra Fence, come trasformare questioni “spinose”

Ordunque, cari, l’occasione mi è gradita per dirvi che a Cardrona -allocata tra Wanaka e Queenstown- anni fa alcune donne iniziarono ad appendere il reggiseno su una staccionata di filo spinato. E piano piano i reggiseni hanno prevalso sul filo spinato. Poi la staccionata è diventata un’attrazione turistica, quindi un casino, gli automobilisti inchiodavano per fare le foto e insomma alla fine l’hanno smantellata ma ora sta riiniziando a popolarsi di reggipoppe.

Questo per dire che, a proposito di muri-fili spinati recinzioni e altre varietà di alzimurismi umani molto purtroppo tornati di attualità, a volte il genio femminile riesce a trasformare anche questioni assai spinose in grottesche. Gli è che difficilmente le donne fanno rivoluzioni coi mitra: molto più spesso riescono anche solo con le pentole. Meglio ancora coi Wonder Bra.

Ma della giornata very poppica mi è qui gradito segnalare anche che, reso omaggio al ghiacciao Fox dove faceva insolitamente caldo (cioè voglio dire sempre 12 gradi ma ciò è comunque intollerabile, che ai piedi del ghiacciaio faccia caldo)

NZ Fox Glacier

La “rosa” del Fox Glacier (Foto professor Pi)

la sera si giungeva in quel di Wanaka, mozzafiatissimo luogo di lago, catene di montagne coperte di neve e papere,

NZ Wanaka lake

Wanaka lake and ducks (Foto Meri Pop)

ove ci attendeva, in un bello bello ostello, la nostra “stanza sestupla” (più Maci e Rob confinati altrove). Si signori. E che mica solo io dovevo condividere la rivoluzione russante di Pi eh.

Insomma una giornata piena zeppa di uno spettacolo della natura appresso all’altro. Lì dove si incrociano i concetti di incontaminato e curato. Dove tutto è rispettato ma non abbandonato a se stesso. Giornata al termine della quale, nel sestuplo letto della sestupla camerata, mi spiace molto averlo pensato ma mi è proprio dal sen fuggito, mi son detta -Meripo’ da un certo punto di vista per fortuna la Nuova Zelanda è in mano ai neozelandesi. Che in mano a certi nostrani chissà che ne sarebbe stato.

Si chiudeva infin la memorabile giornata con una cena cucinata da me. PAURA EH?? No, toccava a me ma poi Pi, avendo guidato solo per 400 km, arrivava in cucina e, visto che ero io all’opera, esordiva con un

-Maqqquasiquasi ora mi rilasso davanti ai fornelli

con ciò deliziandoci con una cena a base di pasta al tonno, cavolo ripassato e cioccolata con rum offerto da Ago, comprato in pregiata rumeria locale. Ma soprattutto la giornata si chiudeva nella stanza sestupla ove, spente le luci, sui tre letti a castello calavano il buio, le palpebre e un australe, stavolta meritato, ronfamento stereo di Pi.

 

Quel che resta dei giorni

giovedì, settembre 10th, 2015

15 agosto

E’ arrivato il momento, dopo quindici giorni di viaggio, di dare una buona notizia. Ma state calmi che dura poco. Dunque il professor Pi, quanto al capitolo “ostelli”, aveva una specie di Trip Advisor di precedenti recensioni di viaggiatori e alla tappa di Punakaiki riluceva un “bellissimo, forse il migliore”. Confermo: casette di legno in mezzo alla foresta -a picco su scogliera e spiaggia- dotate di tutti i confort, arredamenti in caldo legno con calda stufa e calde coperte a disposizione nella sala lettura, salotto sotto, camere da baita in Val Badia nel soppalco a vista di sopra.

Poi, Pi, salendo e precedendomi coi bagagli (nel senso che se li era caricati tutti lui per evitare un di me dirupamento in terra di Zelandia) a un certo punto della pregiata ripida scala in legno dice

-Meripo’, quest’anno va così, ovunque. Rassegnati
con ciò mostrandomi un di coccio gufo sulla soglia della finestra

NZ gufo

Gufo maoro (Foto Meri Pop)

e poco dopo, aprendo la porta della stanza, ci imbattevamo in altro gufo, ma stampato, troneggiante sul letto. E gufi nei quadri, sui copriletti e financo al bagno. Poggiate le masserizie accanto agli sparsi rapaci si andava in avanscoperta sulla di sotto scogliera, non prima di aver attraversato un sentiero boschivo. Un posto bello assai. La scogliera. Con le solite nuvole di Fantozzi a renderla inquietante.

Ma è stato niente in confronto a quello che ci è apparso la mattina dopo. Quando dopo un agevole sentiero ci si è spalancato davanti, davvero, l’indescrivibile:

Pancakes rocks1

Pancakes rocks, l’antro del diavolo (Foto Meri Pop)

Pancakes rocks -che in italiano suonerebbe come montagne di frittelle (e qui capite che l’anglofonia a volte fa la differenza)- immense ed inquietanti stratificazioni di rocce a perdita d’occhio piazzate tra azzurro del cielo e mar di Tasman. Con le giuste condizioni di marea l’acqua spinta dalle onde risale la scogliera in stretti canali verticali e fuoriesce come un geyser, con getti pazzeschi e minacciosi, dando vita alle cosiddette Blowholes.

Ma è il rumore, il rumore di tutto questo accrocco, ciò che non dimenticherete mai, luogo che non a caso i Maori chiamarono “l’antro del diavolo”. Lì dove vento, mare e tempeste si son divertite a disegnare la materia, il tempo e lo spazio:

Pancakes rocks2

Altro che Stonehenge e dodiciapostoli (Foto Meri Pop)

e dove noi siamo rimasti, letteralmente, storditi dall’emozione. Fermi lì. A riempire gli occhi di ricordi.

Pancakes rocks3

We (Foto Meri Pop)

Non ho ancora capito bene a cosa serva viaggiare. Però diceva Ennio Flaiano che “I giorni indimenticabili nella vita di un uomo sono cinque o sei. Tutti gli altri fanno volume”. E certamente, il giorno di Pancakes Rocks, farà sempre parte di uno dei sei.