Archive for maggio, 2015

Di Superman, pippe e Superpippe

venerdì, maggio 29th, 2015

Meripo’  scusa,

metti che anni fa due persone si incontrino per lavoro, lui è più giovane. Capiscono subito di avere una fortissima attrazione, sebbene non accada nulla. Metti che il tempo passi, i due si sentono per le feste comandate e compleanni. Metti che però a ogni telefonata o casuale incontro si percepisca sempre che tra i due aleggia un sospeso importante ed intrigante.

Lei fa finta di nulla. Lui pure. Poi lei si sposa. Passano altri anni, feste comandate, compleanni. E c’è sempre quel filo inspiegabile che continua a legarli.

Metti che il matrimonio di lei entri in crisi, metti che lui rientri in Italia. Si scrivono, si sentono, lui le dice che rispetta la sua vita.

Metti che infine si rivedano. E ri-scatta la magìa. Ma poco dopo lui inizia con lo show, quello che tante volte abbiamo letto e sentito: sai il lavoro, sai ho appena avuto una promozione, non ti voglio perdere ma come faccio, non ho tempo. E l’ultima volte aveva anche un forte raffreddore. A volte pare geloso, fondamentalmente non lo è. E non c’è da scomodare la sindrome del martello. Ma, se vuoi qualcuno davvero, vai e almeno cerchi di prendertelo.

Ora però direi anche che basta, noo?

Forse lui vuole mostrarsi l’uomo-che-non-deve-chiedere-mai, per lei è diventato uno str.. stupidino. Quindi, oltre alle pippe mentali, ci sono anche delle gran pippe. Ecco Meripo’ questo volevo dirti.

Tua Chèrie

Cara mia,
bei tempi quando già alla seconda riga di lettera narrante le gesta di qualche esponente del sesso a noi avverso mi scattava in automatico il tasto che-stronzo. Ma stavolta son giorni che leggo e rileggo e non scatta. O almeno non scatta del tutto. E’ vero lui mo’ temporeggia e traccheggia. Però quella “impegnata” sei tu. E’ vero:  se vuoi qualcuno vai e cerchi di prendertelo. Ma quand’anche il Traccheggiatore si presentasse troverebbe in qualche modo occupata te, tesò. Questo dobbiamo dircelo.

Certo resta il fatto che, aspetta e aspetta, poi finalmente lui si decide e, mentre siamo lì a sognare sull’agognato arrivo del nostro principe quello si fa fermare da una rinite allergica. E in questo, sì, hai ragione: uno aspetta Superman ma alla fine rischia di ritrovarsi con Superpippa. Non è tanto il caso in oggetto quanto una nostra predisposizione genetica: rincorrere gli impossibili, rassegnamoci.

Tutto ciò premesso auspicherei l’acquisizione di un parere di esponente del sesso a noi avverso. Ed è per questo che lascio la tastiera al Professor Pi.
Per ora ti abbraccio
Tua Meri

Cara Chèrie,

Meri mi ha passato il tuo messaggio chiedendomi un parere. Succede spesso, a noi ricercatori, di vivere nel dubbio, è la molla che ci fa andare avanti: e anche in questo caso non riesco a trovare un indirizzo univoco. Provo, quindi ad elencarti  una serie di riflessioni che spero possano essere utili :

– Al di là della questione di età, che non mi pare rilevante, perché, se  l’attrazione (non solo fisica) era così forte e ripetutamente verificata, hai poi sposato un altro?

– Dal messaggio si evince che lui ti ha aspettato e ti è stato vicino a lungo, anche dopo la tua scelta di un altro: ma non sarà che oggi si aspetti un tuo deciso passo nella sua direzione ?

– Ti ha aspettato, ti ha pensata, ti è stato vicino. E’ come se si fosse caricato di elettricità nel tempo. Potrebbe essere che al contatto si sia scaricato ma non riesca ad accettarlo con se stesso, prima ancora che con te e per questo traccheggia?

– Che abbia solo voluto aggiungere una tacca alla sua pistola? Cioè è uno stronzo?  Sarebbe la risposta più facile e anche la più consolatoria. Ma magari non quella vera.

tuo Pi

P.S.
Chèrie qua non ne viene a capo manco la scienza. Speravo in un Teorema del Traccheggiatore, in un Postulato del Fantasmino Amoroso. Manco quello. Tocca aspettare. Perché, di questo sì sono sicura, non credo finisca qua. Facci sapere.
Tua Ri-Meri



Daje de tacco

giovedì, maggio 28th, 2015

E’ stato quando mi ci sono issata sopra dopo due aperitivi a base di prosecco che ho finalmente capito la formula del Principio di Autostima: tacco 12 moltiplicato 2 elevato al doppio cocktail diviso per 30.

Dunque, donne, si fa così: si toglie dalla naftalina quel paio di tacchi importabili, ci si reca da RiccioCapriccio (che di suo sarebbe un negozio di parrucchieri -ecoparrucchieri)  in una serata in cui il monsone trasformava Roma in Calcutta, e ci si accomoda al corso di sopravvivenza di Stiletto Academy insieme ad altre 30 aspiranti trampoliere. Che già come portare i tacchi è un’arte ma come portarli sui sampietrini romani è capolavoro.

Ed è poi stato quando Tamara mi ha appiccicato sulla camicia l’adesivo “Impedita numero 7” che ho realizzato l’irreversibilità del passaggio: da sfigata a regina. Apprendendo l’arte del come impedire a un tacco di farti camminare come un piccione o un Tyrannosaurus rex.

Che in principio fu senz’altro Marilyn a darci la linea “Io non so chi abbia inventato i tacchi alti, ma tutte le donne devono loro molto ma ci diede parecchia soddisfazione anche Veronica Webb: “I tacchi alti mettono il sedere su un piedistallo, che è il suo posto” .

E dunque sempresialodato Riccio Capriccio che invitò un’altra Veronica, Benini, in arte Spora, gran maestra di portamento sul trono al quale ogni sedere dovrebbe aspirare.

Naturalmente si iniziava con una sfilata… di cocktail, dunque non solo sui tacchi ma pure mbriache, giustamente. Vi dico solo che, a partire dal riscaldamento delle caviglie per finire alla fisiologia dell’ancheggiamento bilanciatorio, a un certo punto la Spora ha squarciato il cielo nero del monsone romano e anche quello dello sfigatismo nostro con una chiamata alla riscossa che manco decenni di Anais Nin e la Kulisciova e Senonoraquando messe insieme.

Salendo sui tacchi, mie care, parte la retroversione del bacino e a quel punto ruota indietro anche la Iolanda che si riposiziona pure nel cervello. E qui sta la percezione anche del potere legato al sesso. Altro che uomini, bellemie.

Delle mie 30-40 sodali di serata dirò che era da tempo che non facevo una full immersion di energia così. L’apoteosi è stata raggiunta alla sfilata finale, un Tacco Pride che resterà nella Hall of Fame degli eventi motivazionali, conclusasi con la proclamazione della Regina delle Impedite, la sfolgorante Astrid del Celio (che Astrid del Belgio scansati proprio).

Dunque sì, ciò che il mondo chiama tacchi noi chiamiamo autostima. Ed è impagabile poterla portare in giro a testa alta. Che diversamente, come dice la Spora, se la testa la sporgi troppo in avanti prendi l’andatura del piccione. E anche questo ricordiamolo sempre: da trampoliere a piccione è un attimo. Ma anche il contrario, se hai le amiche e le maestre giuste.

Sarà più veloce ma farà male lo stesso

martedì, maggio 26th, 2015

Da oggi dirsi addio sarà più veloce. Ma non sarà meno doloroso. Lo dico ad uso dei faciloni del col-divorzio-breve-si-sfasciano-le-famiglie: magari le famiglie si sfasciassero a causa dei tempi del tribunale. Dunque, volendo portare argomenti a sostegno della tenuta della famiglia, non si fa un buon servizio alla causa invocando tempi biblici per impedirlo.

E’ e resterà doloroso e difficile anche se e quando sarà lampo. Intanto perché si entra in un tribunale. E non tutti pensano, quando si sposano, che se le cose non vanno tocca presentarsi davanti a un giudice. Il prete o il sindaco, tutto sommato, sono meno impegnativi. Insomma uno entra lì per certificare il proprio fallimento. Tipo con gli scatoloni di Lehman Brothers in braccio. E non è che ci sia proprio una corsa a farlo, potendo evitarlo, ve lo assicuro.

La sera prima è complicata: non passa mai. Anche la mattina, in verità. Ma la si riempie facilmente con ansie vestitorie di ogni tipo (le femmine, i maschi non lo so che fanno per tenere a bada l’ansia).

Qualche tempo fa Lam Thuy Vo, giornalista di Al Jazeera America, ha pensato di “convertire” il dolore dei suoi quattro mesi nerissimi in una serie di dati e grafici: ore di sonno perse, ore passate a piangere, brani ascoltati su iTunes (Hey, dei Pixies, è stato il pezzo più ascoltato, 259 volte) compresa una lista di oggetti “non indispensabili” acquistati per ottenere un temporaneo conforto (tra cui abiti per 280$, una Polaroid per 28$ e un sintetizzatore per 200$). Ha poi raccolto tutto in un blog dal titolo “Quantified Breakup”.

Questo per dire che, sia che ci vogliano sei mesi o tre anni in tribunale e svariate strisciate di bancomat per accrediti di oggetti atti a trovare momentaneo conforto, è con se stessi che bisogna fare i conti. Conti che spesso non tornano. Per tutta la vita.

da Quantified Breakup, oggetti "non indispensabili" acquistati per ottenere un temporaneo conforto

E’ tutto un equilibrio sopra la follia

lunedì, maggio 25th, 2015

A proposito della morte di John Nash molti oggi ricordano quanto la sua teoria dell’equilibrio, nella più generale teoria dei giochi,  (“un profilo di strategie -una per ciascun giocatore- rispetto al quale nessun giocatore ha interesse ad essere l’unico a cambiare”) abbia a che fare con un motto di Italo Calvino:

“Il meglio che si può ottenere nella vita è di evitare il peggio”.

Che, mi sa, è anche il meglio che si può ottenere nel matrimonio.

Del perché dove non riesce manco il Prozac riesce da 36 anni il gloriagaynorismo

giovedì, maggio 21st, 2015

Dopo aver avversato per decenni l’istituto della “festa a sorpresa” -non essendomi comunque mai sottratta al richiamo a parteciparvi compresa la mia- stavo per aggiungere un nuovo capitolo alla serie ieri sera quando però la festeggiata, sgamando le mosse, ha infine impugnato la situazione facendoci partecipare alla festa all’insaputa: partecipare a una festa a sorpresa alla quale partecipi mentre quella lo sa da mo’. E mi è piaciuta assai assai.

La convocazione segreta avveniva con appuntamento serale sul Lungotevere ove trovavasi fantomatico accesso a sottostante barcone ivi galleggiante sul romano corso d’acqua. Percorsa avanti e indietro la banchina una decina di volte in cerca di un pertugio che non trovavamo -diventate nel tempo svariate decine di genti che scendevano dalle strade affluenti- infine si sentiva la voce del barcarolo che come Caronte ci invitava:

-Aò, se scende deqquà

Tra i dieci motivi per i quali vale la pena vivere aggiungerei d’imperio dunque anche la visione che ci si spalancava una volta approdate -dopo ponti tibetani e corrimano- una volta atterrate sul barcone:

Quanto sei bella Roma quanno è er tramonto (foto Meri Pop)

Essendo la pischella in oggetto di genetliaco nata nel pieno degli anni (omissis), la serata si dipanava allietata da musicale gruppo che ripercorreva impietosamente per le nostre carte d’identità il meglio della produzione anni ’80, in ciò gettandoci nelle nostalgiche reti non dei barcaroli romani ma dei nostrani adolescenziali ricordi.

E un altro dei motivi che aggiungerei alla precedente top ten risiede nel fatto che la mia amica Bea, a me contigua di cena e di scatenamento in pista, dopo aver ceduto al richiamo di Cindy Lauper e di Michael Jackson infine, tornata a sedersi, sospirava

-Vabbè mo’ ce manca solo I will survive e poi abbiamo fatto bingo

E, manco a dirlo,  come Russel Crowe al-mio-segnale-scatenate-l’inferno,  partiva l’inconfondibile arpeggio pianistico gloriagaynoriano.

Non so dirvi perché e prima o poi qualcuno dovrebbe dedicarsi invece a scoprirlo con un fondamentale studio dal titolo “Del perché dove non riesce manco il Prozac riesce da 36 anni il gloriagaynorismo”: di quante ne abbiamo viste rialzarsi già all’innesco della prima strofa e direttamente dimenarsi al termine, facendo diventare quell’

And so your back davvero il segnale russelcrowiano. Per non dire dell’

“It took all the strength I had not to fall apart” che si erge a vendicare finalmente i nostri ovunque sparsi broken heart. Di solito sparsi -va detto- nel tinello, nel quale magicamente ci dimeniamo al suon della rinascita.

Ed è stato così che, guardando in pista alcune e alcuni di quelli dei quali in quota Meripo’ conosco il sentimental curriculum, mi è sembrato che fosse giunta l’ora per irrimandabilmente segnalare Gloria Gaynor all’Unesco. E anche all’Unisco. Che come ci uniscono le sfighe d’amore prima e Gloria dopo, nessuno mai.

I will survivor - Glee cast

(E grazie, gloriagaynorianamente grazie, a tutti quelli del ieriseral barcone)

Dieci e lode

martedì, maggio 19th, 2015

Dunque ciò che di Santiago Calatrava mi lasciò a boccaperta a Valencia -cioè il Planetarium, detto anche “l’occhio”- erano gli integrali. I numeri. Cosiccome la perfezione del broccolo romanesco -sublimata nella corrispondente pasta con- è merito di un frattale (no, non le frattaglie, marescià, quelle servono per la pajata).

I pensieri, a metà fra Fibonacci e la sora Lella sono arrivate dopo aver trovato, tramite la sempresialodata bacheca del socialcoso del Professor Pi, questa riflessione postata da un suo collega scienziatissimo anche lui, il Professor D. Dei, Luigi Dei.

“Se ammiri una magnifica statua son le proporzioni che ti fanno venire un tuffo al cuore, se resti incantato dalla prospettiva di un quadro o dalle armoniose volute di un palazzo rinascimentale sono i rapporti che ti stordiscono, se ascolti della musica inebriante e armonica son frequenze e durate espresse con frazioni semplici che ti danno scariche di dopamina, se leggi estasiato versi endecasillabi ringrazia quel numero, l’undici, se alzi gli occhi al cielo e vedi le magnifiche superfici di Calatrava son gli integrali che le riportano a dimensione nota, se resti senza parole alla meraviglia di certe forme della natura ringrazia, per favore, i frattali, se infine vedi una donna o un uomo anziani che si disperano, versano calde lacrime e si lamentano di non avere più percezione delle meraviglie del mondo, sappi che non sono ciechi o sordi: non si ricordano più la bellezza dei numeri e della matematica”.

Il Planetarium (detto l'occhio) di Santiago Calatrava, Valencia

Che una cerca di evitare tutta la vita la matematica dicendo che non la ama e quella poi ti rispunta a sorpresa in tutte le cose che ami. E, oggi, penso sconsolatamente di essermi persino vantata di non amarla e di non-sapere-nulla-di-matematica. E’ stata una sciocchezza. Perché è come dire non amo e non so nulla di tutte le cose belle della vita.

Quindi grazie per aver indotto il ripensamento tardivo, grazie al professor Pi e al professor D, Dei. Quindi Dei gratias.

Meri Pop modalità Aida, “la marcia trionfale del pronto soccorso emotivo via blog”

martedì, maggio 19th, 2015

“Non è un programma radiofonico perché il titolo di quello condotto su Radio1 dalla bravissima collega Maria Teresa Lamberti (la candido ad una prossima intervista) si scrive Meri Pop ed è nato qualche anno dopo. Vi assicuro, però, che Meri Pop, blogger seguitissima, esiste ed è in carne e ossa.

E’ la second life, forse quella più vera, di una giornalista che ha saputo crearsi un ruolo parallelo ai proprio impegni istituzionali, come acuta osservatrice di costumi e di sentimenti.

Utilizzatrici finali e donatrici di spunti del blog “Supercalifragili” (dove fragili e fondamentali) sono state, inizialmente, una cerchia ristretta di amiche ed estimatrici. Il passaparola ha condotto alla corte di Meri Pop anche dei maschietti, molti in funzione di osservatori permanenti (per studiare le mosse del nemico?), fino a creare un folto pubblico di affezionati followers. Poichè desidero studiare quello che è ormai diventato un vero fenomeno mediatico-sentimentale, farò un’eccezione alla regola della mia rubrica, dedicata a persone fotografabili, intervistando un avatar.

D’altronde, per noi giornalisti, è norma professionale non rivelare le fonti”. (continua)

Aò, donatrici di spunti, utilizzatrici finali, osservatori permanenti e fenomeni mediatico-sentimentali, in questa intervista si parla di voi eh. (Grazie ad Annamaria Barbato Ricci che si è presa sto caffè con l’avatar e anche con un poco di zucchero)

Illustrazione di Cristina Romeo

Basta che funzioni

domenica, maggio 17th, 2015

Sono stata a trovare la giovane older nel weekend. Ormai dobbiamo cambiarle nickname: ha compiuto 14 anni e insomma ci siamo capiti. Ma di alcune sue performance nella carriera di popnipote -e della mia di popzia childfree- ce n’è una che ogni anno, a proposito della Giornata contro l’omofobia, mi si ristampa in mente come fosse un trailer di film e ogni anno mi inchioda davanti alla logica stringente e senza scampo dei bambini.

Dunque lei aveva otto anni e la mamma, mia sorella, mi aveva regalato un anello. La cosa l’aveva divertita molto e, una volta rimaste sole, ha chiosato:

-Zia, sembrate quasi fidanzate
-Beh, se aspettiamo che ce li regalino gli uomini, gli anelli…
-Due donne che si fidanzano veramente sono gay?
-Si
-Ma non si possono sposare, vero?
-No
-E perché?
-Perché per sposarsi bisogna essere di due sessi diversi
Silenzio. Poi:
-Ah. Io pensavo che bastasse volersi bene. Se invece bisogna essere pure diversi poi non è che ci possiamo lamentare che non funziona.

Del leggere, scrivere e far di conto

venerdì, maggio 15th, 2015

Aula universitaria interno giorno, ora di matematica, si spiegano le equazioni. Assistono studentesse e studenti che si preparano ad essere futuri insegnanti elementari. Al termine un’allieva si avvicina al Professor Pi

-Scusi Prof ma perché dobbiamo studiare cose così complesse visto che poi andremo a insegnare prevalentemente addizioni e sottrazioni?

-Mi perdoni, mia cara, in questo periodo sta forse leggendo libri di letteratura italiana?

-Si, certo Prof

-E perché lo fa, visto che andrà ad insegnare prevalentemente l’alfabeto?

Perché il matrimonio non è come Londra

giovedì, maggio 14th, 2015

Un frammento amoroso dell’intervista a Ornella Tarantola su Vanity Fair di Luca Bianchini (per presentare Dimmi che credi al destino)

Perché Londra piace tanto agli italiani?

“Perché tutti sogniamo la stabilità ma ci piacerebbe fuggire ogni due minuti. Londra ti dà l’idea che puoi essere in fuga per sempre”

Bellimiei, ora avete capito perché il matrimonio non funziona? Perché non è come Londra: appaga il sogno di stabilità. Ma non ti dà l’idea che puoi essere in fuga per sempre.