Archive for aprile, 2015

Segnali di irreversibile declino dell’universo: il braccio finto di fidanzatofinto per i selfie

mercoledì, aprile 29th, 2015

Si chiama The Selfie Arm. E nella scala della singletudine triste sta appena una tacca sotto fintifidanzatipuntocom. Trattasi del braccio finto per farsi le foto da sole fingendo di essere accompagnate da un fantomatico fidanzato. Eccolo (da qui):

Moncherino single per selfie (da dangerousminds.net)

Siamo dunque al moncherino single (e grazie a Tanya, che questo capolavoro l’ho visto sulla sua bacheca). Credo sia superfluo aggiungere altro. Se non che, fossi negli eredi di Louis De Funes, querelerei tutti, rivendicando i diritti esclusivi sull’unico vero finto braccio, quello del Commissario Juve in Fantomas minaccia il mondo.

E liberaci dal male

sabato, aprile 25th, 2015

Io nel 1945, nonostante le apparenze possano far sospettare il contrario, non c’ero. Ma mia madre si. Aveva dodici anni. E già non aveva più una casa, una famiglia, un’infanzia: gliel’avevano portate via da due anni.

Tu te ne stai lì a suonare il pianoforte nella tua bella casa in cima ai monti di uno sperduto paese del Molise, che ci hai dieci anni e non lo sai ma hai la sfiga di abitare vicino al Sangro, e a un certo punto il mondo ti si rivolta contro, parlando una lingua che non hai sentito mai, piena di consonanti senza manco una vocale.

I tedeschi, in verità, entrarono a casa sua in punta di piedi. Forse, addirittura, bussarono. Poi, in pochi mesi, diedero fuoco al pianoforte, alla casa, al paese e a tutto il circondario. Prima, però, si premurarono di devastare tutto, cacciando e disperdendo persone e famiglie.

Scappò, a novembre, con un paio di zoccoli e sua nonna, mangiando pane secco ammollato con l’acqua per mesi: si è fatta decine di chilometri a piedi nella neve tra i campi minati e ha visto cose che noi umani è meglio che non ve le racconto. E non solo lei: perché tanti bambini del ’45 furono salvati soprattutto dalle cure, dall’eroismo e dall’ingegno di altre donne: madri, nonne, zie, comari, vicine di casa.

Oggi ha 82 anni e nonostante non abbia più imparato a suonare il pianoforte sa molto bene cosa sia la libertà. E attraverso lei anche io in qualche modo so quanto sia costata. Quindi oggi ringrazio soprattutto #ilcoraggiodi tante donne, #ilcoraggiodi ricominciare e #ilcoraggiodi andarsi a riprendere sempre la libertà. A qualunque prezzo.

Buona Festa della Liberazione a Tutte e a Tutti.

Però

giovedì, aprile 23rd, 2015

Però dire che il divorzio breve sfascia le famiglie in sei mesi è come sostenere che sono i tempi infiniti di una causa a tenerla insieme.
Non mi pare sia un gran valore neanche questo, diciamo.

Marzabotto, #ilcoraggiodi imparare dalla storia

mercoledì, aprile 22nd, 2015

“Ecco una cosa che ho capito: che molti vogliono ammazzare qualcun altro. Ma non ho capito perché”

La guerra raccontata in un tweet, con gli occhi di una bambina. Anche questo è  “L’uomo che verrà”, un film di Giorgio Diritti (se ne era parlato pure qua) quello di “Un giorno devi andare”. Brutalmente riassumendo c’è Martina che ha 8 anni. Non parla più da quando le è morto il fratellino. La mamma ora ne aspetta un altro. Per lei è il 1944 in quel dell’Appennino emiliano, per noi che la guardiamo è la strage di Marzabotto vista in diretta con i suoi occhi di bambina.

Il fratellino di Martina nasce in casa, a fine settembre. Senonché allo spuntar del giorno arrivano anche le SS. Le mitragliate contro vecchi, donne e bambini che vengono trucidati, dopo esser stati rastrellati, arrivano fino alle rosse poltroncine. Vengono chiusi tutti dentro a una chiesetta dopodiché lanciano le granate della strage. Martina, illesa, torna a casa ma trova solo stanze vuote e silenzio.

E’ a quel punto che prende la cesta con il fratellino, esce e gli canta una ninna nanna. Lei riacquista la parola noi un po’ di fiato e  fiducia: eccolo lì, è lui l’uomo che verrà.

Sono giornate di dolore anche queste e ancora uomini che sterminano altri uomini e li affogano davanti a casa nostra e, di nuovo, la quota-parte di cinici ai quali si aggiungono gli idioti da tastiera. Perché se financo la spietatezza a volte si ferma, l’imbecillità purtroppo mai, manco davanti a un’ecatombe.

Ma un’altra frase, di quel film, mi torna spesso in mente:

“Tutti noi siamo quello che ci hanno insegnato a essere”.

Se qualcosa Marzabotto e Monte sole ci hanno insegnato a essere è ora di tirarlo fuori.  Che il coraggio, a volte, non ha bisogno di gesti eclatanti: si esercita anche da fermi. Non facendoci trascinare dalla barbarie più subdola: quella che non esplode sui campi di battaglia a colpi di cannone ma avanza, strisciando, a colpi di pensiero.

Da L'uomo che verrà

Via Urbana 2

lunedì, aprile 20th, 2015

Domani è il compleanno di Roma. Cominciamo oggi festeggiando una strada. Via Urbana. Ci sono passata spesso. Ma qualche giorno fa, ripassandoci, a un certo punto ho alzato gli occhi. E sopra al civico 2 ho visto questa:

Lo avevo già “incontrato” nelle memorie del Museo di Via Tasso, Don Pietro Pappagallo, dove fu portato e imprigionato per aver dato aiuto a ebrei, perseguitati e partigiani proprio lì a casa sua, a via Urbana 2. Tradito da uno di quelli a cui dava rifugio, è stato l’unico prete cattolico ucciso alle Fosse Ardeatine, il 24 marzo del 1944.

Don Pietro Pappagallo è rivissuto con Aldo Fabrizi nel “don Pietro” di Roma città aperta di Roberto Rossellini e con Flavio Insinna de “La buona battaglia”.

E c’è una scena che di lui mi ha sempre colpita. Quella raccontata da un testimone dell’eccidio delle Fosse Ardeatine:

all’ingresso delle cave dalla lunga fila in attesa della fucilazione si alza un grido, da uno che ha visto la sua veste nera: “Padre, benediteci!”. Racconterà un superstite che “don Pietro, che era un uomo robusto e vigoroso, si liberò dai lacci che gli stringevano i polsi, alzò le braccia al cielo e pregò ad alta voce, impartendo a tutti l’assoluzione” (Robert Katz, Morte a Roma. Il massacro delle Fosse Ardeatine, Roma 1968, p. 152).

L’immagine di questo prete indomito fino alla fine, mi ha fatto ancora sentire – a distanza di 71 anni- un tuffo al cuore.  E quella targa sta lì a ricordarci che se non possiamo decidere come entrare in scena, a volte possiamo scegliere come uscire. Così. Con le braccia aperte anche con le manette ai polsi.

P.S.
Per i 70 anni della Liberazione (il prossimo 25 aprile) è stata scelta anche la parola “coraggio”. E c’è un’iniziativa che si chiama #ilcoraggiodi, una sorta di racconto in 140 caratteri (in un tweet) per dire cosa sia per noi il coraggio. Oggi il mio racconto di caratteri ne ha 19: don Pietro Pappagallo.

“A volte pensiero di morire non è cosa peggiore”

domenica, aprile 19th, 2015

Ogni volta io penso a Daniel: è stato uno dei nostri angeli custodi durante un viaggio in Dancalia, quasi quattro anni fa.Non sapevo nemmeno dove fosse, la Dancalia.E Daniel era il capoautisti, caposcorta, capotutto. Quello che ci aiutava quotidianamente a uscire indenni dai “feroci Afar”, per riassumere. E spesso in quei posti avere un Daniel fa la differenza tra fare un viaggio e vivere un incubo.

Daniel allora aveva 31 anni, una moglie, due bambini e un solo desiderio: scappare. Scappare qui. E portarci tutta la sua famiglia. Che in Africa è durissima. Ma non ci si fa un’idea di quanto è dura in Dancalia, Etiopia.

Insomma Daniel mi raccontò che una volta ci ha provato. Ha fatto la fame più del solito per anni e anni e alla fine si era messo da parte quei 3.500 dollari -tremilacinquecento dollari- perché “mi avevano detto che era pronto il viaggio”.

-Quale viaggio, Daniel?
-Quello sul barcone
-Ma che sei partito pure tu su una di quelle carrette?
-Nooo, io ho aspettato una barca buona. Mica potevo morire: io ci dovevo far arrivare pure i miei bambini, quando poi stavo in Italia
-E allora?
-E allora ho pagato di più e ho aspettato. E una notte sono partito
-E com’è che stai di nuovo qua?
-Eh, perché mi hanno preso
-Ma dove?
-A Lampedusa. Ma ci ero arrivato eh, e sì che ci sono arrivato
-E poi?
-E poi ci aspettavano all’arrivo. E dopo due giorni mi hanno rimandato in Libia
-E in Libia che è successo?
-Io meglio non rispondo a questo. E da Libia mi hanno rimandato a Etiopia
-Mi dispiace molto
-Anche io. Ma io ritorno. Io lo so che torno. Io già iniziato a risparmiare dollari. Io un giorno riparto, io arrivo, io resto

Gli chiesi anche se aveva paura. E lui ribadì che cercava barche sicure. Ma, aggiunse, “a volte pensiero di morire non è cosa peggiore. Dipende da come vivi”

Ogni volta io penso anche a Daniel. Perché a ogni cosa si deve dare un nome. E anche a ogni cosa terribile. E se gli diamo nomi e volti poi le capiamo meglio. E ci pensiamo non solo quando ce le sbattono in faccia le cronache. Anche se, lo confesso, io davvero non so che fare e che altro pensare. Quindi penso a Daniel. E lo penso in salvo.

Tagliatori di sale, Ahmed Ela - Foto professor Pi

Love me Tinder

venerdì, aprile 17th, 2015

E dunque dopo la pizza a domicilio e il taxi fatto in casa ecco che irrompe sul podio delle maipiùsenzApp, scansandole, quella dell’incontramose. Si chiama Tinder e nei primi quattro mesi 2015 ha fatto registrare +130% nel mondo e +30% in Italia per un totale globale di 50 milioni di utenti.

Si va dalla richiesta mordi e fuggi all’upgrade della storia comesideve sconfinando persino in quella d’amore.

Come funziona? Ci si collega attraverso il proprio profilo Facebook -spiega Lorenza Castagneri su La Stampa– dopodichè entra in gioco la geolocalizzazione Cupidica, “compaiono i profili dei “lui” o delle “lei” più vicino a noi: foto, nome, età e informazioni di base. Se non ti interessa, gli dai una “X”, se ti piace, gli invii un “cuoricino”. Solamente se il nostro oggetto del desiderio contraccambia il like si apre la casella chat e si può cominciare a chiacchierare”.

Orario preferito dalle 20 alle 21 serali. Dunque sì ore pasti. E c’è anche un tutorial, “Tinder for experts”.

Considerando una platea di 7 miliardi di mondial popolazione, al netto delle zone non coperte dalla rete e tolti bambini e categorie protette, presumibilmente i sei gradi di separazione sono ormai annullati e, se solo uscite a buttare la munnizza, potreste svoltare fino al prossimo anno bisestile.

Ordunque però, a vedere le statistiche in crescita esponenziale degli inconsolabili spajati, dobbiamo concludere che l’unica fase che funzioni alla grande di questa app è quella, per l’appunto, dello “scaricare”.

E ora, finalmente, lui:

La filosofia della panchina

mercoledì, aprile 15th, 2015

“Abbi cura di lui, fallo sentire importante. Se ci riesci avrete un matrimonio felice e meraviglioso: come il 10% delle coppie”.

Alla fine sta tutto qui, “A piedi nudi nel parco”: sta in questa frase e su una panchina. Quella di Washington Square Park, quella sulla quale finisce a ubriacarsi Robert Paul-Redford dopodiché inizia la passeggiatina più famosa della storia filmica sentimentale. Come un fachiro sugli spuntoni del cuore. Che “andare a piedi nudi nel parco non è sensato, ma è divertente”, aveva urlato a Paul sua moglie Jane-Corie Fonda.

Che funziona sempre così: all’inizio è tutto meraviglioso, il mondo vi sorride da ovunque, anche dalla stanza scamuffa, dai materassi a terra, dalla luce non ancora attaccata e lei-lui è perfetto per voi. Ma è proprio lì che si comincia a dire

-Oh che meraviglia sei, adesso vediamo come posso cambiarti

Quando però lei vede come si è ridotto lui, pur di diventare come voleva lei, ecco che scatta lo statisticamente improbabile lieto fine della riconciliazione e dell’accettazione. Di norma qui invece scatta l’avvocato e arrivederci-eggrazzie.

Ma la “filosofia della panchina” resta. Resta il momento in cui ci si ferma. A cercare una via d’uscita ma soprattutto a cercarsi. E sulla panchina, mentre pensi di cercare l’altro, il più delle volte ri-incontri te stesso. E ti chiedi che fine abbia fatto tu. A volte, poche, si capisce che i sogni sono ancora gli stessi ma li si sta inseguendo per strade diverse. Altre si capisce che ti sei perso e basta. Dunque, invece di alzarti ubriaco e toglierti le scarpe, è il caso che ti prenda un bel caffè e ti rimetta i calzini tuoi.

Insomma in ogni curriculum sentimentale che si rispetti non manca mai quella panchina. L’importante è che, anche se vi ci sedete ubriachi, decidiate di alzarvi e prendere decisioni solo quando siete nuovamente sobri.

Dopodiché -al netto del genio di Neil Simon- c’è che stando a Roma il mio amico Tommaso (ispiratore del presente post) ha trovato il modo di sedersi qui davanti:

Fontana di Trevi, foto Tommaso Carmassi

che non è una panchina ma lo capite da voi che, come dice Tommaso, se le idee si rabbuiano e non son chiare meglio sedersi “con il fragore dell’acqua a sovrastare il suono dei pensieri”.

E buona panchina a tutti.

Non si tratta, disse, di quanto hai viaggiato

martedì, aprile 14th, 2015

La parte bella dei viaggi è che cominciano mooolto prima di quando iniziano. Che sognarli prima e immaginarli strada facendo è entusiasmante assai. Farli, in taluni casi, potrebbe addirittura essere la fase meno avvincente. E la parte che di norma anche io preferisco è il prima (anche perché vorrei vedere voi a viaggiare con Pi, la tenda, il sacco lenzuolo, il Biokill, il Dissenten e quant’altro).

Comunque sia l’altro giorno è sbarcato, per l’appunto Pi, con una mappa della Nuova Zelanda. Che il mio amico Giambe stamani mi ha detto “Uh, lo Hobbit, il Signore degli Anelli…” mentre invece Stefà aveva detto: “Vai da Avatar?”

Certo nessuno ha ancora detto “Uh Meri Taumatawhakatangihangakoauauotamateaturipukakapikimaungahoronukupokaiwhenuakitanatahu (detta anche Taumata se non avete mezz’ora di tempo per pronunciarla, una collina vicina a Porangahau, nota per il suo nome composto da 92 lettere cioè il più lungo del mondo).

Ma il punto è che, in realtà, la parte più bella dei viaggi per me è il dopo. Quando torni e te li porti dietro, e dentro, finché la capoccia e la memoria ti assistono. E infatti giusto ieri mi si è illuminata questa cosa, quando su Rep è apparsa una paginata di John F. Burns che parlava di Tiziano Terzani. E a un certo punto, citandolo, chiude così:

“Non si tratta, disse, di quanto hai viaggiato ma di ciò che hai riportato indietro”.

Evolùscion

lunedì, aprile 13th, 2015

Evoluzione della specie: tempo intercorso tra l’annuncio della candidatura di Hillary Clinton e la comparsa nei commenti del cognome Lewinsky.

‪#‎Hillary2016‬