Archive for marzo, 2015

Sestaserasonoqui

martedì, marzo 31st, 2015

Come diceva la zia Maggie (Thatcher)

“In politica, se vuoi che qualcosa venga detto, chiedi ad un uomo. Se vuoi che qualcosa venga fatto, chiedi ad una donna”

Staserasiamoqui

Mangia, cuoci, ama

lunedì, marzo 30th, 2015

Dopo alcuni anni ho ritrovato davanti a un bicchiere di rosso d’annata il mio collega e amico, che chiameremo Gigino. Entrambi essendo stati accomunati da un biennio lavorativo da panico brillantemente superato tipo Cast Away, abbiamo ritenuto di suggellare il reciproco ritrovamento e lui, gourmet e gran maestro di vini, dopo avermi in quegli anni fatto sperimentare cuochi di fascia AAA+++, si è stavolta offerto di cucinare personalmente. L’ho ritrovato quindi a cena a casa sua con la sua nuova compagna, Gigina, che a sua volta ha due gigetti, Gigetto di 16 anni e Gigetta di 10, io accompagnata dal professor Pi sceso appositamente dal Granducato.

Tanto per suggellare il ritrovamento si è iniziato con
-gambi di sedano col gorgonzola e crostoni di pane caldo
innaffiati da un inusuale connubio di prosecchino e Coca Cola (non mischiati eh, ciascuno a seconda dell’età alzava il proprio calice riempito)
seguiti da
-torta rustica di spinaci, toma piemontese e coppa di spalla
ma a quel punto eravamo già -mi pare- a un Barolo (il mio tasso alcolico già era in overbooking)
incalzata da una
-minestra di verdure e cozze
strabiliante
mentre, dopo una prolungata pausa conviviale di assestamento stomaci, si riprendeva la degustazione con
-spezzatino di tonno e patate
-alette di pollo alla nonsocché ma buonissime tipo tex mex (particolarmente apprezzate da quelli non Flinstones della tavolata)
e si chiudeva, con l’amichevole partecipazione di un vino passito invecchiato più dei due Gigetti messi insieme

Ora, appurato che Gigino è veramente quello chef che AntoninoCannavacciuolostaisereno, c’è che a un certo punto -mentre conversavo amabilmente con i gigetti che magari avercene figlioli piacevoli ed educati così- Gigino mi si è avvicinato e ha bisbigliato
-Meripò… è la prima volta che i gigetti sono a cena da me, speriamo bene

Ed ecco che, pensavo, davvero l’amore è come la cucina: un incontro sapiente di ingredienti da saper assemblare, dosare, far stare insieme in modo che ciascun componente aiuti ad esaltare l’altro senza che nessuno prevalga. Avere ottimi ingredienti aiuta ma non basta. Poi ci vuole tempo, costanza, passione, pazienza. Ci vuole, in sostanza, amore.

Pensavo anche a tutte e tutti quelli della seconda chance: quelli che ricominciano. Che quando finisce un rapporto coerentemente ne traggono le conseguenze e coraggiosamente si rimettono in gioco. Che a una certa tutti ci arriviamo con una due, tre vite dietro e magari con i nostri gigetti e gigette. E’ un lavoro complesso, delicato, quello di riassemblarsi. Come in cucina appunto.

E infine pensavo a quei parlamentari che hanno in mano le sorti legislative legate ai temi della separazione e del divorzio -molti dei quali seguono questo blog: a loro dico che ricominciare è sempre un lavoro faticoso per il quale, oltre tutte le doti che servono in cucina, serve pure un compagno-a all’altezza. Credetemi, non è una miscela così diffusa. Aiutate le persone a ricominciare.

Aiutate quelli che, coerentemente, sanno scrivere la parola FINE quando questa è inevitabile. E con costanza, e spesso con i gigetti, scommettono sulla fatica di ri-amare. Anziché lasciare le macerie regolarmente in piedi per godersi il ricominciamento di nascosto.

Spajamenti

lunedì, marzo 30th, 2015

I calzini ci insegnano che non sempre essere fatti l’uno per l’altra significa stare insieme
(Francesina, su twitter)

M’illumino d’intenso

venerdì, marzo 27th, 2015

Prima che Papa Francesco la aprisse ai clochard, Grace una settimana fa la aprì anche a me.

In una convocazione dell’ultimo minuto (-Mi piovve un biglietto in più per i Vespri di stasera nella Cappella Sistina, prendi un taxi e vola) mi fece precipitare alla Porta di Bronzo (che dopo una settimana in cui di norma prevalgono le facce, anche appressarsi al portone -di bronzo- è un salto di qualità imperdibile). Non prima di esserci scolate un Crodino e una Coca light dissertando del mondo emerso.

Dunque, radunate anche Mercie e Clà, ci appressavamo oltre le colonne di San Pietro e ci disponevamo in una variegata coda di ordini monastici e turisti nei quali risaltavano gli occhi scintillanti di Grace e la bella sciarpa viola quaresimale mia regalata da Shylock.

Nella Cappella Sistina ci ero stata non molto tempo fa, accompagnando degli amici piovuti dal cielo, nel senso arrivati in aereo da lontano, e pensavo di essermi emozionata già abbastanza allora, rivedendola per la prima volta dopo il restauro. E ho ostentato una certa qual familiarità con lo spettacolare luogo di fronte alle mie compartecipanti.

Ma quando ci siamo assise sulle poltroncine, si sono abbassate un po’ le luci e la Schola cantorum ha iniziato a cantare i Vespri e beh ecco io io ecco ehm. Mi son mancate le parole e financo i pensieri. Un po’ atmosfera Il nome della rosa, un po’ Piero Angela un po’, anche se sei quell’incallito miscredente, il dubbio -verso la fine anche un barlume di certezza- ti assale.

Che davvero lì dentro senti -e in quel caso ascolti- cosa sia il divino.

Come ciò non bastasse, quasi tutti oscillando a testa in su verso la Creazione di Adamo e verso l’appollaiamento a metà della schola cantorum e verso il basso dall’istoriato pavimento nonché l’organista, a un certo punto Grace, che mi era incantatamente seduta accanto, mi ha preso per un po’ la mano. Non vorrei sdilinquirmi troppo perché sennò quella mi riempie di mazzate. Però, però io a quel punto mi sono sentita davvero come Adamo:

Dubitando che quel tocco potesse essere -e già era tantissimo- solo quello della mia amica (ok, Grace, mobbasta).

Insomma tutto questo per dirvi che era stata Mercie a rimediare questi foglietti verdi di invito ai Vespri nella Sistina (ci vorrebbe un instant book per spiegarvi come li avesse avuti però vi dico che Mercie è argentina, capisciammè). E che certamente, per la teoria dei sei gradi di separazione, quel foglietto verde esiste per tutti. Cercate di scalare i gradi. Scalate i gradi e regalatevi un momento così. Anche, e soprattutto, se non ci credete. Credetemi. Fatevi raggiungere da quel tocco. Anche, e soprattutto, se finora il massimo del tocco che ci è capitato in sorte è stato quello di E.T.

Auguri, staffetta Gabriella, signorina-ma-non-per-forza

mercoledì, marzo 25th, 2015

Auguri, staffetta Gabriella, cento chilometri al giorno in bicicletta e una gran fame.

Auguri, staffetta Gabriella, pronta a morire a 17 anni “che ogni volta che uscivo di casa pregavo di non dover sparare”.

Auguri, staffetta Gabriella, che una notte a Castelfranco arrestò un’ombra nella piazza che non ricordava la parola d’ordine. E quell’ombra era suo padre. Perseguitato dai fascisti.

Auguri, staffetta Gabriella, che andò casa per casa a incoraggiare le donne a prendersi il diritto di votare per la prima volta. E ancora oggi si chiede “perché per noi donne gli esami non finiscono mai. Come se essere maschio fosse un lasciapassare per la consapevolezza democratica”.

Auguri, staffetta Gabriella, che ricorda quando Togliatti  -riguardo la decisione da prendere sul voto alle donne- disse: “Sentite prima quello che ne pensa De Gasperi”.

Auguri, staffetta Gabriella, quando essere sindacaliste significava difendere “le mani lessate delle filandiere”.

Auguri, staffetta Gabriella, cattolica col botto che “tuttavia non ricordo di avere mai avuto uno di quei colloqui dei quali è purtroppo invalsa l’abitudine di vantarsi  veri o falsi che siano con cardinali ed eminenze grigie dalle quali si andava per avere qualche placet”.

Auguri, staffetta Gabriella, che quando ti chiedevano se rimpiangevi la condizione di “signorina” e il non aver avuto figli, rispondevi, dietro suggerimento della Sandra Codazzi, “Signorina, ma non per forza”.

Auguri, staffetta Gabriella, prima donna ministro nella storia della Repubblica. E instancabile “acchiappa fantasmi” della Commissione d’Inchiesta sulla P2.

Auguri, staffetta Gabriella, che “con gli anni si diventa leggeri forse perché ci si avvicina all’ultimo approdo e ci si libera dei bagagli inutili, ingombranti e si conserva l’essenziale”.

Auguri, a te e a tutti noi, Tina Anselmi.

(questi auguri li pubblicai qui qua)

(e li ripubblico anche quest’anno, che non è mai troppo parlarne. Grazie a Carla, Carla Trudu, che mi regalò il libro da cui son tratte queste perle: “Tina Anselmi con Anna Vinci – Storia di una passione politica. La gioia condivisa di un impegno – Sperling&Kupfer)

La lista

martedì, marzo 24th, 2015

Abito vicino a Via Tasso. E ci sono giorni in cui, anche quando non è di strada, allungo il giro e passo sotto a quelle finestre. Quelle murate. A volte salgo, altre resto là sotto.

Una volta che son salita c’era un sopravvissuto alle Fosse Ardeatine. Stava facendo fare il giro dell’orrore di quelle stanze a una scolaresca. Mi sono chiesta quanta forza, proprio nel senso quanto peso di forza, occorra per ritornare in posti nei quali si è sofferto al punto da desiderare la morte. E invece lui a un certo punto, quasi incredulo durante il racconto, con un senso di pena ma non per sé, si ferma, li guarda e dice:

“Mi sono sempre chiesto che razza di persona possa essere uno che ne ammazza 335 considerandole solo crocette da spuntare su una lista”

L’equazione “permanente” di Gigliola

lunedì, marzo 23rd, 2015

Si chiama Gigliola. Gigliola Staffilani. E domani è il suo compleanno. Embeh Meripo’? Embeh questa signora qui è l’unica professoressa di Matematica pura del MIT di Boston: ed è, appunto, italiana.

E’ nata a Martinsicuro, provincia di Teramo, da genitori contadini: “il primo giorno di scuola -racconta- ho fatto i bastoncini. E fino ad allora non parlavo nemmeno italiano, parlavo dialetto, e quindi ho imparato la lingua italiana andando a scuola”. Il papà muore quando lei ha dieci anni “e mia mamma poverina da sola, manteneva mio fratello all’università e non poteva mantenerci tutti e due, e io ero anche più piccola. E lei mi ha detto: “Tu magari andrai a fare la parrucchiera.” E la mia grande fortuna è che ho i capelli ricci e l’ho sempre odiato, per cui dissi “no, la parrucchiera no”. È stata la mia fortuna insomma”. Lo racconta in una bella intervista qui. E oggi l’hanno rintervistata pure qua, a Radio 3 Scienza.

Dopodiché sotto a quei ricci abitava una testa molto determinata e dunque riesce a laurearsi in matematica a Bologna, a prendere un dottorato a Chicago e a lavorare all’Institute for Advanced Study di Princeton. Ciò non le impedisce di avere un marito e due gemelli che eccoli:

E insomma questa cosa che una si ritrova da Martinsicuro al Mit di Boston perché odia i ricci conferma che il luogo decisivo per indirizzare il nostro futuro non è la scuola ma il parrucchiere. E’ il luogo nel quale di solito si decide di dare un taglio pure al passato. Ma l’altra cosa che mi è qui gradito segnalare è che a un certo punto le chiedono di cosa si occupi:

“Io lavoro nel campo delle derivate parziali e in particolare delle equazioni dispersive. (…) In particolare mi occupo delle equazioni di tipo Schrodinger o KdV (ndr.: Korteweg-de Vries) non lineari”. E fin qui -se non interviene il professor Pi- ne so quanto prima. Ma poi aggiunge:

“e le questioni di cui mi occupo sono relative all’esistenza delle soluzioni, le loro proprietà, unicità, stabilità. Non mi occupo molto di come vengano derivate, da dove arrivino, quale sia il modello fisico che le governa”. Non mi preoccupo da dove arrivino ma come si risolvono. E dunque, senza nulla togliere alle derivate parziali e alle equazioni dispersive, è questo il Primo Teorema di Gigliola al quale dare, subito, piena applicazione.

‘A Cass’ azion

giovedì, marzo 19th, 2015

-Oh, guardate che è rapina sottrarre il cellulare al potenziale fedifrago per spiare gli sms

-Uà Meripo’ e chill lo deve scoprire, che tu l’hai scoperto

-Eh, tesò, certo. Ma se lo scopri e vuoi vendicarti come fai a dirglielo?

-Dirglielo???? Ma quale dirglielo, Meripo’:  rifarglielo

Auguri, Italia. E pure Maria

martedì, marzo 17th, 2015

E dunque sono parecchi anni che stiamo insieme, cara Italia. E come in tutte le storie d’amore che si rispettino non è sempre stato facile. Hanno provato a dividerci, da quando ci eravamo riuniti, a secessionarci, a mandarci al tribunale fallimentare ma eccoci qua, ancora uniti. Ma avrei un’idea, un’idea in testa, di cosa sia a tenerci insieme anche quando è difficile. E questa idea in testa sono i capelli, i capelli di Maria D’Antuono.

Maria D’Antuono, 98 anni, fu  trovata viva dopo 30 ore sotto le macerie a Paganica, nel terremoto che sconquassò L’Aquila.

Appena la tirarono fuori, dopo un giorno e mezzo trascorsi sotto ai calcinacci, oltre ai soccorritori trovò pure l’assedio di telecamere  e giornalisti che, nell’assoluta impossibilità di tacere, le chiesero cosa avesse fatto in quelle 30 ore là sotto. Che un bel tacer non fu mai scritto e meno ancora televisionato.

Lei, frastornata ma più lucida degli interlocutori, non si sottrasse e replicò: “cosa ho fatto tutto questo tempo? Ho lavorato, ho fatto l’uncinetto, ho mangiato qualche cracker”. Poi sbottò: “Ma almeno fatemi pettinare!”.

Quando la fiducia italica vacilla io mi aggrappo a quei capelli, a quell’uncinetto e quella spazzola. Non necessariamente in quest’ordine. Cioè mi aggrappo all’idea che dalle macerie -di qualsiasi tipo di macerie- si possa non solo riemergere ma farlo con dignità e vigore. Certo ci vorrebbe non dico una corda di sicurezza ma almeno una spazzola. Quantomeno un uncinetto.

E allora Auguri, Italia. Italia fatta di Marie e di Marii. Di gente che resiste e non si arrende. E magari si lagna pure. Ma poi si arrotola le maniche -e anche le spazzole- e si dà da fare.

Esta manana

lunedì, marzo 16th, 2015

Anni di studi sull’avversione per il lunedì mirabilmente riassunti dall’amica espanola di Grace che, levantatasi presto, sotto la piovia, encasinada y saltando de un casino a un otro, a elle che le chiedìa como è andata, enfine dijò

“Esta manana fuè una mierda atomica”.

E buona settimana a tutti