Archive for aprile, 2014

Da divorziata a libera: cronaca di un’illuminazione sulla via del Notaio

martedì, aprile 29th, 2014

Oggi su Donneuropa.

Con questo:

Avete presente quegli atti notarili di famiglia per i quali è necessario presentarsi in venti, in rappresentanza di tre generazioni in prevalenza donne, stile film della Comencini, onde poter effettuare la vendita della particella 47 del bisnonno Gustavo? Tale era il consesso riunito in un paesino attorno al notarile tavolo presieduto dalla declamante Notara.

Arrivato il turno di declinare le generalità della vostra quiScrivente, la Notara chiedeva
-Stato civile?
al che la quiScrivente, un po’ esitante, iniziava ad autodenunciare
-Divorziata…
quando la Notara chiosava
-Libera, signora, Libera

E avete presente i momenti nei quali in un attimo vi passa davanti la storia? Non solo quella di famiglia e personale ma proprio quella che siamo noi, nessuno si senta offeso, nessuno si senta escluso. Perché per la prima volta mi sono sentita combaciante con il mio stato civile: libera. Che, ci ha tenuto a specificare la Notara forse per placare il moto di entusiasmo che mi aveva preso:

-Sia chiaro, non è comunque nubile
-Direi infatti che è meglio, signora Notaro
sentivo uscire dalla mia voce

Libera. Per la prima volta. Che fino a un certo punto sono stata nubile, cioè senza marito, accezione privativa. Poi sono stata coniugata. Dunque sempre in funzione della presenza di un altro. Libera è invece quel piccolo segno di civiltà che, uscito da un percorso accidentato e sofferto giusto 40 anni fa, arriva fin dentro di te e si impossessa financo della burocrazia notarile oggi.

Ed è stato a quel punto che mia madre, presente nelle tre generazioni Comencini attorno a quel tavolo, si è rivolta a un’altra astante di età tra la mia e la sua, e le ha detto:
-Vede, quando ho votato a quel referendum mai avrei immaginato che un giorno sarebbe servito a poter fare di mia figlia una donna Libera. Io, che – ha chiosato guardando mio padre- di quel diritto non ho per fortuna dovuto usufruire mai.

La storia siamo noi, attenzione. Siamo noi queste croci nell’urna. Che pensarono più a me che a sè. Che la storia non si ferma davanti a un portone. E tantomeno davanti a un seggio difficile. E infine sfonda la porta e un giorno entra anche nella stanza del Notaro.

E dunque grazie. Grazie a tutti quelli che ieri hanno fatto di me, oggi, una donna Libera.

@LaveraMeriPop

Il cucchiaio di salsa

lunedì, aprile 28th, 2014

E’ stato il giorno della Liberazione che, invitata a pranzo da Grace per quel sistema di Sister Welfare che assiste le spajate per scelta o per forza, dicevo invitata a pranzo, la incontravo prima lungo la strada di ritorno dal supermercato e diretta dal fioraio.

-Meripo’ ci vogliono i fiori di Hassan, jàmm

Hassan, all’approssimarsi di Grace, già iniziava a sudare freddo nonostante i 26 gradi e subito si parava innanzi ai contenitori di fioreria sconsigliabili per le adorabili Scassauànema. Ci consegnava quindi un fascio di calle e uno di tulipani lilla.

Con le calle in una mano, le pastarelle nell’altra e le leccornie nelle buste ci recavamo nella sua nuova magione dove allestiva sveltasvelta un sontuoso piatto di orecchiette “con salsa fresca, ricotta e parmigiano”. Mentre i pomodori piccadilly si trasformavano in una squisitezza senza pari, Ella, girando l’opera d’arte con la cucchiarella di legno, mi metteva a parte dell’ultima stilla di sentimentale saggezza

-Vedi Meripo’, come dice la mia amica, lo stato attuale del rapporto fra i sessi visto dalle donne si può così riassumere: in linea di massima si sta a pane e acqua. Ma il primo decente che ci si appalesa ci sembra un cucchiaio di salsa dopo la carestia: irresistibile, insostituibile e profumato di buono.

Siete troppo esigenti? Allora invece di starvi a impazzire mettetevi prima a pane e acqua. E poi fatevi sorprendere dal cucchiaio di salsa.

Tre donne intorno al cor

giovedì, aprile 24th, 2014

C’è Maria, che faceva la parrucchiera in un bel salone very cool e sempre very pieno. E tagliava, creva, spuntava, tingeva, arricciava, lisciava e shatushava. Poi un giorno la lavata di testa gliel’ha fatta un clic da qualche parte nella sua, di capoccetta. E si è vista scorrere velocemente il tempo, invecchiare e ritrovarsi a non aver avuto mai lo spazio per sé. Così ha mollato il certo per l’incerto. E ora è la montagna che va da Maometto: è lei che, da free lance, va dalle sue clienti a casa.

-Guadagno meno soldi, Meripo’ ma ho guadagnato una cosa incalcolabile: del tempo per me
mi ha detto quando l’ho rincontrata, più bella che mai, con la sua borsa piena di spazzole.

C’è Dona, che lavorava tranquilla e sicura in un bell’ufficio pieno di rassicuranti e grigi faldoni. Ma nella testa aveva un’altra cosa: ricamare, tagliare, cucire, creare. Si è guardata intorno e ha deciso che a quella vita a tinta unita voleva dare una sterzata di colore. Un giorno si è alzata dalla sua grigia sediola,  è andata dal suo principedigalles capoufficio e ha chiesto il part time. Poche settimane fa l’ha ottenuto. E io, che non la conosco di persona ma la sbircio sul socialcoso, ho visto la sua bacheca iniziare a riempirsi di foto  a cotone, lino, taffetà a righe, a pois, a fiori, a strisce, a punto croce e punto catenella. E ogni volta che ne appare una sto là come fossi fuori da una sala parto ad aspettare il nipotino nuovo. E quando mi manca la vena di fare delle cose vado a sbirciare le sue tovagliette, orecchini e cuciti. E sbircio pure il suo coraggio.

C’è Aurora, che  se ne stava in una redazione di quotidiano a, tutto sommato, veder passar carte più che notizie. Ma lei, fin lì, aveva fatto di tutto per arrivarci non certo per quello. Dice ma guarda che ormai funziona tutto così. No. Un giorno mi ha mandato un messaggio in cui annunciava che, sostanzialmente, gnaafacevapiù. E’ stato così che si è aperta una redazione in casa passando da dipendente a libera, si, ma anche da “certo” a Incertissimo me. Ha iniziato a postare qualche foto di quell’angolo di Rischio che, tra il tinello e il balconcino, già ha ricevuto i primi nuovi ingaggi, bella la mia Woodward&Bernstein.

Tre donne. Intorno al cor, avrebbe detto il Poeta. Tre donne che, proprio in una delle crisi economiche più buie e lunghe, hanno deciso di investire su se stesse e di lasciare l’argine tranquillo delle poche sicurezze per mettersi nel fiume del rischio. Tre donne che hanno deciso di ricominciare. Di ricominciare da sè. Che anche questo è il tempo che ruota attorno alla Pasqua: il tempo della ripartenza e del cambiamento. In sostanza, guardandole, mi è venuto in mente un aforisma di tal Georg Lichtenberg, che non so chicaspitasia:

“Non so dire se la situazione sarà migliore quando cambierà; posso dire però che deve cambiare se si vuole che diventi migliore.

Auguri di buon cambiamento a tutti. Che la festa, da questo punto di vista, inizia quando per tutti gli immobili sta finendo, cioè ora, ogni giorno.

Foto Chicche di Do

Stasera mi butting

martedì, aprile 22nd, 2014

C’è un momento preciso, per chi abiti a Roma ma poesse che succeda pure a quelli di Monfalcone, tipo, in cui esci una mattina e ti rendi improvvisamente conto che tutto ciò che hai addosso è sbagliato. Pesante. E non sono solo i vestiti.

Non so cosa sia, una luce, un’aria, un qualcheccosa che lo dice chiaro e tondo. Dalle calze 40 denari allo stivale, dal piumotto alla borsona.. l’imperativo è solo uno: alleggerire.

Appena varcato il portone senti nell’aria c’è già, e vorresti risalire immediatamente a cambiarti e a cambiare. Posponi. Ma è lì’ che si annida il germe del butting.

Il butting è quell’irrefrenabile voglia di alleggerirsi. Dai vestiti, ai cibi, alle suppellettili in casa, alle piramidi di imperdibili ritagli di giornali accumulati nel tetro inverno, al plaid sul divano al tomo di Guerra e Pace che pure quest’anno ahimè resterà intonso.

Il butting non è il cambio armadi e non è il pedaggio pagato al senso di colpa consumista nel Giorno Della Terra (quale oggi è): il butting è soprattutto quella cosa che inizia buttando oggetti e non sai mai dove ti porterà a buttare. Per fare spazio. Spazio al nuovo. A volte si inizia dall’armadio e si finisce al letto passando per la dispensa.

Ecco dunque una breve guida al Butting Consapevole che, non sfuggirà a un occhio attento, vale anche come Prontuario Scegli Compagno:

1) se non ti è stato utile nell’ultimo anno non ti serve

2) se non ti dà soddisfazione portarlo è inutile conservarlo

3) se non ti dà gioia pensare di averlo può essere che sia addirittura dannoso

Uno a capo e una a piedi e tutteddue alla neuro

giovedì, aprile 17th, 2014

In uno dei fondamentali studi sulle coppie segnalo anche l’imperdibile “Dimmi come dormi e ti dirò se lo ami”. Una sorta di anello di congiunzione tra il Kamasutra nella fase Rem, il Consultorio Asl e il Tso, trattamento sanitario obbligato. Oltre all’ormai celeberrima nanna a seggiolina del fu premier, abbiamo quindi il cucchiaio, il koala, la cerniera lampo e via dicendo. Senonché apprendiamo che,  se ti prende a calci o pugni di notte agitandosi scompostamente e costringendoti alla ritirata in un cantuccio e nei casi estremi sul divano di là,  poesse che il partner non ne possa più di te anche di giorno. Allo stesso modo si apprende che pure il russare molesto fa parte degli indizi non trascurabili del fatto che lui vorrebbe agevolare la cacciata dal talamo di lei. O viceversa.

Ma il capolavoro arriva quando si apprende che “Ci sono poi posizioni del tutto stravaganti che riflettono inequivocabilmente il rapporto, come dormire di sbieco o addirittura dormire uno con la testa ai piedi del letto e l’altro con la testa sul cuscino, ad indicare che la vita dei due partner sta andando in direzioni diverse”.

Ripeto: c’è gente che nel lettone dorme uno a capo e una a piedi.

Avete presente come si faceva noi anziani negli anni Settanta barra forse Ottanta quando andavamo a casa di nonna per Pasqua o Natale col raduno parenti? Così.

Ora, scusate, ma se io mi imbattessi in una coppia che quando va a letto si corica uno a capo e una a piedi non mi verrebbe mai in mente che sono in crisi: ma solo che so’ matti.

Ma basta, fra noi, una parola

mercoledì, aprile 16th, 2014

Oggi sul socialcoso del cinguettìo c’è un giochino che, con la parola d’ordine lì denominata hashtag, #ScrittriciAmate -promosso dal benemerito @CasaLettori- ha invitato l’utenza tutta a indicare nei 140 caratteri una scrittrice. Amata. Nome e qualcosa.

A lungo tormentata nella moltitudine alla fine ho chiuso gli occhi e la prima che mi è venuta in mente -e da lì non s’è più spostata- è stata Natalia Ginzburg. L’ho scoperta da grande, chiariamolo subito, da parecchio grande. Alcuni anni fa. E incontrandola con “Lessico famigliare” poi ho cercato di recuperarli tutti.

Senza farla troppo lunga dirò che una frase, di quel lessico, mi ha accompagnata da quell’incontro:

“ma basta, fra noi, una parola”

(vi metto tutta la frase, dai:
“Noi siamo cinque fratelli. Abitiamo in città diverse, alcuni di noi stanno all’estero: e non ci scriviamo spesso. Quando ci incontriamo, possiamo essere, l’uno con l’altro, indifferenti o distratti, ma basta, fra noi, una parola. Basta una parola, una frase: una di quelle frasi antiche, sentite e ripetute infinite volte nella nostra infanzia. Ci basta dire: “Non siamo venuti a Bergamo per fare campagna” o “De cosa spussa l’acido solfidrico“, per ritrovare ad un tratto i nostri antichi rapporti, e la nostra infanzia e giovinezza, legata indissolubilmente a quelle frasi, a quelle parole”. Natalia Ginzburg, Lessico famigliare).

Per dire che, anche a non vedersi, mai anche a rincontrarsi dopo tanto per strada, anche a stare bendati in un luogo senza vedersi… “ma basta, fra noi, una parola” per ritrovarci.

Lei parlava della sua famiglia. Io l’ho sempre legata al senso dell’amore profondo in generale: se dovessi, anche oggi, definire cosa sia amare qualcuno, anche a dispetto delle incazzature che ci provoca e che gli provochiamo, delle differenze, delle distanze, io direi che amore è quella cosa in cui basta fra noi una parola per ritrovarci. Ognuno ha la sua e ciascuno, con ciò che a un certo punto inizia a sentire come “parte di sé”, sviluppa prima che un sentimento un linguaggio. Che lega. E fa riconoscere.

Ma basta fra noi una parola. Anche solo una. Quella. La nostra.

E quindi per me, al contrario, il segno che l’amore finisce non è quando finisce il sentimento: ma quando finiscono le parole. Quando le “nostre” smettono di appartenere a noi due. E mestamente se ne ritornano allo Zanichelli.

La regola per salvare la coppia è una sola: non starci proprio

martedì, aprile 15th, 2014

E’ con viva e vibrande soddisfazione che, nella lieta ricorrenza del mio anniversario di matrimonio, di cui si è da poco celebrato il divorzio, riassumo all’utenza le dieci regole salvacoppia testè vergate dalla “psicologa Brunella Gasperini” per Rep. La Gasperini, sostanzialmente, sacrosantamente consiglia (avverto che trattasi di libero adattamento poppico eh):

1) L’amore non basta anzi forse non esiste proprio
2) I sentimenti manco
3) Non bisogna condividere tutto e manco poco
4) Dite pure bugie
5) L’anima gemella per fortuna non esiste
6) Io sono mia ebbasta
7) Traditevi
8 Uscite da soli
9) Il sesso non risolve tutto e anzi niente
10)  Non rinunciate a nulla

Ora io direi, a questo punto, ma che caspita ci dobbiamo stare a fare, in coppia?

Inoltre il Professor Pi, da me interpellato sulle leggi che regolano l’Universo, conferma che dall’unione iniziale degli elementi è nato in effetti un gran botto: il Big Bang, miei cari, sta dunque lì a confermarci senza tema di smentite, che dal letame poesse che nascano pure i fior ma dalla coppia non può nascere altro che casino.

Quindi, concludendo, la regola per salvare la coppia è una sola: non starci proprio. Lasciate perdere.

Dawfulpuntocom

Chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo

venerdì, aprile 11th, 2014

Quindi ci siamo persi Dell’Utri.

Rino Gaetano meglio di Otelma: “Chi parte per Beirut e ha in tasca un miliardo”.

Stienne sti bbraccelle, ajutame a tirá

giovedì, aprile 10th, 2014

Napoli, lungomare, esterno giorno, in uno di quei giorni che Dio manda in terra per ridarti fiducia in tutto, al netto del surriscaldamento globale e delle scie chimiche. Grace trova un posto bello per fermarsi a mangiare, la giovane older trova nel Menù anche la sezione “senza glutine” e gioca il jolly ordinando Gnocchi alla sorrentina.

Prima di andar via la qui presente vecchiazzia aziona il Wc-map e va al bagno. Fila. Fila di donne naturalmente, che la vescica degli uomini sempre libera è uno dei grandi misteri dell’umanità fra i pochi rimasti irrisolti.

La giovane signora davanti a me freme, ogni tanto si affaccia fuori e fa cenni e sorrisi a nonsocchì. Fila lenta, lentissima. Lei freme, fremissima. Finalmente è il suo turno. Quando esce si affaccia e, dove faceva sorrisi, urla:

-Giuvà fa’ priest, nun mme fá spantecá

poi ci guarda e dice

-Scusatemi ma mo’ è ‘o turn da criatura

Si riaffaccia fuori e un signore entra con in braccio una ragazzina di, facciamo, otto anni abbarbicatagli al collo. La mette in braccio alla mamma ed entrano. Poi lei riesce

-Scusatemi ancora ma qualcuno mi può aiutare con la criatura?

Si offrono almeno in quattro, poi una signora dietro di me si stacca dalla fila ed entrano tutte e tre nel microscopico anfratto del bagno.

Mi costituisco a voi spontaneamente dicendo che io è dall’inizio di questa fila che stavo lamentandomi internamente del fatto che “ma è grande e ancora in braccio, e ancora accompagnata e ancora con l’aiuto” e insomma tutto il repertorio pedagogico che le childfree hanno normalmente la lucidità di osservare in queste circostanze.

Senonché dopo un po’ riescono tutte e tre, la Ottenne in mezzo a loro per qualche secondo per poi tornare in braccio alla mamma. Ed è allora che la signora, facendosi largo, ci guarda tutte sorridendo e dice

-Grazie a tutte signò: la criatura non cammina. E ogni volta che bisogna andare a un bagno pubblico è nu turment

Fuori, vedimo’, c’è lo stornellatore che canta ‘O Marenariello. “Méh, stienne sti bbraccelle, ajutame a tirá…”.  Qua. Che c’è chi ogni momento, tutti i giorni, tira’a rezza. Pure se non è marinaro.

Essere o non tessere

mercoledì, aprile 9th, 2014

Il presente post per compensare la soddisfazione che mi avete dato col Cristo velato.
Liceo, V superiore
-Profe, prossima settimana saltiamo le sue ore perché andiamo a teatro
-Ah bene e a vedere cosa?
-Shakespeare
-Ottimo e cosa, di Shakespeare?
-Anacleto

(tenchiù a Sara)