Archive for marzo, 2014

Come in cielo così in terra

lunedì, marzo 31st, 2014

E’ stata la mia amica Taniuzza a diffondere la lieta novella su Cinguettìo: “Ritrova su twitter l’uomo dei sogni che aveva conosciuto in aereo”. Vi si narra, riassumendo, che tal Erika Domesek imprenditrice niuiorchese, dopo conversazione transoceanica con quello che ha ritenuto essere l’uomo della sua vita, è scesa e manco gli ha chiesto un numero di telefono. Come peraltro ha fatto pure lui. Senonché accortasi lei, postumamente al gate finale, che trattavasi effettivamente dell’uomo della sua vita, ha inviato il Wanted 2.0 all’American Airlines via twitter, il 15 marzo 2014:

Poi il Chil’havisto:
«Era seduto in prima classe e indossava un maglione blu. Il suo nome è Clauco, è nato a Torino e vive a Soho».

Seguiva ovviamente hashtag #FindClauco allorché infine un’amica di lei scovava il poveruomo in un Apple Store e glielo consegnava.

Dunque oggi è il 31, son passati quindici giorni e siamo già al coronamento volante dell’intercontinentale amore. Ora però, in tutte le millemila miglia in cielo e battute dell’articolo in terra, non una sola volta che sia una si rintraccia un commentino, un’affacciatina, una notiziola di sto Clauco. Neanche un Verdone d’annata, tipo un “anche io, Magda, vedi è reciproco”. Per dirla con la senatrice Taverna, gnente, gnente, gnente.

Sia chiaro che io a questi due auguro ogni bene, come in cielo così in terra. Però, signori miei, ovemai si verificasse che Clauco poi un giorno si sveglia e rilascia qualche dichiarazione o megliancora esce da twitter e dal volante amore, va a comprare le sigarette e si trasferisce direttamente dalla tabaccaia, ecco poi signoremie non diciamo che è un bastardo. Quantomeno aspettiamo più di quindici giorni a scriverlo su twitter.

Lo faccio perché a te ci tengo

venerdì, marzo 28th, 2014

Se esistesse un podio delle frasi-sòla probabilmente piazzata al numero 1 ci sarebbe “Lo faccio perché a te ci tengo”.

Lo-faccio-perché-a-te-ci-tengo, alla luce dei rilevamenti statistici e dei ritrovamenti fossili di perduti amori, si configura di norma come formula ottimale per propinare la madre di tutte le imboscate travestita da sacrificio di estremo eroismo.

Lo-faccio-perché-a-te-ci-tengo è formula sempreverde ed ecocompatibile con qualsivoglia risoluzione non cruenta delle sentimentali controversie amorose e può contemplare alcune varianti che qui andiamo ad elencare:

5) Mi arrabbio perché a te ci tengo
4) Mi allontano perché a te ci tengo
3) Giaccio con un’altra perché a te ci tengo (sottotitolata con: mentre con lei è solo sesso)
2) Mi (laqualunque) perché a te ci tengo
fino al capolavoro assoluto
1) Non ce la faccio a stare con te perché a te ci tengo

Lo-faccio-perché-a-te-ci-tengo è categoria applicabile a qualsivoglia ambito della vita, particolarmente rilevanti sono gli episodi di mobbing lavorativo, e in ogni caso sono la premessa al complemento giustificativo introdotto dalla particella solàtiva “altrimenti”:

“altrimenti non farei tutto questo”
“altrimenti me ne starei tranquillo”.

Esiste poi una variante appassionativa che contempla l’aggiuntiva lasciativa “troppo”: a-te-ci-tengo-troppo va quindi tradotta senza indugio con

“ti sto lasciando”
“lei si chiama Samanta senzacca”

Dovendo quindi stilare una finale classifica dalle locuzioni -e dalle persone che le veicolano- dalle quali scappare alla velocità della luce al loro primo apparire esse sono riassumibili in

1) LO FACCIO PERCHé
2) ALTRIMENTI
3) TROPPO

E dunque è dal profondo del nostro cuore e anche dalla profondità raggiunta delle scatole ormai fracassate e sbomballate che noi oggi vi diciamo, o voi “altrimenti non farei tutto questo”, “altrimenti me ne starei tranquillo”,

STATEVI PURE TRANQUILLI. “ALTRIMENTI” vi meniamo.

Leggere Berlinguer a Teheran

giovedì, marzo 27th, 2014

Oggi siamo qui con questo:

E’ stato mentre sostavamo fuori dal suo negozietto in uno dei tanti bazar che, sentendoci parlare in italiano, si è affacciato timidamente dalle tendine. Piccolo, asciutto, brizzolato, occhi scurissimi dietro l’occhialetto Gramsci, le carabattole e i souvenir in vendita alle sue spalle; noi con la guida di Teheran in mano. Primi sguardi diffidenti poi lui

-Italia?

-Si, Italia.

-Grande Paese. Grande arte. Grande cultura. Michelangelo. Pasolini. Fellini

-Quindi lei ci è stato?

-Tanto tempo fa. Quando potevo ancora viaggiare. Posso fare io voi una domanda?

-Certo

-Come ha potuto un Paese in cui è vissuto Berlinguer ridursi così?

Nell’imbarazzo e nel silenzio generale lui ha continuato

-Sono un dissidente politico. Non ho più il passaporto. Ma per fortuna avevo viaggiato tanto. Io l’Italia l’ho vista. E ho visto la Francia. E la Germania. Prima. Poi non ho più potuto. Mi presero anche dei libri.

Ed è stato in quel momento che a quello che chiameremo il signor Hossein è cambiato lo sguardo ed è spuntato un luccicone. Si è quasi messo sull’attenti. Poi:

-Ma io Berlinguer l’avevo letto prima. Diceva che ci si salva e si va avanti solo insieme, si ricorda? Ora possono togliermi tutti i libri. Io Berlinguer me lo porto dentro. E voi? Voi lo portate dentro, ancora?

In quel momento, in mezzo al bazar, mentre sciamavano figure di donne completamente avvolte di nero, con l’odore di spezie e cannella nell’aria, mentre il signor Hossein parlava, ho sentito persino risuonare da qualche angolo del passato le parole e le note di quello che è uno degli Inni più belli, quello della “futura libertà” e della “futura umanità”.

Berlinguer forse non proprio tutti i giorni. Ma il signor Hossein è da quel giorno di pochi mesi fa che me lo porto dentro. Ci ripenso ancor di più ora, mentre esce anche il film, su Berlinguer. Penso a quanto mi farebbe piacere farglielo vedere. Perché insieme al signor Hossein anche l’Iran mi porto dentro, da quel viaggio. Con la sua cultura, la sua bellezza, la sua voglia di tornare ad essere un grande Paese, quello che era un faro di cultura nel mondo.  Un Paese che non va lasciato da solo. Perché, come ci ricorderebbero Berlinguer e il signor Hossein, ci si salva e si va avanti solo insieme.


Auguri, staffetta Gabriella, signorina ma non per forza

martedì, marzo 25th, 2014

Auguri, staffetta Gabriella, cento chilometri al giorno in bicicletta e una gran fame.

Auguri, staffetta Gabriella, pronta a morire a 17 anni “che ogni volta che uscivo di casa pregavo di non dover sparare”.

Auguri, staffetta Gabriella, che una notte a Castelfranco arrestò un’ombra nella piazza che non ricordava la parola d’ordine. E quell’ombra era suo padre. Perseguitato dai fascisti.

Auguri, staffetta Gabriella, che andò casa per casa a incoraggiare le donne a prendersi il diritto di votare per la prima volta. E ancora oggi si chiede “perché per noi donne gli esami non finiscono mai. Come se essere maschio fosse un lasciapassare per la consapevolezza democratica”.

Auguri, staffetta Gabriella, che ricorda quando Togliatti  -riguardo la decisione da prendere sul voto alle donne- disse: “Sentite prima quello che ne pensa De Gasperi”.

Auguri, staffetta Gabriella, quando essere sindacaliste significava difendere “le mani lessate delle filandiere”.

Auguri, staffetta Gabriella, cattolica col botto che “tuttavia non ricordo di avere mai avuto uno di quei colloqui dei quali è purtroppo invalsa l’abitudine di vantarsi  veri o falsi che siano con cardinali ed eminenze grigie dalle quali si andava per avere qualche placet”.

Auguri, staffetta Gabriella, che quando ti chiedevano se rimpiangevi la condizione di “signorina” e il non aver avuto figli, rispondevi, dietro suggerimento della Sandra Codazzi, “Signorina, ma non per forza”.

Auguri, staffetta Gabriella, prima donna ministro nella storia della Repubblica. E instancabile “acchiappa fantasmi” della Commissione d’Inchiesta sulla P2.

Auguri, staffetta Gabriella, che “con gli anni si diventa leggeri forse perché ci si avvicina all’ultimo approdo e ci si libera dei bagagli inutili, ingombranti e si conserva l’essenziale”.

Auguri, a te e a tutti noi, Tina Anselmi.

(questi auguri oggi qui e qua)

Così Celeste e così ce resti

lunedì, marzo 24th, 2014

Richiestami oggi una pensosa opinione sullo stato di salute della cultura musicale nel nostro Paese -fatta eccezione per l’ascesa di suor Cristina- ho chiesto io all’intervistatore se potevo fornirgli le prove dell’avvenuto declino racchiudendolo nel raccontino in un solo Atto. Che qui vado a raccontare anche a voi.

Invitata alla stagione Operistica mi trovavo con la mia amica Ritina in quel del teatro Costanzi in Roma -sezione estiva di Caracalla- ove era stato fatto un sontuoso allestimento dell’Aida, Opera in quattro Atti di Giuseppe Verdi.

Pubblico delle grandissime occasioni, intellettuali, esperti, musicofili e musicofagi, insomma le più pezzenti eravamo evidentemente noi due. Nella fila davanti a noi sedevano alto responsabile di istituzione culturale con accanto avvenente donna molto botulinata e in evidente assetto airbag anteriori e posteriori che comunque sbracciandosi e compiacendosi con le Autorità accennava anch’Ella gorgheggi sulle vocali salutanti del tipo

-Oooooooohhhh caaaaaaaro anche tu quuuuuiiiiiiii nevveroooooo, ci siamo dunque proprioo tuuuuuuuttti.

Con ciò specificando trattarsi di noi tutti quelli che ben frequentano e ben conoscono e ben ascoltano.

E’ stato dunque proprio all’apparir di Radamès nel primo Atto, nel momento in cui ci si preparava a sdilinquirci per “Se quel guerrier io fossi”, ovvero la romanza Celeste Aida che Ella, approfittando di una frazione di secondo di fiato del tenore, faceva risuonare nella sala il suo

-Caaaroo ma perché celeste se questa è tutta vestita di arancioneeeeeee?????

L’occasione mi è gradita per riproporre una foto di Pavarotti

e a questo punto anche un Così Celeste di Zucchero.

Confessioni di un X chefinehaiFactor

venerdì, marzo 21st, 2014

Lo avevamo già detto ma, alla luce dei recenti riperdimenti, repetita juvant.
Quelli che spariscono. Senza un cenno e senza un perché. Come Majorana, appunto. Ecco come e perché lo fanno

Vostra Meri

di Gregorio Pecerin

Qualche ingenuo può immaginare che conquistare le donne sia difficile. Sciocco: basta un aspetto fisico non deforme, una minima disponibilità di tempo e di denaro (ripeto: minima, soprattutto per quanto riguarda il denaro), una notevole faccia tosta ed è come rubare nelle chiese.

Altri possono pensare che con le donne sia difficile starci, e questo è un poco più vero. Altri ancora possono immaginare che la parte complicata sia avere con loro una divertente attività sessuale, e ciò è ancora più vicino alla realtà, soprattutto dopo alcuni mesi di frequentazione. Ma pochi comprendono quale sia la fase più difficile nel rapporto con una donna: il lasciarla.

Mandare al diavolo una donna innamorata è infatti un’impresa quasi impossibile. Qualunque cosa tu dica, lei ti rimarrà tra i piedi. Se vai con un’altra, è solo per farla ingelosire; se non ci vai, è perché sei ancora innamorato di lei. Se non la chiami, non le passa per la testa che lo fai semplicemente perché non hai alcuna voglia di sentirla: immancabilmente supporrà qualche intricato quanto inesistente meccanismo mentale per cui tu, pur essendo innamorato di lei, non la vuoi chiamare. Penserà che hai paura dei tuoi sentimenti, che sei troppo attratto da lei, che non sei abbastanza coraggioso per avere un rapporto costruttivo, che sei infantile e non sicuro di te stesso. Ma mai le passerà in un distretto recondito del cervello il pensiero che – semplicemente – non hai più voglia di giacere con lei o perché ti è giunta a noja la sua compagnia, o perché hai per le mani una compagnia migliore (o comunque nuova, quindi migliore, in varietate voluptas come diceva Quintiliano). No. Te la ritroverai sotto casa, al ristorante, ad una cena tra amici. Ti scriverà lettere appassionate (tienile, se sa scrivere bene potrai riciclarle), ti invierà libri illeggibili con dediche da non leggere, dischi sdolcinati, ti lascerà nella segreteria telefonica ultimatum definitivi che, purtroppo, di definitivo non avranno nulla.

Allora, viene la domanda: come togliersi dai piedi (senza infrangere il codice penale, ovviamente, qui non si contempla la Soluzione Parolisi) la rompiscatole di turno? Per molti anni ho navigato nell’incertezza. Dire ad una donna carina ed innamorata “mi piaci ma non posso stare con te” è qualcosa che le destabilizza e le porta ad insistere, dirle non mi piaci piùpeggio che peggio, si entra nella filosofia; dirle “non sono adatto a te” le porta al desiderio di cambiarti; affermare la banale scusa “sono troppo coinvolto e devo allontanarmi” è addirittura autolesionista.

Ma quali sono allora le tecniche più efficaci per piantare una donna? La risposta non è per nulla facile, anche per chi – come chi vi scrive – ha una certa esperienze delle cose del mondo.

La soluzione Andromeda sfutta una malattia venerea. Comunicare ad una fanciulla che si è contratta una perniciosissima infezione è in generale qualcosa che la allontana. Ma ha due controindicazioni. In primo luogo, se si sa in giro vi brucerete avventure future; in secondo luogo in alcune donne – tra le più fastidiose – alberga lo spirito di Florence Nightingale, ed il morbo le incollerà ancora di più a voi quali affettuose infermiere. E questo è un guajo.

La prima grande scoperta che feci avvenne per caso, e mi portò a produrre la Soluzione Ghost. Durante una conversazione nella quale stavo propinando una quantità ciclopica di sciocchezze mi incartai sulle mie stesse parole. Alla mia fidanzata del tempo, non sapendo come rispondere riguardo ad una bionda con la quale ero stato visto in giro qualche mese prima, mi risolsi a dire che era vero che mi ero preso una sbandata per l’avvenente fanciulla, ma che purtroppo la bella sfortunata era morta in un incidente stradale. Ovviamente stava benissimo, e l’unica vittima sarei stato io se una delle due avesse saputo della mia affermazione, ma la cosa per fortuna non accadde. Da quel momento in poi capii che era sufficiente affermare di essere ancora innamorato di una morta per mettere in fuga anche la più insidiosa delle seccatrici. Se poi insistevano, raccontavo che quando facevo l’amore con loro mi appariva la defunta, e questo aveva – lo ammetto – una certa efficacia come repellente anche delle più ostinate. Con il tempo delineai con precisione la personalità e l’aspetto della poverina prematuramente mancata, disegnandola su di una mia ex dotata di un certo spirito, che ero convinto le avrebbe permesso di prendere con filosofia la cosa. Su questo, ahimè,  mi sbagliai: una volta accolse le confidenze di una fanciulla che si lamentava di questa tragedia occorsami, e lei comprese da alcuni dettagli che la morta era lei. Me la cavai con due ruote bucate e l’antenna annodata, e decisi di cambiare strategia.

A quel punto ebbi una delle mie intuizioni, e misi a punto il capolavoro, ovvero la soluzione Ettore Majorana Majorana era una giovanissima promessa della fisica. Un giorno si recò a Palermo, e semplicemente scomparve. Nessuno lo trovò più.

Ecco, con le donne la cosa migliore da fare è scomparire. Di colpo, senza nessun preavviso, senza nessun discorso, senza nessun segno di crisi, bisogna andarsene. E’ indispensabile un numero di telefonino di una scheda ricaricabile, che si possa gettare via senza problemi, una segretaria molto sollecita che risponda in modo vago e negativo a qualunque richiesta. Può ajutare trasferirsi in un albergo o fare una vacanza di qualche giorno, mettere un sacco di posta finta nella cassetta davanti a casa vostra. Massimo quindici giorni, di assenza e di mancanza di qualunque contatto, ed anche la più adesiva si rassegna e vi mette nel dimenticatoio, consolandosi con qualcuno più presente.

Orbene, voi potete immaginare quanto sia efficace questa tecnica per lasciare una donna, ma non potete di certo immaginare cosa succede se, in una sera solitaria, non avendo di meglio per le mani, vi viene voglia di rivedere la fanciulla abbandonata e provate a richiamarla. Voi non ci crederete, ma con un poco di faccia tosta potete pure ribadire in rete. Basta avvolgere nel fumo la vostra mancanza, accennando a fatti tragici e drammatici che non potete raccontare, e concludere con questa frase: me ne sono andato perché allora non avevo nulla da darti, se non la mia solitudine (si può sostituire naturalmente “solitudine” con “frustrazione”, “malinconia”, “sconforto”, “nevrosi”, “paura”, a seconda della interlocutrice, in generale è meglio non fare riferimenti al timore della retrocessione della propria squadra del cuore, ma non è detto)

Voi direte: è una stupidaggine, ed avete ragione. Voi direte non significa nulla, ed avete ancora ragione. Voi direte non ci casca nessuna, e qui vi sbagliate. Perché, vi garantisco, non tutte, non la maggioranza, ma una minoranza non trascurabile (ovviamente nessuna di loro legge questo blog) si mette quasi a piangere e – incredibilmente – si concede di nuovo. Confermando la mia ben nota teoria secondo la quale le donne non credono l’improbabile, ma credono senza esitazioni all’incredibile. E per questo non dobbiamo mai mancare di dire loro “ti amo”.

Ho subito due gravi incidenti, uno col tram l’altro con Diego

giovedì, marzo 20th, 2014

“Ho subito due gravi incidenti nella mia vita. Il primo è stato quando un tram mi ha travolto e il secondo è stato Diego”. Alla fine la vita, la morte e l’arte di Frida Kahlo mi sa che sta chiusa tutta qui dentro, nello spazio di queste 24 parole. E c’è che anche quest’anno la mia amica Chiarè mi ha detto

-Meripo’ ci vieni all’anteprima social della mostra di Frida?

Quest’anteprima social l’avevano già fatta l’anno scorso per Vermeer, alle Scuderie del Quirinale che è un posto che meriterebbe di essere visto anche senza manco un quadro dentro, e significa che tutti quelli che si incontrano sui socialcosi poi una sera si incontrano di persona e davanti a dei capolavori. Che una non sa per cosa emozionarsi prima. C’è che è quella sera nella quale tutti mi chiamano Meri, per dire.

Insomma ieri sera hanno aperto le cornici e il busto di gesso e i corpetti e i segreti e le porte di Frida. Non so se vi piacciano i suoi quadri ma la mostra secondo me non è su quello: stavolta in mostra c’è la sua vita, il suo folle dolore che -più che quello della presunta polio e del vero devastante frontale con un tram che le ha trapassato da parte a parte un fianco- è stato un folle dolore d’amore che le ha trapassato da parte a parte il cuore. L’amore per questo caspita di Diego Rivera che diventerà suo marito pur non diventando mai suo.

Su quelle pareti e in quelle teche non ci sono solo le immagini che hanno fatto di lei un’icona di passione rivoluzionaria e artistica, l’ocultadora, la ribelle, non c’è solo la congiuntura dei sopracciglioni e l’esibizione del baffetto, c’è -per dire- pure questo:

cioè il busto di gesso dentro al quale fu prigioniera e che arredò come una casa.

Io non riesco a descrivervela, questa mostra: dovete andare là e tuffarvici dentro. E farvi passare da parte a parte. Come successe a lei col tram. E con Diego.

Frida Kahlo
Scuderie del Quirinale, Roma

20 marzo – 31 agosto 2014
a cura di Helga Prignitz-Poda

www.scuderiequirinale.it

Il più grande smspettacolo dopo il Big Bang

martedì, marzo 18th, 2014

Dopo che Battiato aveva giurato di superarle, insieme allo spazio e alla luce “per non farti invecchiare”, pare che gli Einstein di Harvard le onde gravitazionali le abbiano infine captate e a breve ci si faranno un selfie.

E se con un telescopio piazzato al Polo Sud e tre anni di osservazione siamo riusciti persino a rintracciare gli echi del Big Bang di 14 milioni di anni fa a tuttoggi resta ancora irrisolta la questione di come captare un’onda elettromagnetica, denominata sms, proveniente da esponente di sesso a noi avverso che per mesi e mesi ci sbomballa l’anima finché ottenuto il fatale incontro poi, improvvisamente, sparisce.

Dice allora mandagli tu un segnale. Infatti le ricercatrici Ar vard che a questa posta melanzana hanno scritto copiose, il segnale l’hanno pure mandato. Ma ecco la top ten delle 10 migliori giustifiche ricevute alla domanda

-CHE FINE HAI FATTO?

10 – Stavo giusto pensando a te ieri (non aggiunge altro: forse volendo intendere che già che ti penso con le onde gravitazionali mo’ vuoi pure che mi faccia vivo?)

9 – Scusa ma mi è caduto il cellulare in piscina e ho perso tutti i numeri (poi altri 45 giorni di silenzio, starà presumibilmente coi palombari in piscina a recuperare la scatola nera)

8 – Scusa ma non sono pronto – Ma per cosa? -Per una relazione troppo asfissiante

7 – Scusa ma sono out finché non si completano gli staff del nuovo governo (dice ma lui che c’entra, dovrebbe farne parte? Ma quandomai)

6 – Scusa ma ho un’allergia pazzesca, sono sotto antistaminico (che notoriamente blocca il pollice opponibile necessario per compulsare)

5 – Sono stato trasferito (occaspita, in un’altra città? no, Meripo’, di stanza in ufficio)

4 – Ti avrei chiamata oggi (vedimo’ le coincidenze. ma poi ti ha chiamata? no, sono passati altri 20 giorni)

3 – In che senso?

2 – Io?

1 – Chi sei?

Dai Monti alle Alpi

venerdì, marzo 14th, 2014

La sola idea di conoscerli insieme meriterebbe il prezzo del biglietto del treno. Che io a Michele è da mo’ che gli dico
-Michè ci voglio scrivere subito un post su questo pamfletto tuo

e però “Addio, Monti” è un libello tanto piacevole da leggere quanto impossibile da posteggiare, nel senso scriverci altro su. Perché ha già detto tutto lui dentro.

Comunque in sintesi è così: c’è uno che va alla Sma, nel senso proprio il supermercato, e incontra una che indugia sullo scaffale del kamut e da lì ci tira giù un libro. Nel senso che Michele Masneri è riuscito proprio a scriverci un libro, su questa carrellata alla Sma. Che sembrerebbe un libro sul quartiere Monti, dove appunto sta la Sma, ma finisce per diventare un libro su tutti i tic, le manie, le fisse, gli snobismi e le miserie di certa fauna che ormai neanche più sinistra al caviale si può definire ma piuttosto, come hanno già fatto, intellettuali al kamut. Potremmo poi aprire una parentesi a chilometro zero sul fatto che i confini e la geolocalizzazione di sinistra, destra e centro sono ormai meno chiare delle certificazioni bio, ecco che ciascuno potrà riconoscersi -e ritrovarsi infilzato- nella psicolabilità intellettual-alimentare che tutti ormai ci investe.

Ed è per questo motivo che, da quando è uscito il libro, ogni volta che incontro Michele a cena mi assicuro di avere a portata di mano anche il numero del mio avvocato perché so che qualsiasi parola o anche languida occhiata in direzione del pane ai cinque cereali potrà essere usata contro di me, nel prossimo. Libro. Senonché per fortuna io Michele lo incontro a cena da Shylock che ci tratta prevalentemente a lasagne e tagliatelle e quindi posso riporre il numero dell’avvocato e sfoderare quello della dietista.

Ora c’è che domani, sabato, Michele va da Andrea a presentare il libro. Andrea di Nina, ve la ricordate? La mia libreria supercalifragilistichespiralidosa. Nina a Pietrasanta. Dai Monti alle Alpi. Apuane.

Nina è bella, il libro pure, Pietrasanta chevelodicoaffare e anche loro sono due figaccioni. Io un pensierino, e un biglietto, ce lo farei.

Poi, quando uscite da Nina, andate sulla piazza dove c’è un bar che fa degli aperitivi che lèvati ma non chiedete lo spritz sennò quello vi ci fa un libro contro. Eventualmente chiedetelo piano.

Non accettare baci dagli sconosciuti

giovedì, marzo 13th, 2014

In relazione all’impazzante-sul-webbe video dei baci tra sconosciuti la mia amica Lapinia faceva opportunamente notare che tutto sommato il primo bacio avviene sempre con uno sconosciuto. Anche la comunità scientifica, che ci ha svelato financo la scissione dell’atomo,  a tuttoggi non è però riuscita a svelare il mistero dell’attrazione dei corpi. E dunque stan lì ad arrampicarsi sugli specchi della chimica e vai di simposi su cortisolo e ossitocina ma cosa spinga quattro labbra tra loro straniere a irresistibilmente attrarsi, su questo proprio ancora non ci hanno capito una beneamata.

Peraltro di cosa si stia parlando l’ha suggellato Jova nel brano passibile di istigazione a delinquere denominato Baciami ancora:

“Un bellissimo spreco di tempo un’impresa impossibile”, e ovemai servisse c’è anche il rinforzo di “Un errore perfetto, un diamante, un difetto
uno strappo che non si ricuce”. Ciononostante imperterriti, come non bastasse il curriculum di primibaci e conseguenti sòle con il quale arriviamo alla maturità, la maledizione dell’attrazione fatale tra sconosciute labbra continua costante per tutta la vita.  Dice ma per fare che? “Per provare a vedere che c’è laggiù in fondo dove sembra impossibile stare da soli/ a guardarsi negli occhi a riempire gli specchi con i nostri riflessi migliori”, che è una vita che l’abbiamo visto per bene che c’è laggiù in fondo, il baratro c’è. Ma insistiamo.

Dice Meripo’ ma che è tutto sto pippone, oggi? E’ che -one due tre four- oggi “son tornate le lucciole a Roma/ nei parchi del centro l’estate profuma”.

E dunque?

Dunque CHIUDETEVI IN CASA. DA SOLI

Che a noi ci ha rovinato Colazione da Tiffany, altrochè.