Archive for febbraio, 2014

Oblazione da Tiffany

mercoledì, febbraio 12th, 2014

Che San Valentino sarebbe senza Pecerin?

Guida pratica a San Valentino

di Gregorio Pecerin

San Valentino. Provate a chiedere ad una donna e comincerà a dirvi “una festa commerciale”, “la festa più brutta dell’anno”, “io la odio”, “è fatta solo per le coppie sfigate” e via dicendo. Immagino tuttavia che la vostra conoscenza dell’animo (e della comunicazione) femminile vi porti a tradurre correttamente queste parole in “preferisco denigrare la festa per attenuare il dispiacere che proverò il 14 sera”. Dunque, dobbiamo prima di tutto dire la verità: ogni ragazza, a prescindere da quanto affermi a scopo apotropaico, desidera che qualcuno la consideri la sua Valentina. E voi dovete essere lì, pronti a sfruttare slealmente l’occasione a vostro svantaggio.

Iniziamo con il dire che non parliamo né delle donne perdutamente innamorate di voi, né delle donne delle quali siete invaghiti ma che vi detestano. Di costoro parleremo poi; qui consideriamo quell’amplissimo limbo di fanciulle alle quali siete simpatico, o che ancora non avete avuto occasione di conoscere, o che magari hanno un fidanzato nojoso che esitano a tradire: insomma tutte quelle che potenzialmente potrebbero concedersi con un incoraggiamento psicologico ma che ancora non l’hanno fatto. Ebbene, ognuna di loro si alza nel giorno di san Valentino sperando che il fidanzato le porti fuori a cena in un bel ristorante e non con il coupon di Groupalia; che quel collega gentile si avvicini e dica loro “buon san Valentino”, o che un affascinante single si palesi dal nulla rischiarando la loro giornata. Questo è il terreno nel quale la vostra azione deve svolgersi.

Cosa fare, come diceva Lenin? Semplicissimo. Per le suddette donne, effettivamente, “basta il pensiero”. Nel senso che intendeva il grandissimo architetto Ludwig Mies van der Rohe, ovvero “less is more”, il meno è più. Meno direte, meno scriverete e meno farete e più lascerete all’immaginazione della vostra preda e più questo spazio sarà riempito da lei esattamente con quello che desidera sentire, pensare o immaginare. Per cui bisogna essere vaghi, vaghissimi e assolutamente indeterminati per conseguire la massima efficacia distruttiva.

In realtà è a disposizione del gaglioffo un’arma estremamente potente, economica e facilissima da usare che si chiama Interflora. Se vi collegate al sito con un semplice clic e la modica somma di 95 euro potete inviare dodici rose rosse che è ben oltre quello che ogni fanciulla si aspetta. Potete, ovviamente, passare dal fioraio ma non vedo perché perdere tutto quel tempo, a meno che non si tratti di una fioraia e sia pure carina (è il classico caso dei due piccioni con una fava). Un clic, pochi secondi è il giuoco è fatto. Rimane solo da scrivere il biglietto, ma anche qui è facile. Io ho sempre scritto a tutte quelle che hanno ricevuto rose da me per san Valentino (e non sono state poche) questa semplicissima frase

“tu sei così bella da rendere splendida anche la festa più brutta dell’anno”.

Se non è una lettrice di questo blog, il successo è assicurato. Anzi, se devo ammettere una debolezza della suddetta strategia, è che rende la cosa troppo facile. E’ un poco come pescare con le bombe, si prendono i pesci ma il divertimento non è come farli abboccare all’amo. Concludendo, ogni donna che si sveglia nel giorno di San Valentino sa che deve correre più veloce del vostro mazzo di fiori, oppure è perduta.

Abbiamo detto però che quanto detto non vale per le donne innamorate e per quelle che vi detestano. Le donne innamorate effettivamente non sono un problema a San  Valentino: sono un problema perpetuo e per come risolverlo vi rimando ad altri scritti che già ebbi occasione di vergare per questo locus telematicus.

Per le donne che vi detestano, al contrario, la strategia suddetta non è efficace, il pensiero non basta, non è vero che less is more: ci vuole il carato. Nel senso che dovete passare da Tiffany’s, farvi chiudere un anellino in una di quelle magnifiche scatoline turchese con un nastro rosso, e poi presentarvi. Rimarrete stupiti di quanto questo gesto vi renderà istantaneamente simpatico, amabile e attraente.

Lo so. State leggendo questo scritto insieme ad una donna e lei vi sta dicendo “ma chi è questo cretino, cosa crede che siamo tutte in vendita? Io uno che mi portasse un anello di Tiffany e non mi piace lo manderei subito a quel paese”. Ebbene, voi non perdete la calma e chiedetele quanti anelli di Tiffany ha rimandato indietro dal giorno in cui ha compiuto diciotto anni. La risposta, vi garantisco, sarà zero. Chiedetelo anche a tutte le vostre amiche. Sorprendendemente la risposta sarà di nuovo invariabilmente “zero”.

E a questo punto, come Renato Rascel si chiedeva “dove vanno a finire i palloncini che fuggono di mano ai bambini?” viene da chiedersi “dove finiscono questi anelli di Tiffany’s?”  Ci sono , ma non sono facili da trovare. Sono infatti sul dito di fanciulle che in questo momento si trovano a Sankt Moritz al Suvretta a godersi la vista sul ghiacciajo dalla suite insieme al generoso benefattore, e tipicamente tengono il telefono spento, perché l’amore trionfa sempre.

Così vicini, così lontani

martedì, febbraio 11th, 2014

Arriva il giorno in cui anche le porte di un blog leggero e un po’ cazzaro vengono sfondate e travolte da altro. Quindi ricevo e, senza aggiungere una parola, pubblico e affido a tutti noi.

Cara Meri

da 10 anni ho una “amica di penna”. In dieci anni la mia vita ha avuto veloci trasformazioni che hanno reso complicato e difficile anche la sola corrispondenza. Entrambi ci siamo sposati e avuto figli. La sua vita matrimoniale prosegue anche in mezzo alle tempeste, la mia è naufragata da tempo.

V. è bosniaca. Vive in una città a “pochi” chilometri da Pescara o Ancora – basta attraversare l’Adriatico -, una città conosciuta da pochi e non da tutti. Così vicina e così lontana da noi.

Mostar è nota per il ponte distrutto e ricostruito, simbolo di una guerra senza senso, tra le più cruente e sanguinose degli ultimi anni.
La faccio breve altrimenti ti annoio. Io e lei, due culture diverse, due pensieri diversi. Inutile aggiungere che nella testa della maggior parte degli italiani gli slavi sono zingari e le loro donne “di facili costumi”. Dall’altra parte del mare, invece c’è una strana considerazione degli italiani, una sorta di ricchi smidollati, tanto invidiati e tanto sopravvalutati.

Nonostante la quasi indifferenza generale, in questi giorni la Bosnia è di nuovo sulle pagine di cronaca. Rivolte, assedi ai palazzi istituzionali, violenze e disordini in piazza contro la corruzione politica e, soprattutto la miseria. Oltre la metà dei bosniaci è senza lavoro, il reddito medio è di 400 euro al mese ma sono dati falsi perché tengono conto anche dei pochi ricchi che alzano i valori. Alcuni operai non raggiungono i 100 euro al mese.

V. ha due bimbi e ora sta chiusa in casa sperando che l’incubo passi. Un incubo vero reale. Lei e la madre tra il 1992-95 erano costrette come la gran parte delle donne bosniache a vivere barricate in casa con tutti i soldi e gioielli nascosti sotto la biancheria intima. Una parvenza di speranza! Quando i soldati o i rivoltosi razzolavano le case lo stupro era sicuro, la sopravvivenza dipendeva dalla quantità di soldi nelle mutande o dalla qualità degli ori.
Ora V. ha paura, molte cose si stanno ripetendo quasi con le stesse modalità.

Questo è quanto mi ha scritto ieri e che affido a te e al cuore di tutti noi:

“Per la prima volta dopo tanti anni, sento grande distanza tra noi. Io sono di Mostar, quella città che probabilmente avrai sentito ancora tra le notizie di cronaca.
Io sono di Mostar, tu no.
Sono rimasta davanti al computer per quasi 24 ore, lasciato aperto Facebook per ogni evenienza (…). Sono terrorizzata. Sono orgogliosa di essere di Mostar. Sono inquieta. Ho paura di uscire da casa. Ho passato gli ultimi giorni a leggere notizie, su internet, in Tv, sui giornali. Sto provando a chiamare i miei genitori e i miei parenti tutto il giorno per sapere se stanno bene. E ogni volta sembra infinito il tempo prima di avere una semplice risposta “hello”.
I pensieri mi ruotano in testa vorticosi. La memoria di quanto accaduto è ancora troppo nitida. E’ un marchio nella testa. E tu dove sei? Perché non capisci cosa succede? Io ho bisogno di una voce dall’altra parte del muro. Invece non ci sei, come non ci sei mai stato, come sempre.
Sì sembra che ci sia una nuova guerra in preparazione e io sono completamente paralizzata. L’unica cosa che mi rende attiva è pensare ai miei bimbi ed essere pronta a prendere il necessario per fuggire.
Io sono di Mostar.
Noi potremmo amarci per altri milioni di anni, ma noi non saremmo mai vicini, così vicini. Tu questo non lo capirai mai. Tu non sei di Mostar. Sfortunatamente”.

Andrea

Da "Venuto al mondo" con Penelope Cruz ed Emile Hirsch

Stateve zitti

domenica, febbraio 9th, 2014

Continuare a indurre un Paese nel quale una coppia su due si separa entro i primi cinque minuti (che ci si inizia a lasciare, il Professor Pi insegna, nel momento in cui si dice -Oh, figo questo, mi piace assai, ora vediamo come posso cambiarlo) e l’altra lo farà entro i primi cinque anni, dicevo continuare a indurre un Paese di spajati a festeggiare San Valentino è come chiedere ai diabetici di festeggiare la Giornata della Sacher, ovemai esistesse.

Tutto ciò premesso, siccome appunto nulla ci è risparmiato, si è ufficialmente aperta anche la settimana del chesidevefare e chesidevedire. Ed è Repubblica a perpetrare la madre degli inganni con un pensoso servizio dal titolo “Dieci frasi (che funzionano) da dire a San Valentino”. Non vi sarà sfuggito l’ammiccamento contenuto fra le parentesi ma che purtroppo, mi duole informarvi, rischia di ricadere nella fattispecie della pubblicità ingannevole. Recita infatti il punto uno:

1. Invece di una frase, regala al partner una domanda: “Come vanno le cose tra di noi?

Ecco, questo è esattamente ciò che non dovreste mai mai mai fare. Chiedere. Chiedere comevannolecosefrannoi. Comevannolecosefrannoi è l’inizio di ogni catastrofe, il principio della fine, la madre di tutte le chiusure. Chiedere comevannolecosefrannoi non implica, come è la malriposta certezza di chi la pone, una risposta incoraggiante e positiva: porta con sé piuttosto la rottura di tutti i faticosi e reticenti argini di contenimento di mesi o anni.

Per cui, se davvero volete sapere le “Dieci frasi (che funzionano) da dire a San Valentino” chiudete sto link di Repubblica e stateve zitti. Non dite e soprattutto non chiedete nulla.

Se Maga Maghella diventa la condanna di una vita

giovedì, febbraio 6th, 2014

Gli piacciono Maga Maghella e le Barbie e i maglioncini viola e fucsia. Troppo. Troppo se sei un bambino. Maschio. Pure se ti senti un maschio femmina. E quindi mamma e babbo decidono che serve il dottore. Una bella “terapia correttiva”. Ammazzadesideri. La terapia del dottor G. (Al secolo il dottor George Rekers della National Association for Research and Therapy of Homosexuality: garantiva di poter “guarire” un bambino in massimo 22 mesi dai comportamenti omosessuali).

Questa bella pensata del dottor G associa il desiderio al dolore, per cui ogni volta che proverai desiderio proverai anche atroce dolore fisico. Una bella anestetizzata e via. Via le Barbie, via Maga Maghella e avanti con Goldrake e le mitragliette tatatatatatatà. Da quel momento in poi la vita del nostro piccolo amico diventerà una lotta continua e dolorosa per riprendersi personalità e desideri.

Sissy boy. Si chiama così il monologo teatrale scritto da Franca De Angelis. Sissy non è la principessa: deriva da sister (sorella) associato a boy (ragazzo) e indica, con una connotazione negativa, un bambino o ragazzo che si pone in contrasto alle tradizionali regole di condotta del sesso di appartenenza. E’ la storia, vera, ispirata a Kirk Andrew Murphy che qui diventa Sergio Bello. Galliano Mariani, l’attore, è lui piccolo, lui grande, lui felice, lui disperato, lui fiducioso, lui distrutto. Se ti va brutta se ti va bella.

E la domanda che per tutto il tempo si fa chi sta in sala a soffrire con lui è: cosa siamo senza il desiderio? La terapia del dottor G i desideri li anestetizza: via tutto. E quando qualcosa si riaffaccia vai col dolore. Questo vale per Maga Maghella e il maglioncino ma anche per il tiramisù, per dire. Per la bilancia che mal di pancia.

Sergio ci prova, a compiacere mamma e tutti noi. Ci prova in ogni modo. Diventa un “bimbo talpa”: nascosto a sé e al mondo. E poi un ragazzo talpa e un uomo talpa e un marito talpa e un bancario talpa e un amante talpa poi piano piano ci prova, ci prova a riprendersi la sua vita. Maga Maghella se ti va brutta se ti va bella. Che fatipeso stancante.

E’ uno spettacolo duro, Sissy boy. Di fronte al quale si resta prima di tutto increduli. Increduli del fatto che Maga Maghella e Barbie possano diventare la condanna di una vita. O che la lotteria della vita possa passare per quando il Padreterno distribuiva le X e le Y.

Non ha il lieto fine, Sissy Boy. E quando le luci si chiudono sull’ultima scena si fa fatica ad alzarsi dalla poltrona. Si resta lì un po’ frastornati. Poi magari ci si alza e si vede passare l’autrice, Franca De Angelis. Ci si fa forza, le si va incontro per salutarla, la si guarda negli occhi e si tenta un

-Che storia

e lei che già ti sa, ti mette una mano sulla spalla e dice

-Lo so, anche io ogni sera mi auguro che possa finire diversamente

Sissy Boy
Di Franca De Angelis
Regia di Anna Cianca
Teatro Lo Spazio, Via Locri – Roma
Fino al 9 febbraio

Però alla fine dello spettacolo si esce con le note di Stand by me. E almeno questo spiraglio godiamocelo.
When the night has come
And the land is dark
And the moon is the only light we’ll see
No I won’t be afraid, no I won’t be afraid
Just as long as you stand,
stand by me

Fenomenologia di Pretty Woman

mercoledì, febbraio 5th, 2014

Insidiato solo dal video-anniversario di Facebook ieri sera è riandato in onda il Pretty Woman Pride. Femminazze di ogni ordine e grado annunciavano urbi et orbi la disfatta del cedimento alla venticinquesima replica della più grande illusione di massa dopo la Weight Watchers.

La qui presente, dopo mezz’ora di strenua resistenza su La7d in compagnia del capolavoro Capote con il compianto Philip Seymour Hoffman, dopo clandestini zapping su Raiuno ci si spaparanzava definitivamente in compagnia di un barattolo di Nutella da 600 grammi personalizzato (per noi sarai sempre Meripo’) del quale recentemente La giovane older mi aveva fatto omaggio.

Ora, vendittianamente, sarebbe lecito chiedersi Dimmi cos’è cos’è che batte forte forte forte forte in fondo al cuore che ci toglie il respiro e ci parla d’amore -che in quel caso era Grazie Roma- ma che in quello di Pretty davvero non si sa, perché perché perché perché ci batta (nel senso il cuore) pure alla venticinquesima volta.

Ma tant’è: lì stavamo tutti (4.163.000 spettatori), pure ieri, a farci aggrovigliare le budella (cit). Insomma, femminazze, cos’è? Il mio amico Rob dice che probabilmente è il sogno di redenzione, il Professor Pi dice che magari poesse che sia quello della carta di credito illimitata, il mio amico Andrea dice che è il sogno e basta.

Fateci sognà, dunque. Prendete l’ultima notte insieme: l’ultima che diventa la prima. Il primo bacio e la prima notte dopo la trasvolata all’Opera per “Traviata” (cit nella cit): chiunque sia stato innamorato una volta la riconosce, quella roba lì. Hai voglia a “questa donna pagata io l’ho”: se so’ già incastrati. Nel senso sentimentale.

Eppure il realismo sopravvive ancora nell’indimenticabile scambio

Lui -Tra noi cosa vorresti?
Lei -Non lo so
Lui -Per ora di più non riesco a fare
Lei -Lo so

Fateci sognà con l’amore che ti cambia. E ti aiuta. “Mi hai cambiata tu. E puoi cambiarmi ancora”. Generazioni di utentesse di sentimental blogghe potrebbero testimoniare la disfatta e la sòla di questo assunto. Eppure insistiamo: “Voglio la favola”.

Fateci sognà. Che c’è gente che ci campa, e altra che ci  resta fregata, tutta la vita con “Per ora di più non riesco a fare”. E invece qui dura dieci minuti. Finché lui arriva con la limousine bianca e la rosa sotto al terrazzino.

-Vedo lacrime

aveva inutilmente avvertito mezz’ora prima la sciamannata amica ruminando un chewingum. Noi niente. Guardiamo la rosa. Le più avvertite anche la limousine. Perché sarà che io sono mia ma alla fine vorrei essere soprattutto tua.

Fateci sognà e fateci aggrovigliare le budella. Al Maalox penseremo domani. Che, come non è riuscita a insegnarci manco Rossella, domani è un altro giorno. Ma con le stesse sòle di oggi.

Perché quando il saggio indica la fregatura noi guardiamo la rosa, qualcuna il terrazzino, quasi nessuna la limousine.

Sii carino quando sei in cima

martedì, febbraio 4th, 2014

Dopo un tormento durato ore, alla fine domenica il professor Pi ed io abbiamo optato per “Philomena“. Basato su una storia vera e sul libro di Martin Sixsmith narra della vicenda di una donna irlandese costretta ad abbandonare il figlio dopo averlo partorito in un convento. Cinquant’anni dopo si mette in viaggio insieme al giornalista Martin Sixsmith per ritrovarlo, negli Stati Uniti. Nella storia, drammatica,  fanno capolino le condizioni terribili di ragazze e suore rinchiuse nel convento di Roscrea -che ci avevano già sconcertati nell’altro film Magdalene– e altre tragedie che non posso anticiparvi se non lo avete visto ma che qui vengono narrate con una levità, ironia e a tratti anche poesia veramente da, in certi momenti, squagliarsi.

Senonché una frase, a un certo punto, mi ha molto colpita, al punto che me la son segnata al buio sul retro del biglietto. Ed è quella che Philomena, con la sua semplicità e buon senso, dice al giornalista, in un momento nel quale lui sbrocca. Essendo giornate di grande sbroccaggine generale, ed essendo tempi nei quali la violenza verbale e scritturale è di solito direttamente proporzionale alla pochezza mentale e strutturale di chi la esercita (un nuovo modo per misurarsi piselli al bagno, diciamo un chicel’hapiùlungo 2.0) ho trovato la lezione di Philomena particolarmente interessante:

-Sii carino con le persone quando sei in cima: potresti rincontrarle nella discesa

Tordi/2

domenica, febbraio 2nd, 2014

Tutto a posto: i commenti brutti li hanno lasciati di notte, quando non c’era il portiere. Perché uno che chiede “Cosa succederebbe se ti trovassi in macchina con Laura” immagina che, di giorno, gli risponderebbero “leggere insieme la Critica della Ragion Pura”.

Quando a tordi e quando a grilli

sabato, febbraio 1st, 2014

Comunque il mio primo Direttore diceva sempre: “Signorina Meripo’, quando qualcuno lancia volgaritá e sguaiataggini in pasto, lei si chieda sempre: da cosa vuol distrarmi?”.