Archive for gennaio, 2014

Let it Tea

venerdì, gennaio 31st, 2014

26 gennaio

Quando me l’aveva detto ero stata pervasa da un brivido lungo la schiena

-Meripo’, domenica alle 17,30…Afternoon tea al Savoy

Pensavo scherzasse. Pensavo male.

Intanto ci preparavamo con un digiuno dalla mattina, fatta eccezione per i due butter biscuits del servizio cortesia in camera e un paio di caffè. Tipo un pre operatorio ma senza l’anestesia. Il tutto maratonando attraverso Torre di Londra, Victoria and Albert Museum, Harrod’s “ma veloce eh Meripo’, solo per vedere il trash sanctuary dei due tragici amanti”.

E poi avete presente quella sensazione di possibile aristocratica decadenza insista nell’evento-che Ellastessa avrebbe poi efficacemente riassunto nell'”pericolo effetto L’anno scorso a Marienbad“? Ecco, pensavo un po’ raduno reduci alle terme tedesche. Pensavo male, malissimo.

Perché, come diceva William Schwenck Gilbert, che con tal Sullivan scrisse le opere che procacciarono i soldi a sir Carte per aprire l’Hotel,  “la vita è uno scherzo che è appena cominciato”.

E mentre scendevo le sontuose scale immaginandomi dialoghi dei nostri potenziali vicini di tavolo a suon di
-Lord Patrick, quali nuove dalla caccia alla volpe della volta scorsa?
-Madam, ha poi trovato un cappellino per Ascott?
-E sir Hastings per che ora pensa di raggiungerci?

appena il doorman ci ha spalancato la porta dei saloni  sono precipitata in un libro a metà fra le sorelle Bronte, il Circolo Pickwick e Sir Pelham Grenville Wodehouse.

Una voliera immensa in ferro battuto troneggiava in mezzo al salone, sotto un piano a mezza coda, intorno tavoli con broccati bianchi e lini pregiati, posaterie e porcellane, camerieri in frac che vi accompagnano la sedia sotto al fondo schiena e vi spiegazzano il tovagliolo in grembo. Il pianista ha iniziato a suonare “profumo di donna” e ho ritenuto che da un momento all’altro potesse effettivamente fare il suo ingresso anche Al Pacino.

Afternoon Savoy Tea - Foto Meri Pop

Soprattutto questo thè iniziava con un calice di champagne. Mi è sembrato il più buono che avessi mai bevuto. Quindi dopo il Gintonic delle 16 anche il Vattelappesca delle 17 (non mi ricordo il nome, ero già stavo brilla, come certifica la seconda foto sbilenca, fatta in evidente stato di barcollo):

Savoy barcolling tea - Foto Meri Pop

Lo champagne arrivava insieme a un’alzatina piena di tramezzini rettangolari, sublimi, e scones (accompagnati da lemon curd, burro e marmellata) che rasentavano la perfezione

-E ci mancherebbe pure che fossero cattivi, Meripo’, solo questo devono fare: essere perfetti

Ed era a questo proposito che, già le bollicine avendo aggredito le sinapsi, Mariapà ne approfittava per elargirmi, insieme a uno scone imburrato, anche la perla di saggezza di Nonsochezia:

-Meripo’, ricorda, nella vita puoi derogare dalla bellezza e dalla giovinezza. Ma non dall’impeccabilità

La Mariapà ed io ci siamo guardate e abbiamo brindato. E lì mi è sembrato che, qualsiasi cosa o persona sgradita o sgradevole, ci si fosse appalesata innanzi o accanto nei tempi scorsi, un momento così sarebbe stato in grado di pareggiare i conti e portare il saldo in attivo in ogni caso. Anche perché nel frattempo, arrivato anche il thè, il pianista era passato agli Abba e aveva sentenziato “The winner takes it all”.

Arrivato infine anche un vassoio d’argento pieno di dolcini acconciati come fossero un’opera di Arcimboldo,

obnubilate dalle bollicine e pure dagli Abba giungeva infine dalle coste italiche un sms che informava

-Meripo’ vedi che la De Girolamo si è dimessa

Ci sembrava finanche quello un aspetto ininfluente che avremmo comunque agevolmente delegato a Lord Cancelor, nostro delegato per le Legazioni minori.

Il pianista essendo ormai approdato a Chopin si riteneva verso le ore 20, avendo rifiutato l’ultimo carrello di torte per sopravvenuta satollità, che il consesso potesse essere sciolto.

Convenivamo infine che non esiste problema che non possa trovare soluzione di fronte a un calice, una tazza e un’amica.

Convenivamo inoltre che Samuel Johnson ci avesse proprio preso. Quando ha detto che “Chi è stanco di Londra è stanco della vita”.
E noi, modestamente, non lo fummo.

E grazie ancora, Mariapà.

Saving Mrs Pop

giovedì, gennaio 30th, 2014

25 gennaio

Vento dall’est
la nebbia è là
qualcosa di strano
fra poco accadrà
troppo difficile capire cos’è
ma penso che un ospite arrivi per me

Perchè poi un perchè c’è sempre e se non troviamo risposte a volte è perché sbagliamo le domande. Quindi invece di starsi a chiedere Ma come mai non ero mai voluta venire fin qui per (omissis) anni? Meglio dirsi Perché dovevo atterrarci direttamente come Meri Pop. E prima manco c’ero.

E il viaggio con Mariapà non sarebbe stato così, cosììììì, così supercalifragilistichespiralidoso, prima.

Per questo il sabato mattina mi ha portata prima al mercato di Camden e, approfittando del fatto che era spuntato persino il sole, mi ha imbarcata su un battello e via-

-Mariapà ma ndo annamo?

-A Viale dei Ciliegi, Meripo’

Ve lo dico subito: al numero 17 di Viale dei Ciliegi abita George Banks, integerrimo bancario di Londra. Ed è lì che a un certo punto, dopo aver messo un annuncio sul Times, gli atterrerà in giardino Mary Poppins. Avendomi la sera prima portata alla Bank of England e mi aveva  fatto sedere sugli scalini della signora dei piccioni alla quale Michael vorrebbe dare i 2 penny che poi produrranno il disastro bancario che sapete, che gli scatoloni della Lehman Brothers in confronto fanno ridere.

Ora la domanda è: se uno mi avesse detto, cheneso, quattro anni fa

-Uà Meripo’ poi tu fra poco andrai a Londra e tornerai in tutti i posti di Mary Poppins proprio mentre al cinema esce “Saving Mr Banks”, e darai da mangiare ai piccioni e cenerai sul tetto e atterrerai a Viale dei Ciliegi con l’ombrello

beh voi l’avreste chiamata o no, la neuro?

E quindi, scese dal battello, dopo un pranzetto su una River Boat a base di “Jacket potato with smoked salmon and cream cheese”, ecco che fatti pochi passi e svoltato un angolo mi faceva fermare eeeeee

oplà, signori, Viale dei Ciliegi

Che in realtà si chiama Warwick Avenue e sta a Little Venice. E se l’è cercata Mariapà, cioè è venuto in mente a lei che quella casa potesse essere uguale a queste qui

Viale dei Ciliegi - Foto Meri Pop

E allora, ripeto: mentre siamo lì a scoraggiarci perché non arriva quello che aspettiamo, non sarà che invece ci si sta solo preparando la sorpresa col botto?

Infine: potrebbe mai una immaginare che un’amica si va a cercare per Londra col lanternino e lo spazzacamino la casa di Mary Poppins per portarci Meripo’? Che cose straordinarie una deve aver mai fatto perché venga ricompensata con una cosa così?

Dicevo ieri che l’arte ci salva la vita. Anche le amiche.

Hey Jude, don’t let Meri down

mercoledì, gennaio 29th, 2014

25 gennaio

Che poi se qualcuno mi avesse detto, cheneso, quattro anni fa

-Uà Meripo’, guarda che poi tu un giorno sarai seduta al Noel Coward Theatre di Londra con Jude Law sul palco e Colin Firth seduto davanti, a guardare l’Enrico V di Shakespeare… beh gli avrei detto

-Bellomio, di che ti fai? Of what do you do you?

Certa del fatto che sono l’ultima, ma proprio l’ultima compreso vostro figlio di 12 anni, ad approdare a London e ogni aggiunta è superflua, direi di saltare i preliminari e arrivare subito al dunque.

E il dunque è questo santantonio di uomo e di attore. Il dunque è un teatro pieno, è un sabato sera a Londra con Mariapà, la mia prima Londra e la mia prima Mariapà. Il dunque è uno spettacolo di tre ore dalle 19,30 e

-Meripo’ prenditi un panino e te lo mangi seduta mentre aspetti

-Mariapà ma in che senso?

-Meripo’ nel senso che qui fanno tutti così

Dunque è sacro il durante, non il prima. E il dunque è che, sbocconcellando questo formidabile panino al pastrami, due file avanti si siede un tizio di figaccioneria percepita AAA+++ molto low profile, camicia bianca, maglioncino nero, occhiali. Son lì con l’occhio prensile e un po’ sguerciato e la faccia a punto interrogativo quando Mariapà offre l’àncora di salvezza e sentenzia

-Si, Meripo’, è Colin Andrew Firth

Si siede con discrezione, nessun codazzo né un Hello con i vicini di posto: solo poche cordialità da ascensore tra condomini. Il discorso del Re venuto ad ascoltare il monologo del collega Enrico, V.

Giustappunto al termine del pastrami si abbassano le luci. Ci siamo. Da questo momento in poi un uomo più un’altra decina  ci terranno in pugno per tre ore -ripeto tre ore- con la voce e il gesto, muovendosi su uno spazio ridottissimo che invece miracolosamente si dilata fino a portarci nei due accampamenti prima e sul campo di battaglia di Azincourt poi, e contemporaneamente nella magnificenza della corte di Rouen e di quella inglese.

Tre ore. Tre ore di una lingua sconosciuta a me ma complessa anche per loro. Tipo mettete un inglese a sentire Dante. E anche un italiano.

Tre ore nelle quali non ho capito quasi niente ma mi è piaciuto immensamente. Tipo quando uno si innamora.

E potendo scegliere un momento, IL momento, scelgo quello del Quarto Atto in cui, su uno sfondo di stelle, palco semibuio rischiarato solo da tre piccoli fuochi da campo (veri), in un silenzio immobile entra in scena lui, illuminato solo da un vapore di luce calda, la sera prima della battaglia, lui che sente stasera quanto sia difficile essere Re. E anche se la morte dei suoi non può essere ricondotta a lui è lui che sente il peso di avere in mano le vite dei suoi.

E in qualche modo pure le nostre eh. Che siamo lì a sentire quel peso con lui. A me arriva ogni tanto qualche parola: onore, coraggio, forza. Lui sta là a conquistarmi praticamente solo con la faccia e con il gesto, il movimento del corpo, il timbro della voce.

Presenza scenica. Carisma. Miracolo.

Parla. Si parla. Mi parla. Come fosse lì solo per me (te piacerebbe eh Meripo’)

E ci riesce. E dopo buoni dieci minuti di questa magia mi sono sentita pronta per la battaglia pure io. Che grandezza è mai questa che ti salva così?

Tutto this pippon per dire che:

1) Non so perché l’arte ci salvi ma, confermo, lo fa

2) Non so cosa sia l’arte. Ma evidentemente ognuno di noi la sente e la riconosce perfettamente quando la incontra

3) Jude Law è un figo da paura
-E si Meripo’ ci volevi giusto tu fino a Londra per dircelo

4) Ci sono luoghi e persone e cose che certe volte ti dici

-Ma possibile che solo ora? Ma come ho fatto a non amarti fino ad oggi?
e la risposta è semplice: è che non eri pronto prima. E, come dice la sacra Bibbia, c’è un tempo per ogni cosa. Ma non lo decidi tu.

5) I macarons di Pierre Hermé sono più buoni di quelli di Laduree
-Meripo’ ma mo’ questo che caspita c’entra?
C’entra, c’entra perché Mariapà ed io avevamo comprato 4 macarons da Selfridges “per mangiarli durante l’intervallo di Jude”

6) Si, il biglietto del teatro è costato quasi più di quello aereo (ma per fortuna Mariapà fa stalking alle offerte dei low cost e dunque se ne era aggiudicati due da guinness) però, come ha avuto modo di dirmi Ellastessa

-Meripo’ ora tu dimmi: ma con queste decine di euro quale oggetto avresti potuto comprare in grado di lasciarti un ricordo e un’emozione così per tutta la vita ogni volta che ci ripenserai?

Cent’anni di londritudine

martedì, gennaio 28th, 2014

24 gennaio

E’ stato scendendo dal Gatwick Express, approdate a Victoria Station, che Mariapà s’è avvicinata al tassinaro e gli ha detto

-London tassinar, portaci in albergo ma la strada te la dico io, maidiar

E che ci abbiamo scritto Giocondo, ho orgogliosamente pensato: che poi si, british british aplomb aplomb ma alla fine “Paese che vai tassinaro che te fa fa’ il tour of  Peppe che trovi” eh. Dunque meglio prevenire the imbroglio.

Bello, spazioso dentro come una limousine, solo un sedile passeggeri con ampio spazio davanti e vetro che separa the driver. Il taxi, intendo.

Ed è stato sbucando da un corner che mi si è parata davanti la magnificenza di centinaia di documentari reali acquisiti negli anni

-Meripo’, Buckingham Palace. Ho chiesto al taxi di farci fare la strada che percorrono le carrozze reali di tutto il mondo per i royal weddings fino alla Westminter Abbey

Ecco. In quel momento la Cenerentola che è in me si è accozzata alla Fata Smemorina che le sedeva accanto e ha sentito il taxi-pumpkin trasformarsi in royal coach. E ha sentito pure Smemorina bisbigliarle

-Meripo’ fai Ciao con la manina ai sudditi. Solo la manina, non tutto il braccio, wave, come l’onda

Insisto: la monarchia è sottovalutata. Il taxi procedeva a velocità da corteo reale io già assumendo l’aristocratica postura ch’entro mi rugge. E assicuro che piombare a (omissis) anni per la prima volta nel Regno di Sua Maestà produce un subitaneo ulteriore rincoglionimento ad età prescolare con annessa modalità Winx.

Lasciati i bauli in albergo e immidiatly precipitateci alla conquista del regno come William The Conqueror, Mariapà mi trascinava su una street nonmiricordo nella City infine additandomi l’orizzonte e dicendo

-Che c’è scritto lì?

e io

-Eat & Drink Bar

-No Meripo’, la targa sopra alla via

-Ommaigooood. Mi apparve questa:

Poppin's Court - Foto Meri Pop

Come non bastasse mi prendeva per il regale gomito e mi conduceva in un vicoletto limitrofo ove il gomito lo avremmo alzato immantinente

-Meripo’ questo è il più antico pub di Londra, siamo al Ye Olde Cheshire Cheese

Più che al pub, aprendo il legnoso portone, inciampavamo e precipitavamo dentro un racconto di Dickens: microstanza di legno, camino acceso, quasi buio, dickensiani rubizzi assisi ai due tavoli di legno, alcol a fiumi. Uniche due donne noi.

Sentivo a quel punto la stentorea voce di Mariapà ordinare

-Two gintonic, sir

Al mio strabuzzo di occhi aggiungeva

-More tonic than gin

Con il gintonic alle quattro del pomeriggio a digiuno facevo la mia reale entrata nel british avvinazzament. Appoggiata al dickensiano bancone come un vecchio minatore britannico durante lo sciopero contro la Thatcher, sentivo entrare in circolo, più che la swinging London, il sollievo alcolico.

Barcollando come si conviene, arrivavamo alla Temple Church, con ciò ulteriormente precipitando da Dickens a Dan Brown, che qui ambientò alcuni terrifici passaggi del Codice Da Vinci. Tra il gintonic in circolo, lo zolfo nell’aria e il sacro Graal in mente ritenevo già bello che indennizzato l’approdo nell’Impero Britannico.

Vi risparmio la maratona del barcollo che di lì a poco sarebbe seguita, da Trafalgar Square, alla White Hall, a Westminster, Big Ben e London eye che sapientemente apostrofavo con un

-Uuuhhh la ruota di Nomfup! (perché il mio amico Nomfup la usa come fotina sui socialcosi). Evvabbè (And go well)

A quel punto Mariapà fermava un london taxi al volo ed esso accostava immidiatli inchiodanding dunque io esclamavo, come avessi trovato il Sacro Graal

-Mariapà… Si ferma!

-E’ il suo lavoro, Meripo’

Dunque, poi? Ah si, avevo chiesto, tra gli innumerevoli fantasmagorici musei, di poter vedere la tate Modern e poi magari gli altri eventualmente de necst taim. Prontamente Ella predisponeva visita in modo tale che ci arrivassimo, ovviamente, a piedi dal Millennium Bridge e soprattutto ivi prenotava un tavolo per le 20.30 Greenwich Medium Time al ristorante sulla terrazza.

Ecco, quando io mi son seduta lì sospesa a picco sul Tamigi con quel mozzafiato scenario ai piedi, io che al massimo volo con l’ombrello e governo bambini, ho capito cosa voglia dire, per un attimo, governare il mondo. E m’è piaciuto un sacco. A bag.

Lanciamoci così

giovedì, gennaio 23rd, 2014

“Papa: ad Angelus domenica lancerà colombe insieme a due bambini” (Ansa).
Basta che poi non facciano come con Morgan.

A Poppins Island con Hey Jude. Law

giovedì, gennaio 23rd, 2014

Essendo sopravvissuta ai feroci Afar, agli avidi Mursi dell’Omo river e ai tagliatori di teste del Borneo riterrei giunto il momento per finalmente affrontare anche gli inglesi. Ed è per questo che nei prossimi giorni mi appresto ad atterrare con il magico ombrello nella mia patria di origine. Che finché la perfida Albione mi si affacciava nelle mie precedenti vite, l’unica parola associabile fu Mappercarità, fatto salvo l’unico sconfinato amore per Lady Di. Il che però non fu mai sufficiente a spingermi oltre la Francia.

Fu con l’apertura del blogghe, e la conseguente dilaniante scelta del Comecaspitalochiamo lui e Comecaspitamichiamo pure io che per la prima volta considerai che effettivamente, oltre alla Regina, anche solo l’aver dato i natali a Mary Poppins avrebbe meritato l’emersione della terra ivi denominata Inghilterra e che per me è solo e unicamente Londra.

Fu poi conoscendo Dequìn, la mia amica Rob, e Missis Beatles, la mia amica Anna Maria, e Missis BankofEngland, la mia amica Grazia che iniziai a deporre le armi. Ma fu infine partecipando ai royal tea della mia amica Mariapà che definitivamente capitolai al fascino della perfida. Dunque la mia Londra è quella che ho finora amato attraverso gli amori londrici delle mie amiche. Ed è stato mentre ancora ero lì a dire Mappercarità che Mariapà mi ha detto

-Meripo’ un giorno ti porterò a Poppins Street e ti farò cambiare idea

Dieci minuti dopo la imploravo di portarmici quanto prima. E un quarto d’ora dopo lei era già sull’onlain con la Air Poppins a prenotare i voli. E insomma la Mariapà ed io partiremo quanto prima. Verso Poppins Island.

Lei, per cautelarsi, ha prenotato anche una serata con Jude Law. Che recita Shakespeare. E io le ho detto

-Mariapà ma io non ci capirò niente, a sentirlo così

E lei mi ha detto

-Meripo’ neanche loro, gli inglesi: avremo tutti il libretto. Considera che alle brutte puoi sempre passare due ore a guardare Jude Law. Siamo state sottoposte a supplizi peggiori

Trovando l’argomento decisivo ho subito iniziato a preparare uno zaino con la torcia, gli scarponi, le salviette rinfrescanti e generi di prima necessità anche alimentari. La forza dell’abitudine. Quindi l’ho risvuotato. Pare che a Londra ci sia tutto. Bah. Comunque io, per ogni evenienza, una torcia me la porto. Al massimo ci illumino Jude.

Greatest MiamiHeats

martedì, gennaio 21st, 2014

Donne, tururù. Michelle ma belle schiaccia in faccia a Lebron James (grazie a GioVezz che è arrivato prima del Corrriere. Nel senso quello della sera il giornale)

(Guardatevelo pure se non vi piace il basket. Guardate lei)

La leggenda del pianista sull’OceanDrive

martedì, gennaio 21st, 2014

Vi spunta fuori così, all’improvviso. Sbuca dietro l’angolo o vi irrompe sulla piazza. Vi raggiunge prima nelle orecchie poi alla vista. Tipo io correvo nell’intervallo del pranzo verso un miraggio di sportello postale senza fila, quando dal porticato di Galleria Alberto Sordi è spuntato un pianoforte. Pianistamunito. Sentivo il suono del pianoforte già da dentro alla Galleria e mi dicevo

-Ammazza Meripo’ come stai ridotta, senti le voci anzi i suoni

ed è stato quando ho spinto la possente porta a vetri (aò ma quanto caspita pesa?) che me lo sono trovato davanti. Chino a suonare, con un cappottone nero, incurante sia del traffico di Via del Corso e soprattutto dell’incombenza di Palazzo Chigi e quanto contiene alle spalle, guardie comprese. Dunque a quel punto mi dicevo

-Ammazza Meripo’ come sei ridotta, senti i suoni e vedi pianoforti a bordo marciapiede

Ho aguzzato la vista e l’ho rivisto: ci stava proprio. Con un cartello accanto, presumibilmente a rassicurare quelle come me: “Il pianista fuori posto”.

Mi sono bloccata, come gli altri a far capannello, in uno stato psico fisico fra il catatonismo e l’abboccaperta.

Questo per dire che se vi capita vorrà dire che non siete di fronte alla certificazione dell’esaurimento nervoso ma a Paolo Zanarella, compositore padovano che ha deciso di trasformare in sale da concerto i luoghi più impensati d’Italia. Il pianoforte a mezza coda se lo tira dietro lui, da solo, in un furgone, e l’ha fatto arrivare su una frana nel Cadore e sul Canal Grande a Venezia. Suona dove non si può e dove mai penseremmo.

Il pianista fuori posto - Foto Meri Pop

Perché lo fa? Non lo so. Ma mi piace pensare che suoni, Paolo, come i Giusti di Borges: per salvare il mondo. A sua insaputa.

I fiori di Bach. Giovannisebastiano

lunedì, gennaio 20th, 2014

Senza nulla togliere a Mozart, al Requiem e alla maestosità di tutto il resto,  se sento pronunciare Claudio Abbado io continuo ad associarlo a Josè Antonio Abreu, Gustavo Dudamel e all’Orchestra Giovanile del Venezuela “Simon Bolivar”. Cioè quella cosa tramite la quale, suonando, centinaia di migliaia di ragazzi, pare un paio di milioni, sono passati dalla strada al podio. I fiori di Bach.  Quelli riportati a nuova vita da Giovanni Sebastiano.

“La musica non è un lusso: è una necessità”, dice Dudamel di quel progetto che Abbado ha fortemente voluto in Italia e che è stato tradotto in una pratica vincente con El Sistema in Venezuela e poi in tutto il mondo da un illuminato signore chiamato Josè Antonio Abreu secondo il quale “«L’effetto più tragico e miserabile della povertà non è la mancanza di pane e di un tetto, ancor peggio è il sentimento di non essere  nessuno, e la mancanza della stima degli altri».

Abbado quello di “La musica costa? Facciamone di più”.

La promessa

domenica, gennaio 19th, 2014

La più bella promessa in cinque parole non è “Prometto di esserti fedele sempre” ma “Meripo’, tu devi solo apparecchiare”. Buona domenica, supercalifragilini.