Archive for dicembre, 2013

La migliore offerta

venerdì, dicembre 27th, 2013

Il pomeriggio di Natale, approfittando di un provvidenziale impegno dei suoi, la giovane older ed io ci siamo avvoltolate in una copertina e ci siamo spaparanzate sul divano a vedere “La migliore offerta”. L’avevo già visto al cinema con il professor Pi e manco ve lo sto a dire che lui dopo venti minuti aveva più o meno inquadrato dove si sarebbe andati a parare mentre io a mezz’ora dall’uscita dal cinema ancora andavo ramingando spiegazioni e inseguivo punti interrogativi.

La storia ve la racconto con prudenza perché ho paura di svelarvi troppo anche a riassumerla. Però c’è questo Virgil Oldman quotatissimo battitore d’aste, misogino e refrattario a qualsiasi contatto umano la cui vista e tatto vengono sfruttati unicamente, e magistralmente, per valutare, apprezzare e amare opere d’arte. Le uniche donne desiderabili, per capirci, sono quelle bloccate su una tela e rinchiuse dentro a una cornice. Ed è da loro che ogni sera, al suo rientro a casa, Virgil si ritira. Incontrandole in un bunker segreto: e loro lo fissano tutte insieme dalle pareti sulle quale son fissate. Lui è lì al centro del loro e del suo universo.

Fino al giorno in cui si innamora di una singolare cliente. E poco a poco molla le difese e le barriere protettive fino a che… non ve lo posso dire.

Fatto sta che dopo aver conosciuto Claire, Virgil in una conversazione con un suo collaboratore sposato da tanti anni gli domanda cosa voglia dire vivere con una donna. Ed è questa la risposta che, di tutto il film, mi piace consegnarvi:
“Com’è vivere con una donna? Esattamente come partecipare a un’asta: non sai mai se la tua sarà la migliore offerta”.
Al netto dei risvolti senonoraquandistici delle donne oggetto e donne quadro e donne battute all’asta e quantaltrismo forse, alla fine, stare insieme questo presuppone: correre il rischio. E di conseguenza, pensavo, com’è essere amati? Sapere di essere preferiti anche in presenza di una migliore offerta di mercato.

Separarsi all’Avvento si è rivelata una svolta

martedì, dicembre 24th, 2013

Qui. Su Donneuropa. Ribadimmo il concetto. Perché non si dica Ma non avevo mica capito che dovevo fa’.

I Natali più insieme che abbia mai trascorso sono quelli da quando sono sola, nel senso spajata. Per quei meccanismi ancora non codificati da un algoritmo ma ben certificati nelle statistiche dei mollati, di norma il periodo nel quale si concentrano separazioni, divorzi e lasciamenti di sorta, coincide con le festività natalizie (seguono quelle pasquali). Dunque quella che aveva tutte le caratteristiche per rivelarsi la madre delle mazzate, cioè la separazione durante l’Avvento, si rivelò in realtà la svolta.

Dopo un mese di piagnistei e auto fustigazioni optai per la mossa della disperazione (che se ci sono i viaggi della speranza ci sono ancor più questi altri): parto. Da sola. Cioè con un gruppo di sconosciuti ma da sola. Dove vado? Dove non sembri Natale, tanto per cominciare, dove faccia caldo, siano atei e non arrivi il tg1. Fu così che l’Havana dispiegò proprietà terapeutiche inaspettate: intanto già a ventiquattr’ore dall’atterraggio al posto della boccetta di Rescue Remedy pasteggiavo col mojito e posso assicurare che la prospettiva vista da un bicchiere è senz’altro migliore di quella osservata da una boccetta.

Poi ci fu il fatto che con me viaggiavano diciannove sconosciuti che ancora oggi sono una delle migliori compagnie che mi sentirei di consigliare a chiunque. E c’è che mentre cammini, ovunque, invece di sentire Capezzone al telegiornale senti Guantanamera per strada. Il che in certi frangenti fa la differenza.

Al punto che quando tornai e mi riappalesai ai miei familiari, un giorno alcune amiche di mia sorella si riunirono a casa sua e mentre una si lamentava variamente di sventure maritali, l’altra disse

“Senti, secondo me dovresti andare in erboristeria, farti dare qualcosa”

A quel punto si avvicinò mia nipote, anni 8, e disse

“Senti secondo me dovresti andare a Cuba”

E lei “Perché tesoro cosa c’è a Cuba?”

“Ah non lo so ma a mia zia ha fatto benissimo”

Il primo essendo stato sfangato in questo modo, decisi di confermare l’andazzo per i Natali successivi. In ogni posto, inoltre, qualcuno del gruppo della situazione – e ogni volta ho viaggiato con partecipanti diversi e nuovi – si è sempre premurato di tirarsi dietro dall’Italia un pandoro. Particolarmente apprezzato fu quello che Silva estrasse in piena Etiopia da uno zainetto, completamente acciaccato fino a sembrare un panforte.

Ed è così che, da qualche anno, dal mio pranzo del 25 essendo definitivamente estinta la lasagna in brodo di nonna e mamma, mi è capitato di mangiare ‘njera in Dancalia e vermi caramellati e carne di coccodrillo nell’Omo river ma mai come in questi anni mi sono sentita “a casa”. Ovunque fossi. E mai come da quando me ne sono allontanata ho riprovato persino nostalgia, del Natale. Che, sia chiaro, resta l’allarme Defcon uno (Attacco in corso) per chiunque abbia ingaggiato dolenti battaglie con il proprio stato civile.

Ma alla fine, quando hai fatto pace con te stesso, è probabile che tu sia pronto per farla persino con il Natale. Dunque Auguri. Auguri a tutti. Anche quest’anno nel quale mi sento pronta a riaffrontare la festaiola orgia qui. Con l’opportuno indennizzo della lasagna in brodo.

@LaveraMeriPop

Tu scendi dall’Ikea, o re del gelo

lunedì, dicembre 23rd, 2013

Stasera, quattro anni fa a quest’ora, c’era la neve su tutta la dorsale frecciarossica della tratta Milano Roma, la Capitale era avvolta dal freddo e io mi stavo morendo di fifa. Perché la mattina dopo avrei preso un aereo con gente sconosciuta, uno dei quali stava su quel treno in ritardo stasera di quella sera. E quello di quella sera di stasera aveva scritto a tutti gli sconosciuti

-Ehi ragazzi la sera prima di partire perché, con tutti quelli che partono da Roma, non mangiamo una pizza insieme così ci conosciamo?

E io prima avevo risposto

-Si certo, bella idea

Bella idea un par di palle natalizie. Perché al primo ritardo di quel treno io mandai un sms. Quello dell’emicrania. Quello che hai paura. E invece di scrivere

-Io ho una dannata e fottutissima paura di conoscere te e tutti questi chiunquesiate perché io me ne stavo qui col mio bel dolore a piangermi addosso e mo’ domani mi tocca interromperlo per un pochetto, tipo il tempo dell’imbarco aereo. E mi costringerete a uscirmene dal mio bel monolocale di separata disperata. E io invece me ne vorrei restare abbozzolata qui dentro. E voi non mi interessate neanche un po’. Ecco quindi la pizza mangiatevela da soli. Che io non ho manco fame.

scrivi solo

-Scusate ho un’emicrania ci vediamo domani

Che poi io quel gruppo me l’ero scelto al buio in mezzo a una decina del catalogo. E mi ero fissata proprio su quel nome lì. Pi. C’era scritto Cuba pure negli altri nove. Ma a quella riga c’era scritto Cuba con il Professor Pi. E m’era presa proprio brutta: continuavo a ripetermi per non si sa qual caspita di motivo che io, disperata per disperata, devo partire con questo.

E mo’ che questo si avvicinava io non me la potevo prendere con un caspita di nessuno se non con la pazzia che m’era presa in quei cinque minuti del clic.

Quindi, ragionevolmente rinsavita, almeno la pizza con questo e con quelli me la volevo risparmiare.

E poi, quattro anni fa ma domani mattina, mi sono trascinata fino a Fiumicino. Con la valigia piena di manuali di auto aiuto, fazzolettini di carta, rescue remedy e altre amenità oltre a un paio di costumi da bagno.

Il resto lo sapete, vi ho sbomballato abbastanza.

Ma c’è che poco fa ho guardato le lucine dell’Ikea fatte a tubo bianco lungo che mi aveva regalato mia sorella, quattro anni fa, dicendo

-Meripo’ così almeno non piangi al buio

e queste lucine sostanzialmente sono l’unica cosa rimasta di quella piccolissima casetta di quattro anni fa. Le lucine. Il professor Pi. E mia sorella. E l’Ikea. E Cuba. E quegli amici. E voi.

E mi è venuto da ripensare a quella sera. All’sms della fifa. E al fatto che a me sto Natale mi ha già stufata ma le lucine no. Stanno lì tutte in fila nel tubo a sembrano quasi disegnare una parola. Serendipity. Fortuito incidente. Trovare fortunosamente qualcosa mentre se ne cercava un’altra. Sti rompibballe qua, e il capo rompibballe. Perché quando ci si riappacifica con se stessi si è pronti persino per il Natale. E per accendere le lucine Ikea.

E siccome poi nel tempo c’è stata una musica che mi ha accompagnata in tutte le peregrinazioni viaggiatorie, per non farmi mancare nulla mi sono accesa pure quella. E’ Mark Knopfler. Si chiama Going Home. Perché, pure, arriva il momento in cui sei pronto anche per tornare -o restare- a casa. Ovunque sia.

Auguri, supercalifragilini. E anche a te Professor Pi. E al catalogo dei viaggi. E pure a quello delle lucine dell’Ikea.

Pasticcelle è quando mammeta frigge

lunedì, dicembre 23rd, 2013

Cara Meripuò,

eccoti ‘e pasticcelle di Natale. Considera che le foto disponibili so’ pasticcelle sì ma non come quelle di mammà. Però accussì pe’ capì. Eventualmente te ne porto una di mammà quando torno.
Carlà

Le pasticcelle sono il dolce natalizio tipico di casa mia. Lo faceva nonna  e adesso continuiamo noi, da mammà alle zie, pure quelle acquisite. Si comincia almeno una settimana prima del lieto Evento.

La prima cosa da fare è la pasta frolla, uova, burro , farina e zucchero. Si impasta tutto, mi raccomando con mani calde,  e si mette là  in frigo ad aspettare.

Poi il clou, la crema. Noci tritate piccole piccole, zucchero, cacao e succo di mandarino. E il pezzo forte, i rigoli, quei biscotti con le strisce che ancora si trovano in qualche supermercato. Si devono tritare, nonna li chiudeva  in un canovaccio e li batteva forte che pareva la ‘nonna ammazzatutti’.  Mi raccomando che ce ne vogliono tanti, di mandarini, che è quella l’unica parte liquida del divin mappazzone.

Poi si riprende la pasta frolla, si stende fina fina e con un bicchiere della misura giusta, né troppo grande né troppo piccolo per carità, si intagliano tanti cerchi. u ciascuno ci si mette un cucchiaino della crema degli dei, un altro cerchio sopra e via a tagliare i bordi del disco volante, un lembo si piega e l’altro no, che deve sembrare un fiore. E qui entra il tocco di famiglia: per sigillare i petali di pasta nonna usava la chiave del suo commò, così le pasticcelle venivano fuori tutte disegnate con dei cerchi.

Poi si friggono (dalle mie parti friggiamo tutto). Atto finale il ‘condimento’, miele di castagno preventivamente sciolto e poi spalmato sulla piramide di pasticcelle con un ramo di rosmarino usato a mo’ di pennello. Sopra ancora un po’ di zucchero (non sia mai non fosse abbastanza dolce)  e sopra ancora tanti confetti di zucchero colorati. Happy Christmas and happy new year, la pasticcella è servita.

Le barbon chic

venerdì, dicembre 20th, 2013

Sono anni che le vedo sul tragitto uscitametroA-resto del centro. Sempre insieme sotto la tettoia di un paio dei negozi più esclusivi della Piazza, accanto all’ambasciata di Spagna presso la Santa Sede, tra il Palazzo di Valentino, il sarto, e quello di Propaganda Fide. Son lì, racchiuse fra la Barcaccia dei Bernini e la Colonna dell’Immacolata, che sarebbe l’Obelisco Sallustiano ma ormai con buona pace di Sallustio è solo quello dove il Papa va a mettere una ghirlanda di fiori l’8 dicembre. Cioé ce la vanno a mettere i vigili del fuoco, fin lassù, il Papa vigila i vigili da sotto.

Sono le barbon chic. O almeno io è da anni che me le chiamo così. Devono esser state molto belle e charmant. Anche ora che il colore dei capelli un po’ arruffati è spento e il viso segnato, ora che vivono sullo scalino circondate di buste e sacchi, lo sguardo è luminoso e il portamento fiero. Non stanno mai accartocciate o accasciate. Son sempre sedute a schiena dritta. I vestiti sono dimessi, certo, ma mai sporchi. Qualche volta spunta un calzino a righe colorate tra il pantalone e la scarpa e, sarà un caso, è sempre in tono col maglione.

Sarà perché gravitano su piazza di Spagna ma fa un certo effetto vedere il loro bagaglio da clochard stipato nelle buste di Gucci e Yves Saint Laurent.

E ogni volta che passo loro accanto mi viene una strana e apparentemente contraddittoria sensazione, come se emanassero il nirvana di una raggiunta, vera felicità: quella che deriva dal non maledire per ciò che non si ha ma piuttosto dal saper star bene con quel poco che si ha. Giorni fa, in una domenica in cui lì infuriava lo shopping sfrenato e a stento ci si sarebbe fatti largo sulla piazza con uno sfollagente, loro erano lì sugli scalini a chiacchierare con dei ragazzi e ragazze di passaggio. Tranquillamente. Come fossero davanti a un tè nelle dorate e inaccessibili sale di Babington, che gli sta giusto di fronte.

Poi giusto ieri ho letto una frase che le riassume e le illumina in 10 parole. L’ha detta Pepe Mujica, Presidente dell’Uruguay: “E’ povero chi ha bisogno di tanto per essere felice”. E loro, almeno a osservarle da fuori, sembrano non aver bisogno di molto. Sostanzialmente le uniche vere ricche. Il personale scherzo del destino nel quartiere del lusso.

Kyenge, finché Pi greco non vi separi

giovedì, dicembre 19th, 2013

Una formula matematica ha dimostrato che all’aumentare del successo della moglie corrisponde un esponenziale rosicamento del marito e quindi la fine dei matrimoni.

Oggi, grazie alla collaborazione del Professor Pi, ne parliamo qui.

«Non negli astri è il fato ma in noi stessi», ammoniva Shakespeare. Nel caso di Cécile Kyenge, primo ministro nero della storia d’Italia, in realtà il fato o meglio quello del suo coniugal vincolo, non era scritto neanche lì ma in una formula matematica: quella che nel 2006 elaborarono il giornalista del New York Times John Tierney e il matematico Garth Sundem per calcolare il tasso di successo o fallimento di una coppia famosa nel corso degli anni.

Tra le variabili necessarie a stabilire il tasso di resistenza e resilienza del sacro vincolo c’è il fattore S, Successo, calcolato in «numero di citazioni su Google» (perché ormai anche la matematica paga dazio a Page e Brin).

E, caro ministro, il numero di citazioni della moglie sta nel denominatore della frazione: significa che più è alto quel numero, più il sogno del per sempre è destinato a infrangersi rapidamente.

La formula – fornitami e soprattutto tradottami da un italico scienziato, nell’impossibilità di avere un pronostico attendibile da Paolo Fox – ha dimostrato la sua validità in questi anni predicendo con una certa accuratezza la durata del matrimonio Demi Moore-Ashton Kutcher, Pamela Anderson-Kid Rock, Britney Spears-Kevin Federline così come nell’applicabilità retroattiva Marilyn Monroe-Joe Di Maggio.

Dunque, cara ministro e care tutte quelle radunabili sotto la fattispecie in oggetto, come inutilmente ammoniva anche Riccardo Cocciante Era già tutto previsto. E se lei ha affidato a un’intervista a Vanity Fair la messa in mora del “per sempre”, dopo le improbabili sortite del coniuge, è ancora una volta alla scienza che dobbiamo guardare per trovare oggi se non conforto quanto meno una ragione: all’aumentare del successo della moglie corrisponde un esponenziale rosicamento del marito. Fino allo svincolamento definitivo finale. È un tema che esula, a ben vedere, dal magma dei sentimenti in qualche modo influenzabile da personali scelte ricadendo invece nell’inevitabilità del principio di causa-effetto.

Non c’entra quindi Cupido. C’entra piuttosto Fibonacci. La cui successione, oltre quella tradizionale di numeri interi positivi in cui ciascun numero è la somma dei due precedenti, prevede, nella variante sentimentale, il fatto che ciascun maschil natalizio rosicamento possa essere la somma dei due precedenti femminili successi.

Ripeto: non è sociologia né senonoramai. È matematica.

Per parafrasare dunque Arthur Bloch concluderei momentaneamente affermando che «Se è verde o si muove è biologia. Se puzza è chimica. Se non funziona è fisica» e che finisca è comunque matematico.

@LaveraMeriPop


Il pianista

lunedì, dicembre 16th, 2013

Poco fa, sul sito del Corriere, ho visto un piccolo video dal titolo “Il poliziotto pianista di Praga sbanca il web”:  c’è il fermo immagine su un poliziotto con il fratino giallo addosso, e la pistola nella fondina a destra, che a Praga improvvisa «Rivers Flows in You» su un pianoforte dismesso sistemato davanti alla Facolta’ di Lettere in Piazza Jan Palach.

Che ci dice questa storiella? Intanto che a Praga c’era un pianoforte sistemato in strada perché chi vuole potesse suonarlo. E io in tutta Roma non ne ho mai visto uno. Poi il rovesciamento di Non sparate sul pianista col pianiziotto che non spara. Poi ancora che il poliziotto che suona evoca -in un apparentemente stridente contrasto- un altro modo di intendere il “mantenimento dell’ordine pubblico”: rilassandosi qualche minuto instillando bellezza e praticando atti di gentilezza a casaccio. La pedagogia armonica come metodo di addolcimento sociale. Andrebbe esplorato meglio, suggerirei anche a qualche illuminato amministratore locale.

Insomma, pur con le dovute differenze, dopo quello sull’Oceano di baricchiana memoria e l‘indimenticabile di Roman Polansky con il volto dolente di Adrien Brody, questi 34 secondi di musica e la foto di quest’altro pianista qui sotto mi hanno aiutata ad affrontare il lunedì con un ingiustificato senso di ottimismo. Perché, a ben pensarci, mentre vagheggiavo  un mondo parallelo nel quale anche io scendo e trovo un pianoforte nei pressi di Piazza Venezia e possibilmente anche uno sulla Casilina, riflettevo sul fatto che se qui un poliziotto facesse una cosa simile minimo minimo verrebbe denunciato per interruzione di pubblico servizio.

E così, rassegnatamente, ho ripristinato la modalità “mestizia” del lunedì.

Il forcone e le forcine

giovedì, dicembre 12th, 2013

Nonna Quintina, mia nonna, era sarta. Sarta rifinita. E aveva studiato solo fino alla quinta elementare. Aveva una calligrafia stentata ma non ho mai visto il suo comodino vuoto: sopra, oltre al crocifisso e al libro delle preghiere, aveva sempre una colonnetta di libri. Testi anche molto impegnativi. Tomi di storia, saggi politici, spirituali, filosofici. Per leggerne uno ci metteva mesi. Perché non conosceva le parole chiave. Ma le sottolineava e andava a cercarsele sul dizionario. E ricordo la sua illuminazione quando, tipo in corridoio, mentre camminava con il centimetro giallo appeso al collo e i suoi vestiti tagliati e messi a prova nel soggiorno, mi esclamava

-Escatologia!

come mi stesse dicendo

-Abracadabra

Spesso leggeva sistemandosi i capelli con le forcine e con addosso ancora spille e spilloni  con i quali si aiutava nel cucito, nel ricamo e nell’imbastitura. E salutava l’acquisizione di ogni significato come fosse ogni volta la scoperta della legge della relatività. Che a lei, sia chiaro, costava lo stesso sforzo di comprensione, ricerca e memoria. E un giorno, alla domanda

-Nonna ma perché fai tutta questa fatica?

rispose

-Perché è come se con ogni parola che imparo potessi riscattare un pezzetto della mia schiavitù, la schiavitù dell’ignoranza. Perché, figlia mia, chi sa di più comanda di più. E subisce di meno.

Era la sua declinazione di quanto andava predicando don Milani e cioè che “L’operaio conosce cento parole, il padrone mille, per questo lui è il padrone”.

Per questo oggi non ho potuto far altro che ripensare a nonna Quintina vedendo i sedicenti barricaderi dei forconi che fanno le rivoluzioni per riscattarsi bruciando libri, anzichè mettersi a leggerseli e impararseli anche a memoria ove necessario. E son certa che, ovunque sia nonna, gli avrà lanciato qualche spillone.

Gli scaffali del cuore

lunedì, dicembre 9th, 2013

Parecchi anni fa, una sera affettando patate, trovai il modo di affettarmi anche un micro pezzetto del mignolo. Nell’immediatezza del fatto neanche riuscivo a capacitarmene e anche una volta arrivata al Pronto Soccorso e inscenato un surreale siparietto col medico

-Scusi ma secondo lei ricresce?
-Signò  me pare strano però se succede moo faccia sapè che la porto in giro per i paesi

dicevo mi sembrava strano aver perso un pezzo così per sempre e mi preparavo a farne a meno quando, dopo qualche anno, un giorno mi accorsi che in qualche modo era effettivamente ricresciuto. Non sono tornata dal medico che mi avrebbe portata in giro come un circo. Ma riflettei sul fatto che, una volta archiviata quella perdita e adeguandomi al nuovo stato, non avevo neanche più sentito il dolore fisico della cicatrice.

Ed ecco che qualche giorno fa la mia amica Michela mi regala un libricino che si chiama “L’anulare”, della scrittrice giapponese Ogawa Yoko: la storia di una ventenne alla quale va moooolto peggio e, in una fabbrica di gazzose, una macchina le amputa la falange dell’indice. Persa la falange e perso il lavoro inizia, in uno strano laboratorio che l’assume, una nuova vita: il suo lavoro sarà quello di ricevere dai clienti, e catalogare, oggetti che il suo capo, il signor Deshimaru, trasforma in “esemplari” mettendoli sotto formalina in un deposito immenso.

C’è la ragazza, per esempio, che porta tre piccoli funghi che sono nati sulle macerie fumanti della casa dove sono morti tra le fiamme i suoi genitori e il fratello. Mummificare i ricordi. Consegnarli. Ibernarli. Lasciarli andare. Fargli fare il passaggio da noi ad altro, dalla vita alla morte.

E questo dunque è il punto: come si fa a staccarsi, a separarsi, a lasciar andare senza che quella separazione ci trascini con sé? L’anulare, nel senso il libro, inventa questo rito della consegna, dell’affidare ad altri, che penseranno a cristallizzare e custodire per noi.

Ne parlo stasera perché, con diverse forme, molte mie amiche in questi giorni, anzi in queste ore, devono lasciar andare qualcosa o qualcuno. Per sempre.  Penso a Gianna e alla sua piccola micetta ma penso anche ad altre, ognuna con prove commisurate alle proprie spalle.

Ecco io mi sentivo impotente, stasera in particolare. Non lo so come si fa. Ma mi piace pensare che “affidare”, consegnare un dolore come fosse un oggetto caro, a un altro diverso da sé perché lo custodisca per un po’ e poi lo lasci andare, forse non è risolutivo ma aiuta. In questo magazzino che è il cuore disastrato e disordinato di ciascuno di noi. Nel quale però, nonostante i limiti, le miserie e le debolezze, si può trovare sempre uno spazio.

Ora a lei penso io

giovedì, dicembre 5th, 2013

Per una di queste stradicciole tornava bel bello sgualcita sgualcita dalla passeggiata verso l’ufficio, sull’ora di pranzo del giorno di oggi, Meripo’, tenutaria del blog sentimentale. Avete presente quelle giornate modalità cess-on? Quelle.

La tenutaria, voltata la stradetta, e dirizzando, com’era solito, lo sguardo alla stradona, vide una cosa che non s’aspettava, e che non avrebbe voluto vedere: il nuovo negozio profumiere che faceva “il contest” del trucco gratis. Pur non sapendo assolutamente cosa fosse un contest decideva che comunque la locuzione “trucco gratis” era motivo sufficiente per fermarcisi.

Veniva quindi strappata all’affetto delle sue rughette da una giovin pischella ammantata di un camice bianco come tipo all’infermeria psichiatrica e issata su un trono a seggiolone bianco recante la scritta in nero della casa sponsorizzatrice.

Le prime schermaglie si rivelavano ancora più affossatrici della personale autostima già provata dagli accadimenti della settimana e si sviluppavano in una sequenza di
-Certo questa pelle così secca
alternati a incoraggiamenti quali
-Ma ha proprio bei lineamenti
-Vede però che qui dobbiamo andare a coprire queste macchie, e questa couperose poi
-Ah ma che sopracciglia

in ciò, vi è chiaro, appalesando che nel bilancio bonus-malus se ne usciva a pezzi. Ed è stato a quel punto che l’incamiciata ha pronunciato le parole magiche:

-Ora a lei penso io

Ragazze, ve lo ripeto:

-Ora a lei penso io

Cinque paroline. Cinque magiche paroline che continuiamo a pretendere dalle persone sbagliate: mentre è dall’incamiciata della (omissis) che bastava recarsi per sentirsele pronunciare.

Ora-a-lei-penso-io iniziava distruggendo tutto il precedente lavoro di simil trucco apportato dalla qui presente alle prime luci dell’alba e sul quale si erano già spiaccicate le controversie della prima metà della giornata. Non starò a descrivervi nel dettaglio la ventina di minuti di ricostruzione del trucco e dell’autostima che l’Incamiciata provvedeva quindi a fare. Vi dico solo che, nella minuziosa descrizione di tutte le fasi -minuziosa quanto inutile viste le capacità della qui presente- sapientemente intercalava con

-Vede, basta poco per valorizzarla

Ora-a-lei-penso-io massaggiava, applicava, incremava, pittava, sfumava, pennarellonava, lucidalabbrava, ripassava, ripittava, risfumava, picchiettava, distribuiva, illuminava. Fino alla vittoria finale. Quando, dandomi lo specchio di Biancaneve, mi faceva assistere alla trasformazione Calimero-Gisele Bundchen.

Vi dico solo che, rientrata in ufficio, mi hanno fermata in portineria per i dovuti accertamenti. Così come, entrata nella stanzetta, i colleghi hanno sbarrato il loro occhio struccato accompagnando l’ingresso solo da emissioni di vocali
-Ooooohhhh, Uuuuuhhhh, Eeeeeeehhhh

Conseguentemente affluivano dalle stanze accanto osservatrici Onu per la verifica dell’avvenuta mutazione. Così come si registrava una improvvisata seduta fotografica al bagno (lochèscion confidenziale femminile per eccellenza) per imprimere l’avvenuto, possibile miracolo.

Dal che si evince che:

1) chiediamo di farci star bene a quelli sbagliati. Andate piuttosto al make up contest
2) quindi di norma la modalità inserita è cess-on
3) Clio make up è una sòla
4) e anche il selfie