Archive for ottobre, 2013

L’olio di Giovannina

giovedì, ottobre 31st, 2013

Avvicinandoci alla ricorrenza dei Santi e dei morti, che son troppo datata per apprezzare Allouin, mi piace dedicare un post, per riassumerli entrambi, a nonna Giovannina. Che è morta. Ma credo che se da qualche parte esiste un tribunale del cielo, dopo averne passate tante sulla terra, avrà passato anche le selezioni della Santità.

Nonna Giovannina era la nonna di mia madre, cioè la mia bisnonna. Per farla breve mia madre è stata profuga di guerra, la seconda, mondiale. E deve la vita a parecchi Santi protettori nonché a sua nonna. Un donnone in grado di essere tosto e tenero a seconda delle necessità.

Ora c’è che qualche giorno fa il mio amico Alessio ha messo sul socialcoso la foto di una antica lampada. L’immagine ha fatto venir fuori, come fosse quella di Aladino, anche tanti ricordi. Tra i quali quelli di mia madre. Uno gliel’ha scritto proprio sulla bacheca, ad Alessio (Alè, hai capito, mo’? E’ mia madre…) Madre che giusto ieri sera, ricordandomi della foto di Alessio, mi ha raccontato di quando, in piena furia nazista nella Valle del Sangro, cioé la zona nella quale scappavano lei con la sua famiglia, rifugiatesi in un fondaco (specie di garage), mangiavano patate cotte sotto la cenere e, per illuminare la tristezza delle serate, tentavano di rimediare un po’ d’olio per una lampada. Alla luce della quale sua madre leggeva a lei e ai suoi fratelli I promessi sposi.

Nel frattempo erano arrivati anche gli americani ma perdurava la scarsità di tutto. A un certo punto, a metà delle vicissitudini di Renzo e Lucia e sul finire delle loro,  finì anche l’olio. Nonna Giovannina a quel punto pensò di andare dagli americani a chiedere… i fondi dei barattoli della margarina, pure quella irrancidita.

-Nonna ma che ci devi fare con la margarina rancida?

-Ora vedrai – rispose

Fece bollire un po’ di acqua, ci mise a sciogliere tutti gli avanzi di margarina racimolati e li versò nella lampada. Per evitare che quell’olio si raffreddasse e si conolidasse teneva la lampada continuamente a scaldarsi sul treppiede posto sui carboni. E fu così possibile riuscire a finire i Promessi Sposi.

Ieri sera parlandone con mia madre al telefono a un certo punto lei si è interrotta. Ha preso fiato. Poi mi ha detto:

-Sono passati settant’anni. A rievocarlo oggi mi sembra un racconto irreale, quasi come se non mi riguardasse più, come fosse la storia di un’altra. Chissà come mai

Non lo so, mamma. Però forse è arrivata l’ora della legittima difesa. E sarebbe pure ora.

Grazie ad Alessio Dell'Arciprete

E adesso ci vuole una bella canzone. Di guerra e di amore. Questa

Non fate l’onda

mercoledì, ottobre 30th, 2013

Non so se avete visto il figaccione brasiliano che surfa un’onda di 24 metri. In piedi su una specie di Everest di acqua. E non so se avete visto proprio lui, il figaccione. Il quale, uscito vivo da cotanta impresa quando subito prima un’altra surfista ha rischiato di rimanerci secca, ha pure commentato “E’ stata fortuna. Non possiamo sapere quando arriverà l’onda”.

E’ stato però guardando il mozzafiato video che mi è tornata in mente una similare situazione. Similare nel senso che quella volta là io il video lo giravo e in acqua, alle Hawaii, c’era l’ex poveruomo. Il quale, vinta una causa, aveva girato l’assegno su un viaggio: IL viaggio. Hawaii. Storditi per giorni da bellezze di ogni tipo infine lui decideva di fare anche un corso di surf, con mio grandissimo gaudio: per l’istruttore. Al termine della settimana il poveruomo mi consegnava una videocamera dicendo

-Oggi mi porta a surfare in un posto “loro”. Mi raccomando, fai tu le riprese

I posti “loro”, cioè quelli dei local, sono una specie di Gruppo Bilderberg dei surfisti: inaccessibili ad altri. Dunque con tutta la sacralità del momento mi mettevo sulla riva e azionavo la telecamera. Davanti a me si stagliavano le immagini emozionanti di surfisti che danzavano tra le hawaiane onde, tra i quali spiccava il mio ex poveruomo. Con l’emozione del caso riuscivo a riprendere la sua performance da 10 e lode, a cavallo di una temibile onda locale. E dunque, una volta arrivati lui e l’istruttore a riva, gli correvo incontro con le braccia al collo ululando

-Sei stato bravissimo! Che stile e che performance

Ma è stato quando lui ha risposto con – Beh, peccato per quella caduta

che ho capito che il nostro matrimonio aveva le stagioni contate

Tentavo un balbettante – Ma quale caduta, caro???

prima di arrendermi all’evidenza: signori, avevo ripreso un altro.

Dunque ora conservo nella teca delle figure del cavolo anche il video impeccabile di un vattelappesca su una hawaiiana tavola da surf lì issato per venti minuti. Minuto per minuto.

Non negli astri è il fato ma in noi stessi

lunedì, ottobre 28th, 2013

In attesa che la Gelmini riesca a uscire dal tunnel dei neutrini mi è gradito informare che, invece, la mia amica Anto ce l’ha fatta ed è uscita da quello dell’obesità. Vi sono chiare, senza nulla togliere a quelle della prima, le difficoltà insite nella seconda impresa.

Scrollarsi del peso di dosso è fissazione con la quale ciascuna esponente di sesso femminile quotidianamente si scontra con dubbi risultati perché spesso più l’ansia di riuscire avanza più avanza anche la voragine ansiogena da riempire preferibilmente con grassi e carboidrati.

Senonché in taluni casi riuscire a farlo non ha come obiettivo la prova costume, la conquista dell’esponente del sesso a noi avverso o il riuscire ad accettarsi e piacersi di più: a volte scrollarsi peso di dosso significa salvarsi letteralmente la vita. Perché il peso, quando è troppo, uccide. Tipo come succede anche con quello che accumuliamo dentro.

Insomma Anto è fuori e ce l’ha fatta. E questa è la buona notizia. La cattiva è che Anto è fuori e ce l’ha fatta da sola senza “aiutini” esterni. Nel senso che aveva provato ogni genere di qualsiasicosa vi venga in mente, non ultime alcune operazioni chirurgiche. Ma ce l’ha fatta solo quando ha eseguito un altro tipo di operazione, azionando il click nella sua testolina: l‘autoclick del Dai. Il Mobbasta moment.

Con questo non voglio certo dire che non servano aiuti, o amiche (e lei ne ha coi controcavoli), o spalle sulle quali piangere o con le quali incazzarsi: servono e come. Ma sono, appunto, aiuti. Che senza l’autoclick possono poco.

Che la cosa più difficile non è dire

-Io ti salverò

E’ dire -Io mi salverò

L’occasione mi è comunque gradita per ripescare dal colossale Hitchock la scespiriana dritta: “Non negli astri è il fato ma in noi stessi”. Che Gregory e Ingrid ci assistano.

Gregory Peck, Ingrid Bergman - Io ti salverò

Come affrontare la crisi e trovare una via di shampoo

venerdì, ottobre 25th, 2013

Oggi siamo qui.

Per dire che quando la crisi incalza, quella del parrucchiere rischia di essere una delle prime spese a saltare. Eppure è proprio quando non puoi più permettertelo che ne avresti più bisogno: per restituirti quell’immagine di te che forse anche tu hai perso dietro mille difficoltà e preoccupazioni.Dunque Taglio solidale: taglio e piega a 8 euro. Il terzo mercoledì di ogni mese, quando arrivare al quarto inizia a diventare difficile. Otto euro di cui 3 netti vanno al Centro di ascolto uomini maltrattanti. E se è vero che “c’è un posto nel tuo cuore dove tira sempre il vento”, alleggeriti sulla testa e un po’ anche nell’anima, può aiutare a correrci, dietro al vento. E sembrare una farfalla. Grazie a Riccio Capriccio. E a Donneuropa.

Riccio Capriccio

Aspettando godo

giovedì, ottobre 24th, 2013

Avendo agganciato il mio genetliaco a quello dell’Imperatore del Giappone, e dunque i festeggiamenti durando una settimana, giustappunto ieri sera sono uscita a nuovamente festeggiare con la mia amica Grace. Evase dai rispettivi uffici che era già tramonto inoltrato ci davamo appuntamento a Piazza Navona dirette verso una battuta di shop-watching nei dintorni e poi cenetta.

Il percorso dei negozietti filava liscio tra sbirciate, nasi appiccicati e qualche vocale di approvazione (tipo uuhh, ooohhh). Giunte all’incrocio tra Banchi Vecchi e Via Giulia le chiedevo di fare un’affacciatina a quella che io considero una delle vie più belle del mondo (Giulia, la Via). Ed era lì che lo sguardo di Grace veniva attratto in una certa direzione, dirigendosi verso la quale esclamava con stupore (come avesse visto improvvisamente ergersi un tucul africano o una yurta mongola)

-Uà Meripo’ una Chiesa! Entriamo che devo dire una preghierina

Entravamo nella Chiesa, insolitamente aperta a quell’ora, e ivi trovavamo un raduno di nonsocchì masculi, tutti in giacca e cravatta, che ascoltavano conferenziare un paio di preti.

Autoconfinateci sedute sull’ultima panca, dopo un breve body scanner generale, mi bisbigliava

-Uà Meripo’ e questo lo devo dire a mia cugina

-Grà, che le devi dire?

-Eh, che sbaglia posto: quella va ai cocktail per cercare marito senza concludere nulla e qua invece sta pieno di uomini. Ha da venì in Chiesa, altro che

Concentrateci ciascuna sulla rispettiva preghiera, infine uscivamo alla chetichella per dirigerci al ristorante. Scegliere un posto dove mangiare con Grace, che cucina da dio, è un’operazione kamikaze. Ciononostante puntavo su Sonia, a via dei Banchi Vecchi.

Si chiama “Un’altra storia”, il ristorante, e io la prima volta che ci sono andata l’ho scelto più per il nome programmatico che per il fatto che me lo avesse caldamente raccomandato una altrettanto culinariamente esigente amica. Poi ci sono tornata perché, oltre al fatto che si mangia che lèvati, dentro ha un bellissimo giardino d’inverno che abbiamo usato d’estate e d’autunno e perché Sonia ci mette una passione tale da renderlo il primo posto al quale penso se mi si chiede  -Dove andiamo?

E dunque, nonostante fosse un po’ presto, ci accomodavamo nel giardino d’inverno con un bicchiere di Recioto, lei concedendosi anche una sigaretta. Che nel frattempo da quando eravamo in giro era già passata un’ora e mezza e avevamo dunque sviscerato già mezzo programma, arrivando giusto a quell’

-E allora lui mi ha detto e io gli ho detto e poi lui ha ridetto e allora io ho pensato

che fa dell’amicizia tra donne una simil sceneggiatura di Nora Ephron su quel continuo tendere all’Harry ti presento Sally che alla fine sono le nostre sentimentali vite.

Nonostante ciò svisceravamo l’universo masculo come fosse il tunnel dei neutrini della Gelmini ancora per un paio d’ore mentre Sonia portava -di volta in volta-

sautè di vongole
assaggio di salmone marinato
branzino
mousse al cioccolato con annesso limoncello
focaccia fatta in casa

Il tutto intervallato da continue parentesi di tennis gastronomico tra Grace e Sonia su un insolito palleggio tra le ricette messe in tavola e quelle che di norma Grace mette in tavola a casa sua a Natale, prossima maratona in programma.

Al limoncello avevamo già organizzato una pacifica invasione di casa Grace a Natale e dintorni, insieme a Sonia, e un corso di cucina napoletana che Grace potrebbe tenere nel ristorante di Sonia per avventori interessati alla Fenomenologia del gattò.

Nel frattempo essendo sopraggiunte altre amiche con annessa carrambata -Meripo’ ma che ci fai qui -No ma che ci fate voi – Dai aggiungete le sedie e insomma virando la serata alla degenerazione nella caciarissima sorellanza che scatta in questi casi, barcollando ci reciprocamente sorreggevamo per arrivare a prendere un taxi. Lo stesso.Pur dovendo andare in parti opposte della città. Ma quando inizi una serata così non è che la puoi finire da sola col tassista.

Tutto questo per dirvi che, depositata me al portone e assicuratisi Grace e il tassista che riuscissi a infilare la chiave nella toppa del portone giusto, nell’ascensore mi guardavo allo specchio regalandomi un sorriso ebete e un po’ brillo.

E dicendomi che passiamo tanto tempo ad aspettare. Aspettare prevalentemente uomini. Senza renderci conto che, quando hai delle amiche, la parte più bella può essere proprio la sala d’attesa.

Buckingham House

mercoledì, ottobre 23rd, 2013

Oggi Battesimo del royal George.

Mi è allora gradito ricordare di quando, per il matrimonio dei reali genitori, su Zuckercoso si organizzò con Roberta e Grazia la direttastriming dal titolo “Anche tu invitato al royal wedding”.

Ero in cerca di casa e un giorno chiamò l’agenzia.

-DRIIIIIIINNN -Signora Meripo’ scusi per lei andrebbe bene vedere l’appartamento venerdì alle 15?

-No, guardi, mi scusi ma io venerdì alle 15 ho il matrimonio di William e Kate.

Silenzio. Poi lui

-Signò, joo dico subito: la casa non è un granché

Gente che sta salvando l’Italia: Gino della Tim

mercoledì, ottobre 23rd, 2013

Ieri sera sul tardi si è appalesato sull’Aipadio l’avviso ansiogeno della Tim: Gentile cliente la sua cartuccella è scaduta da mo’, che vogliamofare??

Dunque immantinente stamane mi recavo nell’apposito luogo del ricaricamento delle cartuccelle. Nell’illuminatissimo salone a led venivo presa in carico da Gino al quale allungavo direttamente tutto l’Aipadio accompagnandolo da poche, fondamentali coordinate:

-Qui dentro c’è una cartuccella scaduta, dovrei rinnovarla, grazie

Gino, una sorta di Ascanio Celestini ancor più magro, dopo breve consultazione con tutte le offerte disponibili, optava per nonmiricordoquale, accompagnando tutte le fasi dell’attesa dati con un intercalare sul senso della comunicazione in rapporto all’atavica necessità di conoscenza dell’uomo da Socrate a noi, socraticamente soffermandosi sulla necessità di connettere in modo inscindibile il bene con la conoscenza.

Il computer fortunatamente ancora non dando risposte, ma Gino si, mi permettevo di chiedere

-Gino scusi ma lei qui ci arriva direttamente dalla Facoltà di Filosofia?

e lui rispondeva

-Si, avevo un particolare interesse per la gnoseologia

Improvvisamente sentendo tutto il limite del dover dialogare con lui della cartuccella da 99 euro annui per due giganonmiricordo, approdavamo non so come sul tema dei viaggi. E, chiestomi dove fossi stata io questa estate, infine mi diceva che

-Io invece sono stato in Russia: ho letto I Fratelli Karamazov. In quindici giorni

Il difficile non è dire Supercalifragilistichespiralidoso

lunedì, ottobre 21st, 2013

Ci sono stati tempi nei quali ovunque andassi mi sembrava tutto in salita. E guardate che è un’arte pure quella. Una si dice che prima o poi una discesa pure ci sarà. E sembra che quella non arrivi mai. O, se arriva, è un precipizio. Insomma una percezione psicogeografica dell’esistenza che Giacomo Leopardi al confronto era un viveur.

Senonché poi, mentre aspettavo un segnale di cambiamento dall’alto, mi resi conto che esso, il segnale, forse doveva arrivare dal dentro: un’autoschioppettatina, tipo.

Ci pensavo ieri mentre sul socialné di Zuckercoso la data del genetliaco della qui presente si trasformava in una specie di rave party 2.0. Difficile dire che caspita sia successo in pochi anni dalla fase Giacomo Leopardi. Difficile capire come mai un giorno mia sorella, santadonna, a pochi mesi dall’apertura di questo blog -che comunque aveva già allargato enormemente la platea dei dirimpettai e aperto qualche discesa delle salite e risalite- mi legò a una scrivania e intimò

-Meripo’ adesso tu la fai finita di nasconderti e ti metti un po’ in gioco

La povera creatura, la giovane older, di anni otto, che assisteva alle concitate fasi della registrazione sul socialcoso e della messa a punto del qui presente blogghe, mentre eravamo ferme da ore e ore su un inspiegabile blackout che non ci faceva sentire i video caricati, si avvicinò, prese il mouse, fece un clic e disse

-Se non alzate il volume sarà difficile

Dopo questa bella figura del cavolo riflettei su quel clic. Il clic col mouse per alzare il volume. L’uovo di Colombo. Anzi della Giovane Older. Il clic con il quale prenotai poi un viaggio all’avventura. Il clic che feci fare alla testolina sulla modalità Daje. Il clic da “siamo in salita” a “presa al contrario sarà pur una discesa”. A volte ho l’impressione che sia sempre un clic che ci salva. O ci rovina. Un attimo per prendere una decisione. E certe volte una vita a pagarla. Ma il clic può farci ricambiare marcia.

Tutto sto bel pippone per dire che, dopo una giornata come quella di ieri piena di tutto, specie del pranzo da mamma che aveva fritto 174 micro polpettine per farmi la lasagna in brodo della nonna, delle badanti 2.0 e non solo che ancora sono mia sorella e la giovane older, di una bella mostra in un bel palazzo, di un pomeriggio a giocare alle signore, di un thè e tarte tatin, la giornata è finita con una telefonata, LA telefonata. Nella quale l’amica dall’altra parte ha condiviso la cosa più difficile: lacrime di gnaafaccioppiù. Che è bellissimo condividere risate. Condividere lacrime invece è roba ardua. Da funamboli dei sentimenti. Sul filo del pericoloso mostrarsi come si è. Del saper lasciarsi andare. Del giù la maschera.

Si consideri che dall’altra parte c’era la qui presente che non è stata in grado di dire una parola, che sia una, utile a qualsivoglia conforto. Ma dice che per fortuna non importa essere bravi: a volte basta esserci.

E alla fine mi sono risentita la io del qualche tempo fa. Prima del clicche. Che a volte il difficile non è neanche azionarlo: è credere che ci sia, quando tutto mostrerebbe il contrario. E il difficile non è dire supercalifragilistichespiralidoso. Il difficile è dirsi “Dai”. E, già che ci siamo, dirvi pure grazie eh. Voi che quel Dai l’avete aiutato.

Finché Blackberry non ci separi

sabato, ottobre 19th, 2013

Diceva il mio primo Direttore di giornale che “Signorina Meripo’ (non ero ancora Meripo’, ma insomma), quando nasce una rivista è come quando nasce un bambino”. Ed è così che, con la qui presente in quota childfree, oggi esordisce una pupa nuova. E sono contenta di aver partecipato al varo. Con questo pezzetto che trovate qui e che inizia così:

Tribunale civile di Roma, sezione Separazioni e Divorzi, esterno giorno. Coppie che si avviano a sancire il definitivo spaiamento si assiepano insieme agli avvocati verso la compilazione del Basta.

Ma è nel caotico e amaro spazio dell’attesa che arrivano le ultime voci, le ultime recriminazioni, le finali urla della reciproca sconfitta. E quell’ ultimo atto di accusa ha una ricorrente parola di tre lettere: sms.

Noi, che “la strada dei ricordi è sempre la più lunga” e ci ostiniamo a farla senza Tom Tom

venerdì, ottobre 18th, 2013

Insomma alla fine, chiuse le tende del sipario, ci siamo avvinghiati alle poltrone facendogli chiaramente intendere che NO, da qui non ci si sarebbe più mossi senza Rose Rosse e Perdere l’amore. E dunque, a fatica contenendoci nelle rosse poltroncine, finalmente soddisfatti dallo straziamento del mai risolto problema di come si possa spezzare “le ali del destino” e “prendere a sassate tutti i sogni ancora in volo”, posto che invece noi ancora vorremmo realizzarli, languidamente ci guardavamo con le amichette e ci incamminavamo verso l’erba di casa nostra.

Che anche questo va detto: c’è un’età in cui vai ad ascoltare Massimo Ranieri per adeguatamente illuderti su preventivi d’investimenti amorosi e ce n’è una nella quale ci vai con le amiche per tirare un bilancio dell’avvenuto strazio nel tempo. E noi, manco a dirlo, le seconde. Quanta emozione. Non tanto nel calcio ad un pallone ma a ricordarsi tutte le parole. Che anche questo è il segnale: anche noi quattro, che eravamo le pischelle della platea tanto per rendervi il clima, le parole le sapevamo ancora tutte.

Il Sistina certo non aiutava all’ondulamento che prendeva già dall’esordio: perché “Erba di casa mia” non la puoi ascoltare da fermo e zitto. Tocca oscillare, visto che “un’altra primavera chissà quando verrà” e “per questo dalla vitaaaa prendo quello che dà” e dunque prendiamoci anche questo accenno di autunno.

Poi c’è che ci sono stati anche I Sonetti di Shakespeare e le poesie di Alda Merini e i richiami a Strehler e Aznavour  ma noi Massimoranieri è Rose Rosse e Perdere l’amore, Vent’anni e Se bruciasse la città.

Noi che quando le canzoni parlavano d’amore vent’anni fa ci parlavano di uomini ma oggi ci parlano soprattutto di noi, noi che mo’ “tra i capelli un po’ di argento li colora” ma sempresianolodati i colpi di sole. Ed è per questo che oggi ci andiamo con le amiche. Che con Rita quest’anno è il venticinquesimo insieme ed è presumibilmente l’unica con la quale posso e potrò mai festeggiarne uno.

Noi, che l’abbiamo ormai certificato che “d’amore non si muore” ma qualche cicatrice pure la portiamo addosso. E non la copriamo più col correttore.
Noi, che “la strada dei ricordi è sempre la più lunga” ma ci ostiniamo a percorrerla a vista senza il Tom Tom.
Noi che “se bruciasse la città” magari “anche il fuoco vincerei per rivedere te” ma comunque mettendo prima in salvo le suppellettili.
Noi che “la mia vita cominciò come l’erba come il fiore” e si, “io credo che lassù c’era un sorriso anche per me” ma quaggiù abbiamo raccattato anche una discreta serie di sòle.
Noi che “Il nostro concerto” era l’ultimo filo per non perdere le tracce dell’ultimo sòla e invece stasera è che “era la canzone preferita di zia Ada” e siccome zia Ada ci ha saputo amare più del sòla la lacrimuccia scende per lei.  E dunque, zia Ada, “Ovunque sei, se ascolterai, accanto a te ci rivedrai”.

Noi che abbiamo infine capito che “Dire è tutta colpa del destino se non ti ho vicino” è una boiata pazzesca: è colpa nostra ma, nella maggior parte dei casi, è merito nostro. Che je l’abbiamo fatta pure a saper stare da sole piuttosto che con laqualunque. E nonostante ciò torniamo a casa tutte insieme.


E Grazie a Rita, Elisabetta e Lavinia

… e grazie a Simon che ci ha accompagnate e sopportate. Che, si, autonome autonome ma poi ogni tanto ci vuole pure un cavaliere come si deve.  Eccheccavolo

P.S.
E una cantatina me la sono fatta pensando anche a tutto il Pop fan zona Napoli e dintorni, amiche mie non vi elenco ma vi sapete…