Archive for settembre, 2013

Figline Express

domenica, settembre 15th, 2013

Non sembrando loro sufficiente trascinarci negli angoli più impervi e scomodi dell’orbe terracqueo, succede che le Entità Supreme, volgarmente detti “capigruppo” dei viaggi quivi raccontati, ci convocassero per questo weekend in luogo ugualmente estraneo alle coordinate usuali quantomeno della qui presente: Nichi Sventola, Nicostacci, il Professor Pi e Miss Tempesta (con la quale avrete modo di familiarizzare più avanti) convocavano la sottoscritta in quel di Figline Valdarno per il Grande Raduno Anulare dei Viaggiatori Avventurosi Loro Malgrado. Figline Express, senza Costantino della Gherardesca e manco la Marchesa.

-Maaaa che è sto Raduno, Professor Pi?

-Ma niente Meripo’, ci si vede con un po’ di amici, si mangiano du’ cose insieme, un po’ di saluti evvia

Figline Valdarno. L’occasione mi era propizia per scroccare un passaggio in macchina da Firenze al Professor Pi dal quale, visto che ci stavamo, mi facevo anche invitare a cena la sera prima, dimentica del fatto che avesse ancora copiose scorte di salsa di melograno avanzate dalla spedizione iraniana. Scorte che copiosamente saccheggiava per preparare un sontuoso fessenjun del quale poi narrerovvi la ricetta.

Giunti in quel di Figline in un campeggio insolitamente a quattro stelle, vedevamo affluire masse di pellegrini dalle strade adiacenti.

-Professor Pi scusa ma “un po’ di amici” quanti, di preciso?

-Milledugento Meripo’, vi siete iscritti in milledugento

Voglio qui lasciare a verbale per il maresciallo e i posteri che io non mi ero iscritta proprio a niente, avevo solo detto a Miss Tempesta che Sì, pensocheforsefacciounsaltoancheio

Dalla capienza del parcheggio si evinceva poi che la stima di milledugento era anche approssimata per difetto. All’ingresso ci accoglievano un poveruomo con accanto Superman, Batman e Paperinik.

-Meripo’, il tema di quest’anno sono i Supereroi

Chi è al corrente dei miei trascorsi con la Marvel (una storia lunga, ve la racconto un’altra volta) sa anche, ora, che la legge del contrappasso, che il Sommo proprio in questa terra elaborò, andrebbe inserita di diritto tra le leggi fondamentali della Fisica.

Gli spietati Indiana Jones che ci trascinano impietosamente ai confini della realtà erano dunque lì, nel senso a Figline, schierati all’accoglienza in abiti supereroici. Ed è dunque ora che si sappia a chi affidiamo le nostre vite quando andiamo a giro per il mondo:

Gente alla quale ci affidiamo in viaggio -Foto Meri Pop

Ecco. Io direi che potremmo anche chiuderla qui, la blogghecronaca. Se non fosse che poi Miss Tempesta -colei la quale si trova dall’altra parte del computer ogni volta che noialtri clicchiamo lo sciagurato tasto “prenota viaggio” infine pigiando Invio- si appalesava tra stand, capannelli, gruppi, assembramenti, così identificata:

Sua Maestà Scassaminx - Foto Meri Pop

Perché va detto anche questo: dietro un grande viaggio c’è sempre una grande donna. E noi ci abbiamo Sua Maestà Scassaminx. Chi vuol capire capisca. Contestualmente a lei venivano portati al mio cospetto i fondatori della benemerita associazione viaggiante, Paolo e Vittorio, il primo profeticamente evocativo, non a caso, di una strada: la via di Damasco. Ebbene, i Padri Fondatori sono normalissime persone perbene. Delle quali mai diresti, chessò incontrandole al bar o alla fermata della metro, che si portano sulla coscienza il passaggio definitivo e irreversibile da “turisti” a “viaggiatori disperati” di migliaia e migliaia di ignari concittadini.

Nel frattempo, slalomeggiando fra mostre di foto di viaggi, caccia al tesoro, tuffi a bomba in piscina e altri irriferibili momenti ludici si scivolava velocemente verso l’happy hour.

Era a quel punto che cominciavano a farsi largo tra la folla cortei di vassoi, involucri, imballaggi, damigiane, fiaschi in una processione senza fine divisa per Regioni. La delegazione di Firenze si distingueva con

40 chili di finocchiona e 60 litri di Chianti

Ma insomma io da quel momento in poi e fino a notte fonda ne ho viste e ruminate cose che voi umani non potreste immaginarvi:

navi liguri da combattimento in fiamme al largo del pesto di Genova e della Focaccia di Recco,
e ho visto i raggi B di Bologna balenare nel buio dello stomaco vicino alla mortadella
e le mozzarelline di bufala della delegazione campana sparire in dieci nanosecondi dall’atterraggio sul tavolino
e non contenti, i liguri, scodellare pure interi cabaret di torta al cioccolato e pinoli
colate di Mojito eruttanti dal banco dei torinesi
c’era pure un bancone di cose dei milanesi ma ormai ero definitivamente andata e nonmeloricordopiù che ci fosse

E tutti quei momenti andranno perduti nella cellulite come lacrime nella Somatoline.
È tempo di Citrosodina

Rotolando nella macchina del Professor Pi, a tarda notte e con un filone da un chilo di pane toscano sotto al braccio (che -Meripo’ stranamente è avanzato, portatene un po’ a casa) andavo meditando di quando, non son ancora quattr’anni, per la prima volta -trovandomi in uno stato di incoscienza e disperazione apparentemente senza via d’uscita- cliccai il primo tasto “Prenota viaggio”, ignara del fatto che poi sta via d’uscita l’avrei effettivamente trovata. Ma portava nella migliore delle ipotesi dentro a una tenda da campeggio, porcamiseria, e comunque definitivamente dentro a un tunnel. Nel quale anche l’uscita Figline Valdarno è comunque un miraggio.

Il viaggio che verrà

venerdì, settembre 13th, 2013

Ci ho pensato un bel Pop. A come liberarvi e farvi scendere da sto pulmino iraniano per  fine corsa. Che, come in amore, i momenti cruciali sono come si esordisce e come ci si congeda.

Ho detto ma quasi quasi chiudiamo alla grande come i botti di Capodanno raccontandogli di Persepoli, di quel giorno che -insolitamente non a mezzogiorno col sole allo zenit- siamo sbarcati qui davanti

Persepoli - Foto Tiziana Forlin

e io mi sono sentita accogliere come fossi la moglie di Ciro il Grande dalle fanfare e dalle trombe.

Oppure chiudere nell’intimismo del deserto di Kalut, dove il vento, il tempo e domineddio o chi per lui, ha costruito questo spettacolo qua:

Kalut - Foto Tiziana Forlin

E perché invece non lasciarvi con la sintesi perfetta dei quindici valorosi italiani a contatto con l’islamico mood, cioè la moka di Aladino che un ispirato professor Pi immortalò mancomiricordoppiùddove:

La moka di Aladino - Foto Professor Pi

Senonchè poi ho trovato questa:

Foto Tiziana Forlin

E ho pensato che, pur nello sbigottimento di un Paese dal glorioso passato e dal complicato presente, è con un verbo e uno sguardo al futuro che volevo congedarmi per questo viaggio e lo sguardo è il suo (e pure qui, la foto l’ha fatta Tiziana ma nonmiricordoppiùddove).

Dunque vorrei anche passare ai titoli di coda non su questo viaggio ma con il più bello che di solito è sempre quello che verrà. Che io mi sto preparando è questa la novità. Anche perché è pacifico che sarà minimo l’Islanda. Capo Nord. Anche il Canada coi grizzlies. Soprattutto vi lascio col vostro, viaggio. Ovunque sarà. Ma facciamo che sarà l’Iran. Perché è stato un gran viaggio. Fatto con begli amici.

Grazie a: Albarosa, Alessandra, Angelo, Anna, Baktash, Davide, Paola, Cinzia, Flavio, Giampietro, Giovanna, IrajShai Architect, Nasser, Pietro, Rita, Samuel, Tiziana

e a tutti i supercalifragilini che ci hanno accompagnati da qui.

Travolti da un insolito casino

giovedì, settembre 12th, 2013

Il Professor Pi ha acquistato un bastone. Come coadiuvante del ghiaccio, dell’Oki e dell’olio di gobba di cammello per l’infiammata rotula.

In realtà l’uso più proficuo che se ne intravede ormai da giorni è quando lo brandisce minacciosamente per strada tentando di farci attraversare incolumi. Perché, al di sotto delle donne, nella scala sociale iraniana ci sono solo i pedoni.

E se le donne sono considerate invisibili i pedoni sono, al contrario, obiettivi mobili contro i quali, accelerando, scagliarsi. Per cui l’automobilista iraniano medio li considera come fa il toro con la muleta: ci si getta contro a testa bassa. Dunque abbiamo trovato molto apprezzabile il fatto che, nottetempo, già quando eravamo in quel di Isfahan, attraversando la strada il passaggio tra le lamiere sia stato da allora agevolato da un omone occidentale dall’apparente peso di una quintalata che agitava una stampella di legno nell’aere minacciando di bastonare i cofani in avvicinamento delle iraniane autovetture. Sostanzialmente il nostro Mosè islamico.

Ed è dunque ora, a pochi giorni dalla ripartenza, di illustrare brevemente il tipo di risoluzione delle controversie stradali di stampo iraniano. Non sono mai stata a Calcutta ma da ciò che mi si narra ritengo di poter stabilire un primo parallelismo fra il traffico di tipo indiano e quello di tipo iraniano: un ininterrotto casino a cielo aperto. Evidentemente in questi luoghi devono aver trovato nuove spiegazioni alla teoria della compenetrazione dei corpi solidi per cui ciò che è fisicamente impossibile che entri in uno spazio a Roma (che già sta parecchio alta nella casinoclassifica) poi tecnicamente si incastra in uno spazio iraniano.

La qual cosa lascia l’osservatore attonito più o meno con questa faccia qui:

Iranian attonito - Foto Tiziana Forlin

Ciò produce comunque (la teoria deve essere ancora in fase sperimentale) una serie di botti e tamponamenti da record. Il primo incidente in diretta è avvenuto sotto il nostro naso, sudato anch’esso, alle 13,30 all’uscita dal bazar di Qatvin ove due veicoli si fragorosamente tamponavano e scatafasciavano con lascito di lamiere e vetri sull’asfalto.  A quel punto il conducente del veicolo A scende e si mette a urlare e inveire come un ossesso contro il conducente del veicolo B il quale, contestualmente, fa altrettanto con stridore di suoni. Ognuno, a seconda dei casi, inizia poi a prendere a calci la vettura già malconcia dell’altro e infine, nella concitazione generale, anche la propria.

Cosicché , all’acme dell’ingovernabile casino,  improvvisamente e all’unisono ognuno rientra nel proprio abitacolo e smarronando se ne rivà.

La qual cosa, vi è chiaro, senza aggravio alcuno per le casse comunali e senza inutile dispendio di invio vigili, pattuglie, mezzi e quant’altro. Ripeto: ciò che a prima vista potrebbe apparire come un cattivo esempio di wrestling stradale in realtà potrebbe riservare inaspettate e piacevoli sorprese, soprattutto in tempo di spending review.

La Punto unida

martedì, settembre 10th, 2013

Qualche anno fa, non tanti, sono sopravvissuta anche al Ministero della Pubblica Istruzione. Avevo un autista (la kasta). E una Punto (la casta). E avevo Marcello. L’autista. Schivo, riservato, mai una parola in più dello stretto necessario. Buongiorno. Buonasera. Come sta. Dove andiamo.

Un giorno, poco prima della rovinosa e anticipata caduta del governo, al termine di una lunghissima e drammatica giornata, gli dissi di andare che avrei preso un taxi. Non si mosse dal cortile. Mi riavvicinai al finestrino

-Marcello, davvero, non si preoccupi

E lui

-Dottorè, io prima ero meccanico, meccanico specializzato. E io, dottorè, io ho aggiustato il pulmino degli Inti Illimani. E in giro da sola io, stasera, non ce la mando.

Forse questo sono stati, e sono ancora, quegli anni. Quei 40 fa anni.

Non sono stati gli Inti Illimani. Ma il pulmino. Quello che Marcello ha aggiustato. E del quale va ancora fiero. Marcello che, ve lo devo dire, manco era di sinistra.

Finché Meripo’ non ci separi

martedì, settembre 10th, 2013

10 agosto – Yazd

Ho visto il Professor Pi mutante. Mutante, maresciallo, mutante con la T. Letteralmente preda di una “modifica stabile ed ereditabile nella sequenza nucleotidica di un genoma o più generalmente di materiale genetico”. Solo così è possibile spiegare il fatto che, approdati a Yazd, città di Zoroastro altrimenti detto Zarathustra, invece di trovare il solito ricovero barra alberghetto barra ostello, si approdava in uno spettacolare antico caravanserraglio completamente ristrutturato e riportato all’antico splendore dove avremmo, per ben due notti di seguito, pernottato.

Yazd, Hotel Moshir

Accertato che effettivamente stavano aspettando proprio noi, si contestualmente accertava che per cena era allestito un buffet strepitoso sul quale ci gettavamo con doppio salto carpiato e si accertava pure che era in corso il festeggiamento di un matrimonio. Per meglio dire nella parte dove stavamo cenando noi si avvistavano tavoli di soli uomini vestiti con improbabili completi scuri lucidi anni Cinquanta che cenavano tra loro. perché, signori, anche questo il mondo deve sapere: pure i matrimoni si festeggiano separando donne e uomini. Ripeto: festa del giorno di nozze divisa per parenti maschi e parenti femmine. La tristezza di uomini tutti a cena tra loro ve la lascio immaginare da soli, che non farete fatica: si sentiva solo il rumore delle posate che ogni tanto sbattevano sui porcellanati piatti. Da poco più in là, invece, specificamente da un salone limitrofo, arrivavano un chiasso e un frastuono che lèvati. Erano le femmine. Che stavano vivaddio anzi scusate viva chi vi pare, festeggiando.

Un lampo attraversava lo guardo delle femmine sedute a tavola. Manco una parola e ci eravamo già alzate da tavola per andare a sbirciare da una porticina. Ed è stato così che, mentre eravamo tipo Fantozzi a sbirciare dal buco della serratura, la porta si spalancava, noi rotolando rovinosamente dentro la stanza. Una specie di Oprah Winfrey, con 30 anni e 20 chili di meno, ci afferrava energicamente per le palandrane e ci tirava definitivamente dentro, facendoci rotolare addosso parole in un iranian english in mezzo a un frastuono di musica e balli. Nel salone erano rinchiuse un centinaio di donne svelate, spalandranate, squarciagolate. Belle, truccate, scatenate. Oprah, che si scopriva essere la sorella della sposa, che troneggiava su un palco tra i parenti, ci sequestrava telefonini e macchine fotografiche specificando che eravamo tutte invitate a restare ma senza fare foto, che sennò un fantomatico suo padre si sarebbe molto molto arrabbiato. E noi di tutto avevamo bisogno tranne che di un iranian babbo incacchiato. Anche la sposa aveva uno scollatissimo abito bianco, certo un po’ modello chiese del barocco leccese ma lei era indubitabilmente splendida lo stesso.

Iranian Abitodasposacercasi - Foto Alessandra Piacentini

Che altro volete che aggiunga? E beh si che io in effetti una foto l’avevo fatta, prima dell’anatema. Ma è pure venuta male. E non vorrei ritrovarmi sotto al Colosseo l’Iranian babbo tendenza Russel Crowe nel Gladiatore.

A un tratto, non so a quale segnale convenzionale, le donne si ricomponevano tutte e calava un improvviso silenzio: stavano entrando l’imam e l’aspirante marito. Di lì a poco iniziava la cerimonia vera e propria, noi ancora con tutti i dolcetti nuziali in mano. E insomma non ci s’è capito una parola ma tutta la coreografia era suggestiva assai, compreso lo scuotimento di un lenzuolo con zucchero e petali di rosa sulla testa dei due.

Terminata la cerimonia, con ancora imam mariti e parenti sul palco con gli sposi, venivamo invitate a salire anche noi per le foto ufficiali.

EEEHH??

-Fateci grande onore poter avere in questo importante giorno foto con persone straniere

E’ così che, da qualche parte a Yazd, città di Zarathustra che così parlò ma soprattutto così fotografò, tra qualche anno i due sposini, scorrendo l’album di nozze con la nidiata di figli e familiari attorno, potranno orgogliosamente dire:

-Ecco e poi quei due accanto a Meripo’ erano l’imam e il sindaco di Zarathustria

Metti un Nasser a cena

lunedì, settembre 9th, 2013

9 agosto Isfahan

Per la festa della fine del Ramadan, il 9 sera, il nostro autista Nasser ci invitava tutti a casa sua.

-Nasser ma siamo quindici

-Per noi grande onore avere tanti ospiti stranieri a cena per fine di Ramadan, grande grande onore

Va detto, a onor del vero, che questo poveruomo di Nasser, osservante e religiosissimo, aveva resistito nell’osservanza del Ramadan integrale, nel senso non mangiare e non bere nulla dall’alba al tramonto, i primi quattro giorni. Poi, appresso a noi, tra pistacchi volanti, soste rifornimento frutta e passaggi all’indietro di crackers e carotoni al formaggio tipo Fonzies, alla fine aveva capitolato pure lui. Prima un sorso d’acqua, poi due, poi i Fonzies e poi un giorno era sceso per comprarci delle lenzuolate di pane caldo, che annunciava, risalendo, urlando

-NAN BARBARI

che non è l’annuncio di un’invasione ma il pane più buono che io abbia mai mangiato in vita mia (vi metto anche la ricetta, qui), dicevo ci aveva offerto il pane degli angeli senza neanche assaggiarlo ma alla seconda lenzuolata aveva capitolato pure lui e da allora addio Ramadan.

Apro e chiudo una parentesi: che poi non sono affatto certa che il Principale, lassù, si sentisse troppo tranquillo pure lui sapendo che un autista che guidava tutto il giorno con temperature da interno vulcano, stesse a digiuno e senza bere per fare un favore a Lui. Anzi ipotizzerei che, al dunque, possa persino dirgli “Si, ma chi te l’aveva chiesto?”.

Tutto ciò premesso, Nasser non aveva manco finito di pronunciare l’invito che già stavamo dal fioraio. Che, anche qui, una dice
-Iraj scusa ma cosa portate voi quando siete invitati a cena a casa di qualcuno? come se l’invito fosse su Atlantide.

E quello giustamente ti guarda come la minus habens che sei e dice

-E beh, come voi: fiori o dolci

Il Professor Pi Gambadilegno conferiva ad Angelo (nome proprio, non entità) e Giampietro la delega regali e finalmente, a sera, docciati e ripuliti alla bell’e meglio ci si recava in fila indiana verso il traguardo del “chissà come è fatta una casa persiana”.

E beh è come i fiori e i dolci: la casa di Nasser si rivelava essere una bella, accogliente, tappetata, normale casa.

Ve lo confesso ma so che ve ne siete già fatti un’idea piuttosto precisa: io naturalmente mi stavo predisponendo all’evento come se a cena mi avesse invitato Ciro il Grande. Non vi dico quando ho visto gli split dell’aria condizionata in salone (per la cronaca, l’hanno inventata i persiani, si chiamano torri del vento).  Insomma come se invitassi qualcuno a casa mia e quello si aspettasse di trovarmi sdraiata su un triclinio mentre tutto intorno le danzatrici di Cadice si abbandonano a lascivi balletti e Cesare, l’Imperatore non il macellaio, riceve le legioni in cortile.

D’altra parte siete sempre alle prese con quella che ha toppato la messa in fila di una consonante e sei lettere identificative del passaporto.

Però la sala da pranzo era effettivamente tutta tappetata e cuscinata con apparecchiatura in terra. Un lampo di terrore attraversava lo sguardo e il provato ginocchio di Gambadilegno Pi ma la persiana delicatezza della famiglia di Nasser aveva fatto in modo di predisporre per lui una sedia.

Ghorme sabzi time - Foto Professor Pi

Per l’ulteriore cronaca la moglie di Nasser è un architetto, specializzata nella conservazione del patrimonio artistico e lavora con l’Unesco mentre una dei tre figli, Sepideh,

Foto Professor Pi

è una studentessa di ingegneria civile all’Università di Isfahan. Che, a fine cena, ha tenuto banco con questi quindici pellegrini occidentali intrattenendoci in una conversazione che spaziava dall’arte, alla storia, all’attualità politica, ai sogni che i giovani iraniani stanno tirando fuori dai cassetti per dargli concretezza come neancheeeee neancheee oh non mi viene manco un esempio decente di grande affabulatore nostrano. Insomma avete capito. E anche qui: 21 anni, come il ragazzo della sala da tè. Di quelle ore una frase, sopra ogni altra, mi piace consegnare anche a voi:

“A volte i grandi cambiamenti iniziano dalle piccole cose. E iniziano studiando. Preparandosi. Attrezzandosi culturalmente. Le donne iraniane gli stanno andando incontro. Pacificamente. Silenziosamente. Ma quotidianamente”.

E andiamo con il menù: il piatto forte, e caratteristico iraniano, era il

Ghormeh sabzi
ora qui però entriamo in un ginepraio di ricette, interpretazioni e decriptazioni di scrittura ma insomma è uno stufato di carne con battuto di prezzemolo, porri, fagioli borlotti e limone secco. Io comunque ve la scrivo, cliccate qua o leggete qui:

Ghormeh Sabzi (per 6)

1, 5 kg di agnello dissossato tagliato a dadini, 1 cipolla, prezzemolo e cipolla tagliati finemente, coriandolo
1/3 tazza di olio
1 cucchiaino di curcuma, coriandolo, 2 tazze d’acqua, 1/2 tazza di succo di limone
3 tazze di fagioli
12 tazze di spinaci tagliati finemente
1 patata a dadini. sale e pepe

Fate appassire la cipolla a fuoco medio-alto, quando è dorata aggiungerci la curcuma e dopo un minuto anche la carne. Dopo aver fatto cuocere superficialmente la carne, abbassate il fuoco. Aggiungete poi acqua, fagioli, spinaci, erba cipollina, succo di limone sale, pepe e coriandolo secondo i gusti. Coprite e lasciate cuocere per un’ora. Controllare durante la cottura e, se si desidera, aggiungere altra acqua e succo di limone ma attenzione a non renderlo troppo brodoso. Servire con riso basmati.

Harrod’s può attendere

venerdì, settembre 6th, 2013

7-9 agosto Isfahan

Ripartiti all’alba da Kashan, preceduti e avvolti dalla nube tossica sprigionata dall’oliata rotula del Professor Pi, effettuato il primo puzzstop ad Abanyeh -ameno villaggio di 1500 anni fa chevelodicoaffare in salita ripida e tortuosa tra case di fango e paglia color ocra e interamente abitato da vecchine vestite finalmente in multicolor pur se in improbabile assemblaggio fiori-righe-quadri- un po’ DonatellaVersace islamica-dicevo sorpassata Abanyeh si planava in una campagna brulla e sfigata assai, popolata di sterpi e rovi e qualche traliccio. Iraj, improvvisamente ridestatosi dall’abbiocco del dolon dolon pullmanistico, balzava in piedi urlando

-Signori prego niente foto niente foto…

Chiarendo subito che infatti macchittifotografa, Iraj dormi tranquillo, si scopriva che

-…stiamo attraversando i siti nucleari di Natanz.

Ora non solo noi, portando al seguito l’Arma Letale 5 spalmata sulla rotula, non temevamo nulla al passaggio ma mi è anche sembrato che, al nostro passaggio radioattivo, persino i giovani soldati presenti nelle torrette di avvistamento, si inchinassero in segno di rispetto e ammirazione.

Dopo dodici ore di dolon dolon approdavamo infine ad Isfahan, “perla di Persia”, “l’altra metà del mondo”. Con una botta di cu fortuna ci approdavamo al tramonto e dunque, depositati i bagagli, ci catapultavamo verso la piazza.

Io non so quante cose abbiate visto nella vostra vita. Ma so una cosa: fate di tutto per trovarvi almeno una volta al tramonto a Imam Square, Isfahan, Islamic Republic of Iran. Fatevi questo regalo.

Imam Square - Foto Professor Pi

Anche se avete ferie solo ad agosto e, se siete femmine, dovete andarci bardate come la mummia di Nefertiti, anche se vi avranno dissuaso in ogni modo (-Ma ndo vai?) anche se avrete parecchi dubbi già per conto vostro (Ma infatti, ma ndo vado?) anche se era nato il Royal baby e volevate comprarvi la royal tazzina a Londra, ecco voi impipatevene e andate.

Foto Tiziana Forlin

Vi restituisco i soldi del biglietto se arrivati lì, in mezzo al cuore del mondo, non inizierà a battervi forte pure il vostro. Non ci provo nemmeno, a descrivervela. Fate conto 100 volte Place de Vosges a Parigi issata in mezzo al cielo e sui quattro sconfinati lati uno spicchio di Paradiso a forma di cupola, minareto, oro e azzurro e ancora oro in mezzo al cielo e turchesi in mezzo all’oro.

Foto Professor Pi

E voi lì. A dubitare di tutto ma non, a questo punto, che il Paradiso effettivamente possa esistere e avere questa forma. Lì a guardare tutta questa bellezza consapevoli che gli occhi non possano contenerla tutta insieme. E a guardare anche, per un attimo, in cielo, cioè un po’ più giù del cielo ma non molto, tipo ad altezza occhi del Professor Pi per dirgli semplicemente

-Grazie. Che pure Harrod’s, al contrario del Paradiso, può attendere.

Arma letale sei

giovedì, settembre 5th, 2013

Ci s’è azzoppato il Professor Pi. Dopo le ennesime impettate a scaloni di Masuleh (un paese solo in salita, pure quando si doveva scendere si continuava a salire, guardate che sta roba va segnalata agli studiosi dei cerchi nel grano e delle scie chimiche perché non ci si crede eh), che seguivano le vagonate di quelle del Castello degli Asciascini, di Babak e di tutto il cucuzzaro su tutti i cucuzzoli, all’ennesima zompata il ginocchio del Professor Pi diceva

-Emmobbasta

e iniziava a gonfiarsi come un cocomero, di quelli deliziosi che ogni tanto Nasser e Baktash ci rimediavano per i picnic. E lui, Pi, guardandoselo e rimirandoselo sconsolatamente commentava pure, esterrefatto,

-Strano, come mai?

Fatto sta che resisteva eroicamente fino ai vagabondaggi dei Giardini Fin a Kashan ma dopo gli scaloni delle case storiche iniziava a implorare Nasser come fosse Padre Pio perché gli facesse la grazia di riportarlo in albergo.
L’unità di crisi Samuel-Davide emetteva il bollettino medico delle 12: “Versamento da sforzo, ghiaccio ghiaccio ghiaccio e riposo”. Giovanna, l’aiuto caposala, lo riforniva di Tachidol e io rimediavo due pesche un po’ sfatte, tipo le pere di Pinocchio. Una volta mollatolo a Nasser con le istruzioni del caso
-Questo ce lo riporti indietro, che gli è scaduta la garanzia

Iraj insisteva perché si percorresse la via natural-omeopatica-persiana alla soluzione del problema. Ci conduceva dunque in una sorta di antro di stregonerie ove, dopo un prolungato conciliabolo con due nerobardate signore, esse scartabellando in un sottobancone estraevano un immondo vasetto di insopportabile olezzo con la stessa trionfante sicumera di quando Indiana Jones trovò il Sacro Graal.

Trattavasi di “Grasso di gobba di cammello”. Ve lo ripeto: Grasso di gobba di cammello. Che io pensavo che i cammelli nelle gobbe portassero l’acqua.

Cammello Gnaafacc cchiù dancalo - Foto Meri Pop

E invece una delle signore nerobardate apriva e ci mostrava l’agghiacciante contenuto estratto da gobbosa puzza. Iraj a quel punto mi fissava con gli iraniani, ipnotici occhi e mi diceva

-Questo tu spalmi abbondante su suo ginocchio e tu vedrà guarigione immediata. Questo è miracoloso, questo ricompone anche le fratture

Ora io l’unica urgente frattura che ero certa si dovesse urgentemente ricomporre nel Professor Pi era quella dei suoi cabasisi. Perché egli già in condizioni di normalità si stranisce a stare più di 10 minuti fermo in uno stesso posto (a meno che non si trovi su un seggiolino dello stadio Franchi di Firenze) figuriamoci a stare un pomeriggio sdraiato col cuscino sotto al polpaccione.

Investivo quindi senza indugio 100 mila real, due euro e mezzo, nella nauseabonda promessa di miracolo.

Con l’occasione, e almeno per riequilibrare il tanfo, vorrei anche dirvi che Kashan di suo sarebbe “la città delle rose”, rose fresche aulentissime con le quali producono dalle marmellate alle creme ai profumi all’Acqua di Rose tipo quella Roberts nella bottiglietta blu (lo dico per le carampane come me) solo che questi invece di struccarcisi la sera se la bevono la mattina. E sarà che stavo praticamente evaporando ma l’ho trovata rinfrescante e deliziosa pure io. A bermela, intendo.

Dicevo che la temperatura essendo ormai arrivata a quota 40 gradi, nel momento in cui rientrati anche noi in albergo mi precipitavo al capezzale dell’aulentissimo ginocchio,  planavo al cospetto di Pi con l’entusiasmo di chi stia per mostrargli il diamante Topkapi e gli aprivo sotto al naso il mefitico vasetto. Ma a quel punto il grasso si era definitivamente sciolto diventando olio e colando da ogni dove nella busta, sul pavimento e sulle mani. La sola idea di doverci infilare le dita dentro e poi oliare la riverita rotula era semplicemente disgustosa ma mai quanto l’effluvio che ne, ulteriormente, scaturiva.

-Tu metti molto molto molto abbondante

si era raccomandato Iraj. Ma continuavo a sentire anche effluvii di menta. A quel punto il Professor Pi mi metteva a parte del fatto che Iraj, prima di allocarlo sul bus per tornare indietro, lo aveva portato da un’altra MagaMagò che, studiato il caso, gli aveva frizionato iraniana essenza di menta sul dolorante italico ginocchio.

Ora dovete credermi: peggio del tanfo di grasso di gobba di cammello c’è solo spalmarlo sulla menta. Ripeto: credetemi.

Questi l’arma nucleare ce l’hanno, dunque, e come. Ma non sta nei siti segreti che inutilmente l’Aiea chiede di ispezionare per conto dell’Onu: essa è custodita nella gobba dei cammelli dalla quale viene poi traslata in orridi, regolarmente in vendita, vasetti.

Oh Italia, MichelangeloSophiaLorenFelliniPasolini

mercoledì, settembre 4th, 2013

6 agosto – Kashan

Ora, premesso che di Kashan si dice sia la città dalla quale partirono i Re Magi, io vorrei proprio sapere come caspita abbiano fatto -con questi taxi che arrivano quando gli pare e fanno dei giri immensi e poi ritornano- ad arrivare in tempo da Gesù Bambino e non piuttosto al compimento del diciottesimo.

Va anche detto che, giusto in dirittura d’arrivo alla suddetta Kashan, nella pennica sul bussone si veniva ridestati da un improvviso, insistente, fortissimo rumore tipo di fuga di aria compressa da un tubo di gomma rotto. Che infatti così era. Nasser proseguiva indisturbato la sua corsa camminata il suo arranco, i passeggeri continuavano a ronfare, il professor Pi illegalmente seduto accanto a me pure (anche i turisti nei bussoni turistici non possono viaggiare affiancati misti: sedile uomini deve essere diviso da sedile donne). Che volete che sia, era solo il tubo collegato anche al sistema frenante che perdeva aria. Nasser, più infastidito dal rumore che dal problema, evidentemente, a quel punto impugnava il tubo sfiatante e chiedeva a Iraj di chiudere il pertugio con due dita. Cosa che Iraj tranquillamente eseguiva come gli avesse detto -Che mi passi un po’ d’acqua?

Alla mia sbigottita incredulità, che si manifestava con aboccaperta e occhioni sgranati, il Professor Pi rispondeva con una fine analisi su nord e sud del mondo alla luce dell’incombente ma non ancora compiuto processo di globalizzazione:

-Vedi, Meripo’, in qualsiasi Paese evoluto del mondo a questo punto ci si sarebbe fermati, lui ci avrebbe fatto scendere tutti mollandoci al nostro destino, avrebbe giustamente chiamato i meccanici, invocato la legge 626, il codice della strada e il Trattato internazionale degli autisti e ti saluto Kashan. Qui funziona diversamente: così. Tappando il buco col dito. E arrivando, fra poco, a destinazione. Ora puoi chiudere la boccuccia.

Dunque di questa Kashan potrei ora parlarvi dei Giardini Fin, oasi di acqua, verde e ingegno in mezzo al deserto

Kashan, Giardini Fin - Foto Tiziana Forlin

o della magnificenza delle case storiche

Case storiche - Foto Tiziana Forlin

il loro splendore

Foto Professor Pi

le rincorse dei giochi di luce

Foto Meri Pop

Potrei anche parlarvi del cuore della città, il bazar, di quando Iraj ci ha fatti intrufolare al tramonto su per una scaletta sgarrupata tra un negozietto e l’altro per farci sbucare sul tetto di cupole e sfiatatoi delle sottostanti pasticcerie per poi farci affacciare sulla mozzafiato visione dall’alto (che è un’emozione che io non provo spesso, viste le dimensioni, intendo dire vedere le cose dall’alto). Che una lassù poi si dice

-Meripo’ ma se uno te l’avesse detto, chessò, quattro anni fa che poi un giorno saresti salita sui tetti del bazar di Kashan a vedere il sole tramontare mentre lontano la voce del muezzin invita alla preghiera e intanto ti stecchisce il profumo di miele-cannella-halva e biscotto, ma ci avresti creduto mai?

Beh non esattamente, disciamo.

Dicevo che però manco di questa sfilata di meraviglie volevo narrarvi. No, volevo dirvi di quelle due ore che abbiamo trascorso in un ex hammam trasformato in sala da tè – sempre dentro a sto bazar-

Sala da té - Foto Tiziana Forlin

sdraiati su tappeti e cuscini a sorseggiare tè alla cannella servito con zucchero allo zafferano, datteri al cocco, biscotti ripieni

Iranian squisitezze - Foto Tiziana Forlin

e già che c’eravamo anche una fumatina di narghilè alla mela e arancia. Due ore a chiacchierare con dei ragazzi locali, uno dei quali chiameremo Amir, il ragazzo che ci serviva, 21 anni, per 6 ha studiato per diventare prete sciita ma “avevo un carattere troppo forte, poco malleabile, troppe imposizioni e quindi a un certo punto sono andato via e ho ricominciato a studiare e pensare ma da solo”. E a filosoficamente speculare: insieme al tè ci portava fogli su fogli scritti da lui a mano, in farsi. Tenetevi forte: appunti “sulla diversa visione dei filosofi sul tema dell’ordine mondiale”. Ripeto, 21 anni.

-Da 110 anni lottiamo per avere una società migliore, diceva un altro, tre rivoluzioni non sono ancora bastate. Ma non ci arrendiamo. Anche la musica prima era vietata: ora ascoltiamo anche quella underground (non mi guardate, non ho idea di cosa sia la musica underground ma se l’avevano vietata probabilmente merita).

Poi l’affondo finale

-Ma voi dunque siete italiani? Oh Italia, MichelangeloSophiaLorenFelliniPasolini

Mi sono commossa. Si, perché erano anni che non mi mettevano insieme “Oh Italia” con Michelangelo. E manco con Pasolini e Fellini.

Velo avevo detto

martedì, settembre 3rd, 2013

5 agosto – Qom, la città santa

Sfinita dallo scivolamento di teli, foulard e sciarpette che avevo portato dall’Italia uso velo islamico, due sere fa capitolavo di fronte al maqna’e.

Meriran Pop - Foto Flavio Favero

Finiva dunque la tortura di verdoniana nonnesca memoria (-E allungaje ‘e gambe a nonna, aristendije ‘e gambe, aritiraje ‘e gambe, aricoprije ‘e gambe… io jee tajerei quee gambe-) -metti il velo-aggiusta il velo, casca il velo- ma ne iniziava un’altra: non passava un filo d’aria.

Non è neanche tanto per la sensazione di calore fisico quanto quella di soffocamento emotivo. I primi venti minuti magari è pure suggestivo ma, quello che è l’abito di cotone che qui è obbligatorio per legge, dopo mezz’ora già inizia a trasformarsi in abito mentale. Ti guardi allo specchio e ti dici che in fondo non è manco tanto male e ti viene voglia, di conseguenza, di coprire anche il resto perché sarebbe impensabile sotto quello scafandro, ad esempio, scoprire le braccia. La deriva verso il chador forse inizia così: una linea Maginot friabilissima tra la libertà e l’autoclausura.

E non è poi quel che gli altri vedono o non vedono di te: è come ti ci senti dentro.Costretta. Limitata. Prigioniera. All’inizio. Ma poco a poco si insinua, subdola e silenziosa, una specie di Sindrome di Stoccolma sartoriale: inizi a non odiare più il tuo carcerieree anzi a tratti quasi te ne compiaci. Stai lì in quel bozzolo che è quasi un’armatura protettiva. E’ un attimo: un attimo per consegnare e affidare a qualcun altro la terribile responsabilità della propria autodeterminazione.

Capito, si, come funziona la paura, la paura della propria libertà?

Vabbè scusate, tutto sto pippone per dire che, arrivati a Qom, città santa, roccaforte dello sciismo più intransigente, città di tutti gli Ayatollah compreso Khomeini – insomma il Vaticano sciita-, la temperatura esterna avendo abbondantemente superato i 38 gradi, stare in un maqna’e è come stare nel microonde De Longhi. A Qom le donne erano tutte – ripeto TUTTE- completamente avvolte nei chador neri e sciamavano sulle strade in direzione del Santuario Hazrat-e-Masumeh.

Non potevo neanche immaginare cosa sarebbe accaduto se a scafandro e palandrana avessi anche sovrapposto un chador.

Basta spettare cinque minuti Meripo’ e lo capirai subito

I guardiani all’ingresso presidiavano un cesto pieno di chador per straniere, obbligatorio per entrare. E dunque iniziava il tentativo di ammantarmene. Guardate che non è che ti ficchi il lenzuolo in capo e poi lo avvolgi tipo il Domopak alla coscia di pollo: così facendo pendeva da tutte le parti e si strascinava sotto ai piedi in un ingovernabile, progressivo disastro.

La concitata entrata nel Santuario e nel chador - Foto Professor Pi

Il custode, mosso a pietà, correva in soccorso, si rigirava il lenzuolo e trovava un lembo che poggiava sulla mia riverita testa per poi sigillare tutto facendomi segno di tenere con la mano sotto il mento l’avvenuta chiusura-stagna.

Avete presente il Saccoccio Buitoni, meglio ancora “come il saccoccio del fusajaro”, come ha magistralmente riassunto la mia amica Pat?

Saccoccio Pop - Foto Professor Pi

Fatti venti passi iniziavo a sentire rivoli di sudore correre ovunque mentre ci chiedevano di togliere anche le scarpe per favorire anche l’arrosto pedestre. Un inferno. Infatti pare che persino Dante, per il suo Inferno della della Divina Commedia, si sia ispirato al racconto di uno scrittore e filosofo persiano del 1200, tal Sohrvadi.

Perché questo è, là dentro: l’inferno. Ma è anche che, entrando, il fiato ti manca anche per la bellezza che forse pure Proust avrebbe difficoltà a descrivervelo figuriamoci una Meripo’ qualunque. Il Santuario appariva come un trionfo di cupole, cortili, colonne, intarsi, specchi, mosaici, oro e magnificenza.

Foto Professor Pi

Figure di donne ammantate si snodavano ovunque, quasi non toccassero il terreno con i piedi e un po’ di brezza gonfiava i mantelli come vele. La cottura microonde proseguiva. Ma intanto prevaleva lo stupore. A un certo punto mi sfioravano quattro uomini che portavano una barella in spalla: sopra, semplicemente avvolto in un lenzuolo, il cadavere di un uomo. Entravano nel Santuario (che a noi era proibito, come a tutti quelli di fede non islamica) e al loro ingresso si scostava una pesante tenda nera, dalla quale sbirciavo uomini all’interno inginocchiati sui tappeti che iniziavano un lamento funebre.

Foto Tiziana Forlin

Dopo un’ora di giri e girarrosti arrivava il temibilissimo momento: il pipì-stop. L’utenza vorrà scusare l’estremo realismo ma mi sento di poter appaiare tutte le fasi preparatorie e successive di chi debba avventurarsi in una toilette alla turca con il chador ai preparativi dello sbarco della sonda su Marte: togli chador appoggia chador intanto casca pure il velo riprendi il velo il tutto in un antro stretto e oscuro. Manovre ginnico-tessili come non ci fosse domani.

Anche le donne iraniane, comunque, riprendevano fiato lì: si scoprivano e lasciavano respirare un po’ i capelli, li guardavano davanti allo specchio, spazzolavano poi, dopo un ultimo minuto d’aria, rientravano -anche loro- nell’incappucciato esilio.