Archive for settembre, 2013

La vita è mo’

lunedì, settembre 30th, 2013

Più che durante l’udienza di divorzio la vera tempra del primate definitivamente separato emerge durante il primo weekend dopo l’udienza. Perché è lì, in quello spazio recintato tra il sabato mattina e la domenica sera, il primo da stato civile Libera, che si esprime tutta la potenza dell’ “E mo’?”.

Che anche questo va detto: dopo un definitivo No si affaccia sempre, da qualche parte, il momento dell’E mo’? E’ come se tutti i file archiviati nel “poi, dopo” si rianimassero in contemporanea dicendo “aò, dopo è mo”.

Che non è esattamente un adesso, come baglionescamente è agli atti della storia della canzone italiana. E che poi anche questo va confessato: dopo intensive ripetizioni e innamoramenti folgoranti di Bruce e di Freddie, di Springsteen e Queen, di Pink Floyd e quant’altro, poi esci dal tribunale e ti aggredisce a tradimento Baglioni, che “ti domandi adesso chi sei tu” “che spingi avanti il cuore”, ma prima di tutto l’avvocato.  E che “sei tu nel tempo che ci fai più grandi e soli in mezzo al mondo” pure “con l’ansia di cercare insieme un bene più profondo”.

E insomma è un po’ come se là, dentro ai polverosi faldoni della giustizia civile, fossero stati definitivamente archiviati anche tutti gli alibi.

Dunque la vita è mo’. E tu hai tutto un intero weekend libero da riempire di sti mo’. E’ così che parte la convocazione ai rinforzi: le amiche, il Settimo Cavalleggeri dell’ “E mo’?”. Perché nessun tomo di autoaiuto e nemmeno le 503 pagine di Donne che corrono coi lupi possono eguagliare la chiarezza di idee che proviene dallo stare fermissima un’ora con Dani, per dire, davanti a una biretta. Nè Robin Norwood e il bodyscanner delle Donne che amano troppo potrà mai competere con la presa in ostaggio di Patrì davanti a un pollo arrosto di domenica a pranzo.

E al “non lasciare andare un giorno per ritrovar te stesso” meglio impiegarne due di seguito a ritrovare loro. Che sareste pure voi. Cioè l’oro.

Infine consegnerei alla storia -ivi condensando tutti gli sms, le ore al telefono, i messaggini sui socialcosi e i regalini e le supercalifragilistichespiralidose cose che vi siete inventati in questo e nei precedenti weekend comprensivi delle molteplici cazzate che pure con voi ho fatto e per le quali sono stata da voi graziata, specie da uno-  dicevo vi consegno il fatto che alla fine di una giornata di sfinimento chiacchiere, andando via da casa sua, Patrì è tornata indietro, ha aperto il freezer e mi ha detto

-Meripo’ ti piacciono gli hamburger?

-Si perché?

-Beh visto che non ti piace cucinare almeno fai questo arrosto stasera, è facile, ce la puoi fare

con ciò infilandomi nella borsa un pluriavvolto hamburger biologico doc ghiacciato

Ed è così che arrivata a casa ed eseguite tutte le operazioni di cottura, salato, insaporitolo con le erbette provenzali, sfumatolo col vino francese, mi godevo quella deliziosa vista della crosticina sopra e sotto in mezzo alla quale sarebbe sgorgato il buon sughino. E una volta messolo nel piatto con una pioggerella di insalatina stare lì per inforcarlo dicendo

-oh, certo mi dispiace rovinare questa crosticina

e poi accorgersi che si, l’avevo cotto con i dischetti di plastica sopra e sotto

Dichiarazioni spontanee a verbale

venerdì, settembre 27th, 2013

Signori della Corte,

in questa sede voglio comunque specificare che ho sposato l’uomo che amavo e con il quale, al netto di alcune separazioni e qualche fuori programma, sono stata felice al plurale per  svariatissimi anni. Che poi è l’uomo con il quale ho visto due volte le Hawaii senza desiderare fare a cambio con il suo istruttore di surf a Maui, dopo che a sua volta lui aveva finto benissimo di non voler ripartire per Roma con una danzatrice di hula.

Ora che ci rifletto è anche l’uomo che stavo per avvelenare nel 2006 con una dose massiccia di peperoncino habanero caduta nel sugo delle tagliatelle, e cito l’anno perché fu quello nel quale la temibile piantina entrò nel Guinness essendo stata riconosciuta come la più piccante del mondo mentre in altra occasione gli ustionai bocca e palato facendogli assaggiare un rigatone in cottura pieno di acqua a 100 gradi centigradi.

Egli avrebbe quindi potuto rivolgersi a Lei, Signor giudice,  invocando a mio carico ipotesi di reato ben più gravi dell’odierna incompatibilità di carattere, né serve il tenente Colombo per intuire perché alla fine siamo arrivati qui, Aula Separazioni e Divorzi.

Insomma, a conti fatti e invocando in ogni caso la clemenza della Corte, credo di poter dire che mi è andata pure fin troppo bene. E che sono stata comunque parecchio felice.

Un’ultima cosa, Signor Giudice, la prego: si può sapere, però,  per quale caspita di motivo in questo Paese è più facile uscire di galera che da un matrimonio?

Sposta Barilla in cartellina “Pensionati inglesi”

giovedì, settembre 26th, 2013

Probabilmente l’età e l’istinto di conservazione dei pochi Ram di memoria rimasti mi portano ormai -qualsiasi cosa legga- alla semplificazione binaria: trattieni-elimina.

Alla quale segue, nel caso di trattieni, un secondo passaggio: trattieni in Cartellina. Le Cartelline devono necessariamente essere poche. E tra le poche c’è quella “Pensionati inglesi”.

Riepilogo brevemente l’oggetto: si narra che nell’ottobre 2001 un gruppo di pensionati inglesi sia riuscito a costringere la multinazionale farmaceutica Glaxo a vendere a prezzi di costo medicine salvavita in Africa. Come? Con una telefonata ai gestori dei loro risparmi e  fondi pensione: saputo che  avevano acquistato titoli di fondi d’investimento che comprendevano anche azioni Glaxo, raccolsero firme di risparmiatori che tutti insieme avevano investito piu’ di 3 mila miliardi di lire in fondi.

Poi andarono dai gestori dei loro risparmi e dissero:

-Se non togliete la Glaxo dai vostri fondi noi ritiriamo i nostri soldi.

I broker telefonarono alla Glaxo dicendo:

-Houston, abbiamo un problema.

In linea di massima direi che non c’è problema che non possa essere risolto con un buon parrucchiere, un nuovo paio di scarpe o minacciando il panico in Borsa.

Dunque, quanto all’odierno ma spropositato tormentone attorno alla Barilla e al legittimo (e ci mancherebbe altro) diritto di Guido Barilla di dire “Mai spot con famiglie gay, preferisco le tradizionali”, senza farla tanto lunga esiste l’altrettanto legittima opzione “Sposta Barilla in cartellina Pensionati inglesi”: forza coi Gentilini e la Buitoni piuttosto che cheneso’. E viva la tradizione.

Ovunque proteggi

mercoledì, settembre 25th, 2013

Io non lo so se veramente l’avvento di Mister Rohani sia il segnale di un cambiamento, anche di un inizio di cambiamento, di un’apertura, fosse pure uno spiffero.

E’ che mentre lo guardo parlare dal palco delle Nazioni Unite non so perché ma non riesco a pensare ad altro che a un manifesto appeso in un chiostro ad Abanyeh, Islamic Republic of Iran, nel velato viaggio con il quale vi ho già ampiamente sbomballato. E’ che aveva richiamato la mia attenzione in quanto veicolato da un ombrello, oggetto principe del mio conflitto di interesse:

"Proteggiti da sguardi indiscreti" - Foto Professor Pi

La scritta in farsi, tradottami dal nostro Iraj Shai Architect, recitava: “Proteggiti da sguardi indiscreti” ed era un invito per le donne a rispettare la legge islamica che obbliga a coprirsi il capo e a non mostrare né forme né parti del corpo. Ma non pubblicizzato come un’imposizione di legge piuttosto come qualcosa che mi veniva consigliato nel mio stesso interesse: proteggiti. Quale parola è più avvolgente di “protezione”? E quale verbo è più paterno e materno o genitore1 o genitore2 di proteggere?

Beh ecco io ho pensato che uno dei segnali del cambiamento che mi aspetto, in quello splendido Paese che oggi è guidato da Mister Rohani, senza nulla togliere alle trattative sul nucleare sia chiaro eh, sarà anche il momento nel quale le donne avranno la libertà di proteggersi o farsi proteggere come ritengono. Ovunque. Non solo dentro la chiusura ermetica di un velo.

L’occasione mi è molto gradita per dedicare loro un po’ di pioggia di parole e note senza ombrello, quelle di Vinicio Capossela:

The arriver

lunedì, settembre 23rd, 2013

Del mio stato di arretratezza in campo Rock, nonostante il nome Pop, molti di voi sanno. Dunque oggi che Bruce Frederick Joseph Springsteen compie 64 anni è giusto il caso di rivelare che il primo che si incaricò di colmare le più evidenti voragini in tema fu il poveruomo, un matrimonio fa. Sull’esito di entrambe le operazioni, colmare le lacune rock e allineare il mio stato civile da zitella a coniugata, vi dico solo che in confronto gli scatoloni di Lehman Brothers rifulgono come un successo.

Ciononostante mi è qui gradito narrare di quando il poveruomo mi portò dal Boss per la prima volta dal vivo, a Roma, acquistando due biglietti.

Avrei scoperto solo molto più tardi, su Wikipedia datosi che il matrimonio si era già esaurito come la sala da concerti quella volta, che il nostro “è divenuto famoso per le sue coinvolgenti e lunghissime esibizioni dal vivo”, dunque non si risparmiò in nulla. Ci prese in ostaggio alle nove di sera e a mezzanotte era ancora con le Duracell innescate.

Eppure a un certo punto, nonostante avesse davvero cantato e incantato con tutto, uno dalla sala -in un rarissimo momento di pseudo silenzio- si alzò e chiese

-The River!

Il Boss sul palco si fermò, guardò in sala, rimase un po’ in silenzio e poi disse solo

-NO

Me lo ricordo ancora quel NO. Per me fu uno schianto, visto che era pure la mia preferita nonché una delle poche che conoscevo bene.

E pensai che ci vuole coraggio a volte a dire dei NO. Molto più che a dire dei SI.

Me lo ricordo bene perché, proprio quella sera, nonostante al poveruomo volessi un bene dell’anima, capii che io il mio SI non ero più in grado di mantenerlo. Ed era ora di ammettere che, anche se quella canzone era bellissima, forse aveva già dato tutto quello che poteva.

Da quando sei partita

domenica, settembre 22nd, 2013

di Gregorio Pecerin

oh, that a man might know
the end of this day’s business here it come
but it sufficieth that the day will end
and then the end is known…

(William Shakespeare, Julius Caesar, atto V, scena I)

Vorresti pensare ad altro, ma non ci riesci. Lei occupa la tua mente, il tuo cuore e tutto lo spazio che ti circonda. Sembra quasi che non ci sia più aria da respirare, senza di lei.

Giri nervoso per casa, andando a rivedere le cose che te la ricordano, a tentare di trovare segni favorevoli nei tuoi sogni, nel numero di targa di un furgone che passa, nel volo degli uccelli. Vorresti avere qualche amico con il quale sfogarti, ma sei solo in una grande città e nessuno ti può capire. Parlare di lei sarebbe utile per stemperare questa passione che ti consuma, questa tensione terribile che ti toglie la voglia di fare di parlare di vedere gente. Ma non c’è più nessuno, come in una Canzone Triste, a parlarti ancora un po’ di lei. Non esiste più nulla.

Esiste solo il conforto di sapere che la vedrai, di certo la vedrai, e che immediatamente tutto sarà chiaro. Le incertezze, i dubbi, le paure, saranno in breve squarciati nella notte dalla luce della realtà e tu saprai esattamente quello che è vero, quello che è falso, se questo amore ti porterà in cielo in una non immaginabile felicità, o ti precipiterà all’inferno in un luogo dove nulla avrà più un significato, se non l’immenso dolore.

Tratti male la gente che ti sta intorno, non capisci come possano vivere beati mentre tu sei macerato dentro da una passione malsana che da sempre tritura la tua anima e che sai benissimo non si cancellerà neanche davanti al più terribile dei tradimenti, alla più insopportabile delle umiliazioni, alla più cocente delle delusioni.

Perché anche se agli altri dici che dopo questa ultima delusione non la amerai più, anche se dici ora basta non mi posso rovinare la vita dietro chi mi fa soffrire, anche se affermi davanti al mondo intero che in fondo la vita continua, e che ci saranno mille altre cose belle che incontrerai e che ti faranno felice, sai benissimo che qualunque cosa accada, qualunque turpitudine lei commetta, qualunque dolore ti provocherà nel vederla questa ulteriore volta tu continuerai ad amarla, come è successo in passato, come succede ora, e come succederà in futuro. Come per un malvagio sortilegio, tu per sempre l’amerai. Lei è come la più antica delle tue abitudini, come una magìa perpetua, come la tua stessa vita. Per sempre.

Allora non c’è niente da fare.

Solo aspettare che la lancetta dei minuti, lenta come la maniglia de “il cuore rivelatore”, proceda piano piano, e la sabbia nella clessidra del tempo inesorabilmente si sposti nel bulbo inferiore, ed il tempo ti accompagni verso l’appuntamento fatale.

Ed al solo pensiero che la rivedrai, ti scoppia il cuore di felicità. Ma al solo pensiero che in pochi minuti capirai se sarà felicità o inferno, quello stesso cuore sembra spezzarsi per l’intollerabile peso.

Ma, nonostante tutte queste tue ambasce, questo tuo terrore cieco e disperato, il tempo passa, si muove, scorre incredibilmente anche se non sembra possibile, ma scorre. E per mano la tua paura ti porta verso il domani che pare incerto come una promessa d’amore in un mattino di aprile, mentre tu ti chiedi solo, a questo punto, se il tuo cuore saprà reggere l’attesa, più atroce essa stessa della più grande delle delusioni.

Hai paura. E non sapendo più che fare, come un bambino che nel pericolo chiama la madre per istinto, tu pensi a lei. Ai momenti belli che ci sono stati, a quel giorno di maggio di tanti anni fa in cui grazie a lei, solo grazie a lei, capisti che nella vita si può essere anche felici, felici e basta, felici in quel preciso momento senza pensare, per un lunghissimo istante, al passato ed al futuro, perché il presente è così bello da farti dimenticare tutto.

Quindi aspetti. Ti balocchi con le ore, e fiuti il profumo dell’autunno che sta per arrivare, cercando di cogliere in esso un fausto presagio.

Tu guardi intorno pensando ad altro, mentre il cuore traditore apre le porte della tua anima, di nascosto della severa ragione, ad un pensiero sottile ed indecente di antiche felicità.

E’ il derby, ragazzi. Forza che dobbiamo vincere.

Last kiss

venerdì, settembre 20th, 2013

Già il fatto che per trovare i racconti della mia parrucchiera qui, su questo blogghe, dovete digitare nella ricerca la parola “punk” o in subordine “piccoletta punk” vi dà un’idea della distanza che teoricamente ci dividerebbe. Per il punk. Perché per la piccoletta mi taccio, che già sapete.

Eppure ci sono dei giorni nei quali non ce n’è per nessuno: è dalla mia piccoletta punk che devo andare per ritrovare la piega da far riprendere ai giorni. E anche ai capelli.

Dunque rendendomi conto che fra sette giorni ho l’udienza di divorzio e avendo intravisto ier mattina nello specchio sparuti fili d’argento far capoccella fra i neri e avendo anche realizzato che era da prima dei giorni dell’Iran, e dalla conseguente loro chiusura stagna nell’islamico velo, che non mi ci recavo, immantinente mi ci precipitavo. Dalla parrucchiera.

La mia piccoletta punk è appena rientrata da Londra dove ha fatto la sua gigantesca figura all’Accademia del taglio di Vidal Sassoon sbaragliando fior di femminoni da tutto il mondo. L’ho trovata sull’uscio con le braccia spalancate e le forbici già arrotate. Mi sono seduta, ho preso la rincorsa e le ho detto

-Fraunasettimanadivorzio

Lei non ha detto niente. Ha preso la mia capoccella fra le mani, l’ha scannerizzata per bene e massaggiata. Poi si è rivolta al capostaff (pischello ancora più di lei, che già lo è al limite dell’insostenibilità) e, con l’autorevolezza di un chirurgo all’assistente col bisturi, ha detto:

-Pearl Jam, Last Kiss

Le due ore successive sono state un cesello di forbici, pennello, sguardi e Last Kiss in repeat.

Così, senza dire neanche una parola,  ha finito togliendomi la mantellona come fosse un torero con la muleta, mi ha spazzolata e poi ha detto:

-Non ti ha -e non ti ho- tolto nulla. Ti sei solo alleggerita. Così voli meglio. Ciao Meripo’

Il cielo leopardato sopra di me

giovedì, settembre 19th, 2013

La risposta italiana ai due russi che hanno finito una discussione su Kant a mazzate: lo scontro Cavalli Briatore a colpi di botulino.

La trovate qui. E comincia così:

Ero certa che avremmo trovato il modo per rispondere adeguatamente ai due russi che hanno finito una discussione su Kant a mazzate. E per noi oggi sono scesi in campo Cavalli di razza, nella fattispecie Roberto (Cavalli) e Flavio, Briatore.

Il primo ha illustrato la propria wellnesschauung in un’articolata intervista a blasonata redattrice culminando la Critica della ragion fiscale in un «non sopporto chi scherza con le tasse o ha avuto problemi con la finanza come Briatore».

Il quale, come un falco o meglio un Nathan Falco, si gettava a quel punto in picchiata nella difesa del proprio onore imbracciando la tastiera e affidando – in tema di animalier – a un uccellino il lavacro dell’onta.

Senonché il diavolo vestirà pure Prada ma è probabile che sia tentato anche da Cavalli e dunque Briatore esordisce con un refuso su Twitter: «Ci sono gli #sfigatidelasabatosera….». Gli sfigati dela sabato sera. L’uomo al top, per dirla con Crozza, che affida l’arringa della propria vita a una parola un po’ flop. Segue qua.

Depennatevi

mercoledì, settembre 18th, 2013

Dunque a proposito di video la mia amica Daniela sul più bello, mentre ovunque cresceva l’attesa per il video quell’altro, posta quello relativo alla performance di Ellen De Generes relativo all’invenzione della Bic di una “penna per donne” (la notizia non è nuova ma io mel’ero bellamente persa però il video è esilarante, credo molto più di quello che ci aspetta fra un’ora, guardatevillo):

Dal video si evince che la benemerita casa cui tutti dobbiamo il praticantato amanuense calligrafico, ha immesso sul mercato -facendole tra l’altro pagare il doppio- una linea di penne per sole donne. Ripeto: “Penne per sole donne”. Cioè sostanzialmente di colore rosa.

Ellen De Generes

E mentre una parte di me sbalordiva di fronte agli slogan usati per pubblicizzarla, quali “corpo sottile, adatto alle mani delle donne” e “design elegante, solo per lei”, e contestualmente lo sghignazzo per Ellen si alternava all’incredulità per il resto, mentre infine la fiammata femminista di Luce Irigaray ch’entro ruggiva si risvegliava dal torpore, era la mia amica Carlà, cui confidavo lo sconcerto, a riportare tutto a dama:

-Vabbuò Meripo’ la stai a fa’ cumplicata ma almeno, ste penne per donne tengono una forma particolare? Se putesser’usà multitasking?

E l’occasione mi è dunque gradita per qui ricordare uno dei capolavori della cinematografia: Histerya.

Dell’insostenibile leggerezza del tessere

martedì, settembre 17th, 2013

Dice Meripo’ ma alla Settimana della moda a Milano ci hai mandato il più misogino e spietato? Embeh so’ capaci tutti a mandarci Anna Wintour.

dal nostro inviato alla Milano Fashion Week
Pecerin

Nei dintorni della Settimana della moda, la Grande Città e strapiena di ragazze sottili ed altissime. Sono le modelle in giro per casting e per sfilate, e chi non le conosce pensa che facciano parte di un modo privilegiato, inarrivabile ed etereo, dove imperano bellezza e ricchezza. Invece non è così: sfatiamo alcuni luoghi comuni.

Le modelle non sono tutte belle. Le modelle sono tutte alte e molto magre. Ma non sempre sono belle. Alcune hanno un viso molto attraente, altre no. Sanno valorizzarsi in una passerella, si trasformano davanti all’obbiettivo del fotografo, sanno camminare, voltarsi, sorridere e disporsi nel modo migliore. E’ il loro lavoro. Quando le vedete sfilare, o in un cartellone, fate fatica a riconoscere quella ragazza un poco slavata con la quale vi siete mangiati un panino in centro. Insomma, a meno che non abbiate una predilezione assoluta per le ragazze magrissime ed altissime, alcune vi piaceranno, altre no, come succede in qualunque popolazione femminile. Personalmente sono tanto magre che ho sempre paura che si rompano, per cui il formato non mi esalta più di tanto.

Le modelle non fanno una bella vita. Anzi, potremmo tranquillamente dire che fanno letteralmente una vita di schifo. Tolte quelle famosissime, si fanno un mazzo gigantesco girando come trottole e guadagnando il giusto, considerando che la loro carriera è brevissima. Anche perché, al contrario di quello che molti pensano,

Le modelle non guadagnano molto. Togliamo le top model, che sono una ventina. Togliamo anche anche quelle ben affermate che comunque guadagnano meno di un buon avvocato o commercialista di provincia. Quelle normali (il 99%) per un redazionale stanno sotto i 1000 euro, per una sfilata prendono qualche migliaia di euro, per una servizio pubblicitario stanno intorno ai 10000 euro. Considerato che l’agenzia si prende il 20%, le tasse e tutto il resto, si sta bene ma non si naviga nell’oro.  Senz’altro molto meglio diventare una commercialista (o la moglie di un commercialista), almeno per il guadagno e per la carriera molto più lunga. Ma non è facile perché

Le modelle non frequentano buone compagnie. Il mondo che gira intorno alla moda non è il migliore che esista. In particolare per quanto riguarda gli uomini. Secondo una mia personalissima statistica il 30% dei signori che sono in questo ambiente sono degli zotici arricchiti pieni di soldi che le trattano letteralmente peggio di una puttana. Un altro 20% è composto da autisti, accompagnatori, pseudoguardie del corpo che quando va molto bene non puzzano come capre, in tutti gli altri casi oltre ad avere un’intelligenza ed una cultura inferiore a quella di un segnale stradale emanano in ogni caso cattivo odore. Considerato che il restante 50% degli uomini di quell’ambiente è omosessuale, ne deriva la conclusione ovvia che

Le modelle non sono difficili da conquistare. Chi scrive è cresciuto in una famiglia della borghesia di provincia, con la solita educazione che ci si porta dietro per tutta la vita. Ebbene, io neanche volendolo riuscirei a trattare una ragazza come la maggior parte degli uomini di quell’ambiente trattano le modelle. Sarò (anzi sono) infame e mentitore, ma non riesco sinceramente ad essere maleducato (né con un uomo né con una donna) se non involontariamente (e sentendo il bisogno di scusarmi immediatamente dopo) perché proprio non mi viene. Essere cortese e rispettoso con le persone è un riflesso automatico che non so reprimere come la maggior parte delle persone cresciute in una famiglia con una madre “tradizionale” che fin da piccolo tartassa con i mantra “comportati bene”, “sii educato”, “stai composto”. Per cui se una persona normale si avvicina ad una modella, per lei è un principe azzurro; se poi può portarla magari a vedere qualcosa di gradevole nella città dove si trova, ancora meglio, perché molte modelle (specialmente quelle dell’Est europeo) sono persone colte e sensibili. Se infine si parla bene inglese, e si può anche chiacchierare, scherzare, ridere, è secondo me molto più facile riuscire ad accompagnarsi ad una modella che a qualsiasi ragazza mediamente carina. Tuttavia non è tutto oro quello che luccica perché

Le modelle vivono in un inferno. E il loro inferno ha un nome preciso: ingrassare. Le modelle non possono ingrassare, altrimenti perdono il lavoro. E’ facile giudicarle male da fuori, ma se a me dicessero “se non perdi venti chili perdi il tuo lavoro e tutti le cose piacevoli ad esso connesse, incluso il benessere economico che ti consente di spendere i tuoi giorni da bonvivant”, sono sicuro che li perderei anche se dovessi finire sottopeso.  Per questo andare a cena con una modella è davvero un problema. Quando leggete “io ho il metabolismo alto, mangio tutto quello che voglio e non ingrasso”, non ci credete. Non è vero. Le modelle non mangiano letteralmente niente. Quando va bene una insalatina scondita, ma spesso niente. Non bevono, ed a tavola sono una pessima compagnia perché chiaramente hanno fame, e diventano spiacevoli. Quando poi una stranamente mangia qualcosa, basta osservarla con occhio esperto e ci si accorge che immancabilmente entro qualche minuto dall’aver mangiato, va in bagno a liberarsi di forza del cibo inopportuno. Per chi, come tutti noi, è abituato a considerare la tavola un luogo socialmente importante, la cosa diventa veramente pesante, e non aiuta.

Le modelle sono però piacevoli da frequentare. In quella misteriosissima e decisiva lotteria che si svolge prima della nascita con i geni che avremo nel nostro corpo, sono state fortunate. E si sono trovate in mano un tesoro che sentono sfuggire, e che devono fare fruttare prima che vada perduto perché ogni giorno perde valore. Mi trovo bene con le modelle, forse perché anche io, seppure in modi molto diversi, penso immodestamente di essere stato molto fortunato in quella famosa lotteria e posso intendermi bene con loro.

Ma non del tutto, perché dentro di me non c’è la terribile consapevolezza di dovere restituire quello che ho vinto così velocemente, consapevolezza con la quale non capisco come riescano a convivere.

E per questo delle modelle apprezzo più delle gambe lunghe e dei sorrisi perfetti l’infinito coraggio.