Archive for agosto, 2013

Mare amaro

giovedì, agosto 29th, 2013

2 agosto – Mar Caspio, Astara

E’ sulla spiaggia di Astara, arrivati sulle rive del Mar Caspio, che ciò che avevamo finora captato delle e sulle donne in Iran compie il salto definitivo passando da “tradizione culturale” ad “apartheid”. Non avrà certamente aiutato il fatto di approdarci in una giornata senza sole ma il buio che ho visto calare quel pomeriggio non ha eguali.

Sbarcati su una sorta di stabilimento balneare anni ’50 il primo cartello che ci accoglieva sulla spiaggia era la linea Maginot dell’impensabile: spiaggia uomini-spiaggia donne:

E che Caspio - Foto Iraj

Entrambe recintate e schermate a sguardi indiscreti, parti in mare comprese. In mezzo un lembo di terra di nessuno nel quale era tollerato deambulare entrambi, ovviamente le donne completamente coperte.

Ma mentre la parte uomini era molto più spaziosa, compresa quella in acqua, quella delle donne – inaccessibile- era limitata a non più di cinque metri dalla riva: gli uomini si vedono nuotare, schiamazzare, rincorrersi in acqua ma dalla parte delle donne non arriva neanche un suono.

A quel punto la componente viaggiante femmina decideva di chiedere di poter entrare: la parte donne ha una sorta di Check Point Charlie di accesso, un gabbiotto presidiato dalla polizia femminile che ci guardava avvicinarci tra l’incredulo, il diffidente e l’incuriosito. Da una sorta di bugigattolo si affacciava una poliziotta in chador nero con in più uno stemma giallo. Ci squadrava da capo a piedi e diceva che, se volevamo entrare in spiaggia,  dovevamo lasciare tutto all’ingresso, soprattutto macchine fotografiche e cellulari. Optavamo per l’entrata a turno: alcune dentro altre fuori a reggere borse compresa la qui presente. Mentre dunque reggevamo, contestualmente tentavamo l’inizio di una conversazione con le poliziotte: loro, là dentro, erano parecchie e anche su di giri. Scattava quello che non riesco a spiegarmi e piegarvi se non con il termine complicità femminile.

La poliziotta che sembrava la più rigida e inflessibile, alta, occhiali scuri, tutta nera, infine cedeva: vabbuò, entrate pure voi con tutte ‘ste borse ma scortate e vigilate da noi. E acconsentivano persino a farsi una foto insieme:

Spiaggia di Astara, con la polizia femminile - Foto Poliziotta

Ed è a quel punto che ci appariva davanti agli occhi una striscia di spiaggia requisita, schermata e circondata di pesantissimi teli azzurri con, in fondo, uno spicchio di mare rubato. In acqua c’erano poche donne, in costume intero, che al massimo potevano appozzarsi per un bidet perché l’acqua, nella zona dove era loro consentito spingersi, arrivava al massimo fino ad altezza ginocchio.

Non c’era nessun suono di mare, nessuna risata, nessun gioco in acqua, nessun rincorrersi, nessuna vita. Non c’era spazio né profondità neanche per una bracciata: sono lì come nell’ora d’aria a passeggiare avanti e indietro in un mare che è triste e spento pure lui. Dead woman walking.

Mi sono chiesta perché. Non perché gli uomini le ritengano meritevoli di quel trattamento ma perché loro lo accettino anche al mare: perché, ragazze mie, ci andate, in quel mare, in quel modo, in quella ulteriore tristezza? Perché una famiglia non può trascorrere un giorno insieme sulla spiaggia? Di cosa avete paura?

I fischietti dei poliziotti maschi, nella zona di spiaggia dove si poteva deambulare maschi e femmine, suonavano in continuazione perché qualche donna metteva un piede in acqua.

L’unica voglia e tentazione che metteva quel posto, vi dico la verità, era scappare via. Eppure loro erano là.

Nel frattempo eravamo uscite dal bunker per ricongiungerci alla componente maschile che ci aspettava accanto al pullman. Nasser e Baktash avevano allestito un bel picnic a pane, formaggio e cocomero, buonissimi.

Eppure anche io me ne stavo là, con una rollata di pane e formaggio in una mano e una fetta di cocomero nell’altra, e piano piano non riuscivo più a sentire il sapore di niente. Continuavo a guardare questi occhi tristi che vagavano nel tempio della libertà, che dovrebbe essere una spiaggia e che invece diventava il teatro in cui stava andando in scena il più grande spettacolo di segregazione a cielo aperto cui mi sia mai capitato di assistere.

Chisietecosafatedoveandateunfiorino

mercoledì, agosto 28th, 2013

2 agosto – Ardabil

I programmi di viaggio sono quell’accuratissima cosa che tu ti affanni a preparare per settimane per poi, in un attimo, permettere al viaggio di fare un po’ come caspita gli pare.

E’ così che della tappa di Ardabil, in cui avrebbe dovuto manifestare tutto il suo splendore il Magnifico Mausoleo dello Sceicco Safi-al-Din, rimaneva solo la manifestazione. Vado a spiegarmi.

Svegliatici con il conforto della tradizionale colazione persiana -pane a fogli cartonati, formaggio di capra, miele, marmellata di carote e tè- ci accoglieva fuori una città spettrale: tutto chiuso, nessun cenno di vita, strade deserte. Pur considerando che era venerdì, quindi la nostra domenica- e pur volendo considerare anche il periodo di Ramadan e financo qualche stravizio della sera prima, ugualmente risultava incomprensibile financo a Iraj Shai Architect la spettral situazione.

Roba che cercavo delle foto di quella giornata, anche una, ma tra i divieti della polizia e le chiusure l’unica che sono riuscita a rintracciare da poter mettere qui -e chissà pure se proprio qui stava- è quella di un cesso che, provvidenzialmente almeno quello, era aperto:

Bagnouomini bagnodonne (3 puntini) - Foto Davide Lipparini

E già il fatto che l’unica testimonianza della giornata dedicata al Magnifico Mausoleo dello Sceicco Safi-od-Din sia un cesso, ben vi predispone al prosieguo delle emozioni.

Dunque dopo aver inutilmente atteso oltre un’ora non dico l’apertura del Magnifico Mausoleo ma manco del baretto all’angolo e resici conto che molte strade erano state chiuse e che in giro c’eravamo solo noi e una quantità esorbitante di polizia, si veniva finalmente a sapere che

-Signori, oggi qui si svolgerà un’imponente manifestazione politica sciita antisraeliana

Come a dire esattamente il posto in cui oggi bisognava non essere.

Vi pare che qualcuno della mia affezionata carovana viaggiante possa essersi sentito minimamente scoraggiato o intimorito da simil premessa? Ma manco per sogno. Anzi. Il Peter Arnett che sopiva in ciascuno di loro si riattizzava immantinente e incontinente. Sfoderate le armi sia le brigate Canon che Nikon, si cercava di individuare il luogo di concentramento dei manifestanti e partenza cortei. Con ciò predisponendosi all’evento come fossimo in attesa dei pullman della Cgil e del comizio della Camusso.

Senonché qua le cose funzionano diversamente (per quanto i pullman iniziassero comunque ad arrivare) e a un certo punto hanno trovato un modo decisamente chiaro per farcelo capire. La polizia, tanto per cominciare, ci consigliava “caldamente” di rinfoderare tutte le macchine fotografiche e attraversare velocemente le zone transennate.

I vari cortei iniziavano a comporsi -ovviamente donne completamente avvoltolate nei chador neri da una parte e uomini tutti dall’altra- si scaricavano striscioni e noi venivamo da essi fulminati con lo sguardo e bodyscannerizzati a vista a ogni passaggio, quando, giunti presso un orrido ponte sefardita safavida del quale non ce ne poteva fregare di meno ma verso il quale Iraj ci stava letteralmente trascinando di peso, lo stesso Iraj meno calmo del solito a qual punto ci informava che

-Signori, ora noi non ripasseremo tra le piazze di prima ma, visto questo ponte, per strade alternative ce ne riandremo in albergo dove verrà a prenderci il bus per ripartire immantinente. Signori prego nessun tipo di foto e nessuna deviazione, che è meglio.

L’accento posto sulle ultime tre parole avrebbe dovuto chiudere ogni tipo di dibattito. Ma qualcuno non avendo ancora realizzato il pieno significato della locuzione andiamo-via-che-è-meglio veniva a quel punto definitivamente convinto dalla locuzione

-Me lo ha amichevolmente consigliato la polizia poco fa

Per dire di come, in un attimo, si possa passare da graditi ospiti a indesiderati rompicoglioni.

Iraj Shaih, Architect, che nel frattempo e a nostra completa insaputa era stato come noi pedinato ma in più fermato e interrogato, non ci ha mai fatto pesare o capire nulla ma credo che di circostanze simili, dalle quali in qualche modo proteggerci, ce ne sia stata più d’una.

E la parola che consiglierei di tenere d’occhio e non sottovalutare è giustappunto lo sconsiglio. Nulla vi sarà mai, in linea di massima, esplicitamente vietato: il vero pericolo si annida in ciò che vi sarà sconsigliato, caldamente sconsigliato.

E’ giusto il caso di rendervi edotti del fatto, infine, che il nostro programma di viaggio era stato compulsato, redatto e inviato un mese prima della partenza a tutte le autorità e ivi convalidato e approvato. Ma ogni 50 km il nostro Nasser doveva scendere dal bussone, recarsi in un posto di polizia e farsi timbrare l’avvenuto passaggio. Una sorta di

Chisietecosafatecosaportatesimaquantisieteunfiorino di indimenticabile memoria

Comprensivo di finale.

Oh che bel Castello

martedì, agosto 27th, 2013

1 agosto – Jolfa, Kaleybar, Ahar, Ardabil

Se qualche posto deve essere raggiunto scalandolo ciò avverrà tra le 13 e le 15. E comunque, per dirla con Arfio, “mai prima di mezzogiorno”. Inutili si riveleranno tutti i tentativi di impostare sofisticati calcoli su percorrenze e viabilità: a qualsiasi ora si parta non si arriverà se il sole non è allo zenit sulle capoccione.

Lo stesso dicasi dunque per le rovine di Qal’eh Babak, Il Castello di Babak, roccaforte di tal Babak Khorramdin, essere che a detta della Lonely “si colloca in posizione intermedia tra Re Artù, Robin Hood e Yasser Arafat”. Cioè forse tipo una specie di democristianone corretto alla grillina.

Vi risparmio tutte le trattative per convincere Nasser a portarci col trattore camuffato da pulman il più vicino possibile al campo base, per cui si scendeva ad ogni arretramento di trattativa ma poi si risaliva a ogni passo avanti per evitare di farne in salita. Dopo un estenuante tira e molla infine ci appunto mollava ai piedi di uno sgarrupato Hotel Babak dove Iraj rimediava due cosi 4×4 che ci avrebbero trasportati ancora un po’ più avanti per poi abbandonarci al nostro destino per l’impettata delle 15.

No, non ve lo posso dire come caspita siamo entrati in otto in una scassatissima Land Rover da quattro che però dentro aveva l’impianto stereo del Bandiera Gialla di Rimini a occupare un terzo dello spazio già esiguo. Gli altri di conseguenza in una Nissan Patrol. E non vi sto neanche a specificare cosa sia stato il tragitto da Parigi Dakar su mezzo inidoneo all’uopo e sul quale il sedile di Flavio si ammutinava spronfondando al suolo con un botto da paura già dopo la prima voragine con sobbalzo.

Così venivamo depositati in un campo estivo di nomadi

Villaggio nomade ai piedi di Babak - Foto Professor Pi

dal quale partire per l’infinita impettata a scale delle 15 verso Babak. Ricordo all’utenza che tutte queste operazioni venivano condotte da tutta la componente femminile velata e palandranata, con sole a picco. Stavolta, in virtù del fatto che comunque eravamo a 2000 metri, domineddio concedeva comunque una leggerissima brezza.

Ho avuto circa un’ora di sbuffi, affanni, apnee, arroventamenti, aggiustamenti palandrane e veli, ansimi e accidenti per chiedermi

-Ma chi caspita me lo fa fare a me, ogni volta?

ed è stato su, a un centinaio di scalini dalla vetta che, affacciandomi su una gola nella mozzafiato valle di Aral

Valle di Babak - Foto Davide Lipparini

è bastato un attimo per dire

Sbirciando Babak Valley - Foto Meri Pop

-Per questo. Lo faccio ogni volta per questo attimo.

Perché così è: qua niente è gratis, manco le rovine.
Che poi magari un giorno si capirà pure perché caspita tutto ciò che è bello si raggiunge solo in salita. E non parlo di Babak.

Fatto sta che, nell’inerpicarci ulteriore dentro queste magnifiche rovine di torri e torrioni, a un certo punto tutte noi femminazze ci siamo ritrovate su una terrazza a picco su quegli altipiani di 100 sfumature di blu

Femminazze (con intruso) in the sky-Foto Meri Pop

e, senza dire una parola, ci siamo tolte tutte -contemporaneamente- il velo.

E mi è piaciuto immaginare là sopra il giorno in cui -e succederà- quella terrazzetta sarà trasportata su una piazza nella quale di femminazze non ce ne saranno dieci ma diecimila.

Armeno tu nell’universo

lunedì, agosto 26th, 2013

31 luglio – Jolfa, Chiese armene e confine con Azerbaigian

Un viaggio senza esplosione di pneumatico è come un amore senza pausa di riflessione. Ed è a due ore dalla partenza da Tabriz, fissata a ore 7, quando il costante sballottolio ti induce alla pennica e stai per abbandonarti nelle braccia di Morfeo che in realtà plani in quelle del gommista. Un botto irrompeva, tipo cannone del Gianicolo a mezzogiorno, con sparo di pezzi di copertone ovunque tipo botti di Piedigrotta a Capodanno. Per molto meno, prima delle 9 forature australi e degli scoppi laustrali nel senso nella Laustralia, avrebbero dovuto sedarmi. Notavo invece come stavolta all’inevitabile sobbalzo era seguita solo, dentro di me, la registrazione di un burocratico “accosto forzato per ripartenza non si sa quando”. Il che, signori miei, vi dice che le discese della soglia della rassegnazione verso il basso sono un attimo.

Il Comitato di Intervento, autista, aiuto autista, uomini della viaggiante compagnia e un par di documentaristi fotografi, si riunivano in Camera d’aria di Consiglio mentre le donne sciamavano nella desolata landa per primi sopralluoghi su cespugli da adibire a bagnouomini bagnodonne. La prima buona notizia si rivelava essere che

-Siamo fortunati, è scoppiata quella esterna
cui seguivano una serie di altre fortune quali
-Per fortuna siamo vicini al paese
-Per fortuna andavamo piano
L’altra buona notizia è che avevamo una ruota di scorta

Pit stop scopp - Foto Professor Pi

E veniamo, finalmente, a quelle pessime: la prima è che non si riusciva a svitare la ruota scoppiata. Nel frattempo era passata un’ora e si era fermato a soccorrerci anche un bravuomo camionista che si trovava, come Nasser e Baktash, sotto al pulman completamente spalmato di catrame e grasso e poi panato nella polvere. L’altra pessima notizia era che, avendo infin prevalso sul bullone, si scopriva che non entrava la ruota di scorta. Definitivamente appurato che ci stavamo tirando dietro la ruota di scorta di qualcun altro, si decideva che ne avremmo fatto a meno.

-EEEHHH???
-Meripo’, se la ruota non va al pulman, il pulman va senza la ruota

Il Professor Pi, rispolverando tutte le nozioni di fisica quantistica rimaste in sonno per anni, quantificava la formazione di risalita:

-Quelli che stavano seduti a sinistra vadano a destra, quelli che stavano dietro vadano avanti che dietro ci dobbiamo mettere la ruota, quelli che stavano seduti sulla ruota mancante vadano un po’ dove gli pare

Questa sorta di Facite ammuina in salsa iraniana (All’ordine Facite Ammuina: tutti chilli che stanno a prora vann’ a poppa e chilli che stann’ a poppa vann’ a prora: chilli che stann’ a dritta vann’ a sinistra e chilli che stanno a sinistra vann’ a dritta: tutti chilli che stanno abbascio vann’ ncoppa e chilli che stanno ncoppa vann’ bascio passann’ tutti p’o stesso pertuso: chi nun tene nient’ a ffà, s’ aremeni a ‘cca e a ‘ll à”) ci consentiva il trionfale arrivo a Jolfa. Ove Iraj, mentre Nasser e Baktash si recavano in cerca di un gommaio con il bussone, sequestrava quattro iraniani taxi al grido di

-Presto, alle Chiese armene, alle Chiese armene

Mi è qui gradito informare l’utenza che, una volta giunti al cospetto della maestosità della Chiesa di Santo Stefano, nell’Azerbaigian Est,

Chiesa armena di Santo Stefano - Foto Professor Pi

altrimenti detta Kalisa Darreh Sham, il custode, solissimo ed esterreffatto dall’atterraggio di questi 16 alieni in quel luogo, mi metteva a parte, bisbigliando in persiano, di segreti che infatti rimarranno tali per sempre perché ovviamente non ho capito un beneamato piffero.

Qareh Kalisa a testa in su - Foto Professor Pi

Però a un certo punto si è avvicinato Iraj e mi ha tradotto

-Dice se vuoi accendere una candela armena, le candele delle preghiere impossibili

E qui, signori miei, ve lo confesso, mi siete apparsi tutti in un lampo, chi con gli avatar sui socialcosi, chi con le faccine, chi coi messaggini, chi con le mail. In un successivo lampo mi è apparso, tipo Medjugorie, anche il centrosinistra.

Quindi ho investito 40.000 real, 1 euro, con i quali ho ottenuto e acceso 4 ceri armeni delle cause impossibili. Ditemi voi, una più di così ma che caspita deve fare?

Accendi un cero time- Foto Professor Pi

Kalisa Darreh Sham, già che ci siamo, si trova lungo il fiume Aras, il biblico Ghion, che segna il confine tra Iran e Azerbaigian.

Nella Valle di Ghion - Foto Davide Lipparini

E la Valle di Ghion è uno dei posti più suggestivi che la qui presente ricordi in carriera.

Quanto invece alla corriera, rientrati in hotel letteralmente surfando su sti taxi lanciati a 100 all’ora nella Valle di Ghion andavamo a recuperare gli autisti che si trovavano ancora sotto il bus: sostanzialmente, da quando avevamo finito la colazione, erano stati 5 minuti sopra e 6 ore sotto.

La maestosità e il mistero della mattina trovavano il culmine al tramonto quando, riusciti a rimettere Nasser al volante, raggiungevamo dopo alcune ore Qareh Kalisa, la Chiesa nera o Chiesa di San Teodoro, la chiesa medievale iraniana meglio conservata.

La Chiesa nera - Foto Davide Lipparini

E’ qui che, arrivati dopo le solite 4 ore di pulman a 30 all’ora e ripetutamente persici nel senso ci perdevamo spesso poi ve lo dico meglio, a un certo punto, mentre ero nel chiostro,

Portico della Chiesa nera - Foto Davide Lipparini

seduta su una panchina nel giardino, contemplando la facciata posteriore sulla cui unica finestrella stava affacciato un piccione, sotto un cielo azzurro e terso e in un silenzio di pace irreale, è qui dicevo che a un certo punto si è fermato il tempo.

Che una lo sente spesso dire
-Sembrava si fosse fermato il tempo

E beh, a Qareh Kalisa si è fermato sul serio. E mi ha fatta salire. E mi ha trasportata non so dove. Ma era un tempo dal quale non sarei scesa mai più.

I fiori non hanno spalle

venerdì, agosto 23rd, 2013

30 luglio – Zanjan, Tabriz, Kandovan, Tabriz

Reduci dalle luci della ribalta internazionale, la mattina dopo alle 8 si ripartiva con destinazione Tabriz per un serratissimo e lunghissimo programma che veniva interrotto e modificato già alle 8,30: il nostro autista, Nasser, iniziava a clacsonare più veementemente del solito e a vociare dal finestrino inveendo contro una solitaria macchina che ci precedeva. Anche il solitamente pacatissimo aiuto-autista, Baktash, (del quale vi metterò a parte in altra sede) si univa all’inveenza. Il che mi faceva legittimamente sospettare l’inizio di una mediorientale faida stradale dai cupi esiti.

In realtà erano dei loro parenti e l’inveenza era felice giubilo. Scusandosi ripetutamente con noi Nasser e Baktash accostavano per poterli salutare poi però Nasser risaliva a bordo e pregava Iraj di dirci che i suoi parenti sarebbero stati felici di poterci offrire un tè e frutta, che avremmo potuto cogliere ad libitum dagli alberi della loro terra con casetta che si trovava poco lontano dal ciglio dell’accosto.

Naturalmente non li scoraggiava il fatto che noi fossimo in 16. La giovin figlia, bellissima,

La giovin bellissima figliola - Foto Davide Lipparini

si offriva di guidarci a piedi tra le frasche mentre il babbo riportava indietro la macchina. Iniziava così un tortuoso percorso stile attraversamento foresta amazzonica tra liane, rovi, sassi e guadi.

Si, certo che l’ho pensato! (-Meripo’ scusa ma non hai pensato che magari era un agguato, una trappola, un che ne so, una cosa quantomeno sospetta?). E l’ho pensato vieppiù quando uno dei nostri, mentre attraversavamo il letto del fiume a secco, ha esclamatao

-Ragazzi, pensate se ora aprono  la diga

Dopo il tortuoso cammino si sbucava invece in un piccolo Paradiso coltivato a pesche, susine,

Paradiso fruttato - Foto Davide Lipparini

e noci, uva e ancora fiori e poi galline e un ruscelletto al bordo del quale era costruita una monostanza in cemento, completamente rivestita di tappeti e cuscini dentro. Fuori, sul fuoco, una teiera nera in ebollizione si preparava ad accogliere foglie di tè di grande bontà: si chiama, infatti, “Tè al fuoco”

Tè al fuoco - Foto Professor Pi

Ci accoglieva sull’uscio la mamma nerobardata della giovin ragazza e ci faceva prima cogliere qualsiasi cosa ci venisse in mente di commestibile dalla loro proprietà, poi ci faceva accomodare tutti in cerchio nella casetta. Scoprivo finalmente, tra l’altro, che le iraniane zollette di zucchero dure come serci (romanesco, trad: sassi) non devono essere inutilmente disintegrate nella tazza ma piuttosto si succhiano o si inzuppano un po’, si mordono e poi ci si beve sopra l’ambrato liquido.

La conversazione avveniva prevalentemente a grandi sorrisi, inchini, mani giunte, mani sul cuore. E ci siamo detti, a onor del vero, tanto. La signora nerovestita chiedeva a Iraj di dirci che era mortificata perché, sapendolo prima, sarebbe stata felice di offrirci un pranzo ma ci era grata per aver accettato il tè. La gallina che faceva capolino da fuori, improvvisamente rinfrancata, ci era grata ancora di più.

Anche il Professor Pi a quel punto, come in tutti gli scambi diplomatici che si rispettino, teneva il suo discorso di gradimento all’ambasciatrice e le diceva, interpretando il fumetto che aleggiava sulle nostre teste, che l’onore semmai era nostro e che le eravamo tutti molto grati per averci offerto qualcosa di molto più prezioso e raro per chi se ne vada “a giro per il mondo” che non sono nè i monumenti nè i paesaggi ma è l’ospitalità.

Ed è stato mentre Giovanna si scusava, dato il cerchio irregolare, dicendo

-Perdonate le spalle

che la nerovelata signora rispondesse, citando un poeta persiano

-I fiori non hanno spalle

Così, a freddo in quel caldo, in mezzo a un orto persiano, ci è arrivata quella schioppettata di poesia e delicatezza d’animo.
I fiori non hanno spalle.

Salam Aleykhom - Foto Professor Pi

Ma quello che non dimenticherò mai è che, arrivando, la signora nerovelata mi (ci) accoglieva a braccia spalancate, prima baciandomi tre volte e poi stingendomi forte a se’. In un lampo mi sono passati davanti parecchi degli ultimi miei anni. E mi è sembrato che, anche a fronte di momenti dei quali avrei volentieri fatto a meno, poi la vita trova sempre il modo -nei luoghi e nei tempi più impensabili- di riappacificarti  se non con il mondo almeno con te stessa. E stringerti in un abbraccio infinito.

E ho pensato che tutto sommato era valsa la pena in questi anni fare tutta questa strada, a volte impervia a volte proprio al limite delle possibilità, per poi andarsi a prendere quell’abbraccio sconosciuto a Tabriz, Islamic Republic of Iran.

In cambio di seimila chilometri, eh, che qua niente è gratis, sia chiaro.

Invito a cena con delitto

giovedì, agosto 22nd, 2013

29 luglio – Zanjan

Ma era la sera a riservarci, in quel di Zanjan, quel quarto d’ora di celebrità che, come profetizzava Andy Wharol, prima o poi nella vita non si nega a nessuno.

Accade dunque che, arrivati in albergo con il bus e con peripezie che ci vorrebbe un tomo a parte per tentare di spiegarle, poco prima di cena Iraj Shaih, Architect, ci metteva a parte di una notizia terribile:

-Signori, è stata uccisa una personalità religiosa di primo piano, importantissima, pugnalato mentre pregava. La città è in lutto e fra poco migliaia di persone affluiranno nella Moschea.

Già vedevo la Farnesina doversi attivare per tentare il rimpatrio forzato di sti 15 in ostaggio di un’insurrezione sciita e mi stavo mettendo le mani nei veli (che i capelli li avevamo tutte persi di vista dalla scaletta del Dubai-Teheran) quando, affranta, chiedevo:

-Iraj, ma quando è successo??

E lui -Millequattrocento anni fa

Il che, sia chiaro, non toglie nulla alla gravità e alla drammaticità dei fatti in oggetto ma diciamo che quantomeno ne allontanava un po’ la comprensibile reazione a caldo. Tra le manifestazioni celebrative previste Iraj ci consigliava di assistere alla processione dei flagellanti che si sarebbe svolta alle 23 proprio sotto al nostro albergo. Vedi poi tu a volte la fortuna eh. Spettacolo cruento, specificava, adatto a un pubblico adulto, soprattutto raccomandandosi di fare attenzione agli schizzi di sangue. Che Tarantino, Quentin, sia chiaro, non s’è inventato niente.

Alle 23 non solo non essendosi visto nulla ma neanche un accenno di preparativi del nulla si decideva che se Maometto non andava alla montagna si sarebbe mossa la montagna per stanarlo. Ci mettevamo dunque in cerca di flagellanti mischiandoci al brulichio delle moltitudini di uomini e donne completamente vestiti di nero, stavolta anche gli uomini, che sbucavano da ogni dove.

Si scopriva nel frattempo che al normale divieto di fotografare si aggiungeva l’aggravante “mai comunque un uomo fotografi una donna”.

Da ore, comunque, dall’arrivo in città con visita alla Moschea, alle madrasse e al profumatissimo bazar, appariva del tutto evidente che, essendo gli unici stranieri presenti, l’attrazione del giorno stavamo diventando noi. Al punto che, a mezzanotte e mezza, una volta individuata finalmente la processione dei “battenti”, uomini incolonnati in fila con la mano sulla spalla del precedente e l’altra a battersi ritmicamente coscia e petto, autodandosi delle pezze fortissime e contestualmente intonando dei lamenti in onore del martire Alì (dei flagellanti non s’è comunque vista traccia, sapendo che eravamo italiani devono aver ritenuto che ci eravamo flagellati abbastanza in Patria) dicevo è stato a quel punto che una tv iraniana si avvicinava al Professor Pi chiedendogli un’intervista.

Manifestazione sciita a Zanjan - Foto Professor Pi

Iraj Shaih, Architect, si trasformava immantinente tipo Toni Capuozzo e, traducendo e reggendo microfoni, rafficava domande piene di pathos quali
-Ma che caspita ci fate voi qua?
-Come siete finiti in questa manifestazione?

mentre con altrettanta accorata partecipazione sentivo proferire dal Professor Pi parole di pace, bene, rispetto e conoscenza fra popoli. Sostanzialmente mancava solo che concludesse “Stasera, rientrando nelle vostre case, date una carezza ai vostri bambini e ditegli che gliela manda il Professor Pi da Sesto Fiorentino”.

Credo che in realtà avesse anche in animo di dirlo ma forse, per evitare pericoli di inviare freudiane sberle agli iraniani ragazzini, si era prudentemente astenuto.

Il giornalista e l’operatore, già dopo la prima risposta, chiedevano a tutte noi componente italica velata, di fargli una sorta di coreografica corona ancellare d’intorno, cosa alla quale non ci sottraevamo in segno di pace fra i viaggiatori.

Ed è così che su Zanjan Channel è probabile che in questi giorni qualche iraniana utentessa dell’italico blogghe stia sobbalzando all’ora del tiggì esclamando:

-Aò, ma quella non è Meripo’?

Ciò che mi sento infine di aggiungere è che chiunque partecipasse alla sciita imponente manifestazione veniva a salutarci ed ossequiarci. E un giovin signore, dal giovin baffo, a un certo punto mi ha presa in disparte dicendo

-Madame, posso presentarle mia moglie?

Il mio sconcerto, nello stringere fra complici inchini di donne quella bianca manina che sola emergeva scoperta sotto tutto un bardamento nero, è stato accompagnato dal pensiero che -mi piace sognarlo- anche lei ha avuto da voi il passaparola e sia una nostra affezionata e puntuale supercalifragilina. E il giorno dopo, andando al tè con le amiche, dopo aver preso un bus per il quale si fanno file separate uomini-donne e si hanno posti diversi assegnati a bordo e cioè uomini tutti avanti e donne tutte dietro, e beh magari lei abbia detto

-Oh ragazze, ieri ho conosciuto la Meri e il Professor Pi e altri emissari controrivoluzionari

Ovemai vi giungesse quindi notizia che intanto a Zanjan, Islamic Republic of Iran, ora sono le donne a viaggiare davanti e gli uomini dietro, sapete con chi prendervela: con voi, savasandìr.

Cera una volta

mercoledì, agosto 21st, 2013

29 luglio – Qatzvin-Zanjan

Accade poi che se qualcosa merita realmente di essere visitata essa sarà chiusa per riposo settimanale l’unico giorno in cui tu ci capiti arrivando dopo un viaggio di seimila chilometri. Infatti il portone dei lavatoi di Zanjan (-Signori, ora andremo a vedere un posto veramente particolare, prego signori andiamo) è sbarrato perché chiude il lunedì, tipo i parrucchieri.

Portone sbarrato con due batacchi, uno a destra l’altro a sinistra, uno a forma di asso di bastone l’altro di asso di picche. Avete capito, si? Uno se bussa un uomo uno se bussa una donna. Che non ci si crede che questi ci hanno l’apartheid antidonne persino sui portoni: vogliono sapere se bussa un uomo o una donna “per regolarsi”. Ma regolarsi de che? Vabbè.

Dicevo dunque che il povero Iraj Shaih, Architect, era lì nella delusione generale e cercava almeno di spiegare con dimostrazione pratica questa cosa del differente suono del bussamento porte maschio-femmina e veementemente sbatteva il batacchio a bastone (marescià, stia calmo, è roba di portoni) quando dal silenzio della chiusura settimanale si apriva con sinistro cigolio il portone destro, a noi apparendo un presunto guardiano di iraniano lavatoio.

Usciva a confermarci che Sì, come tutte le apparenze confermavano, era chiuso. Gli astanti italianamente imploravano un’aperturina ad personam, anche solo poter dare un’occhiatina al buio. Iraj Shaih, Architect, intentava una mediorientale trattativa con il guardiano che a sua volta la iniziava, telefonicamente, con il capo guardiano.

Nel frattempo, fuori, un gruppetto di ragazzini locali si stava esibendo in una partitella a pallone capitanati da un novenne indossante la maglietta di Messi. La trattativa andando per le lunghe e i ragazzini già avendo calciato un par di volte sulla luna, mandando il pallone nei cortili vicini indi poi andando anch’essi supplicando il guardiano per il recupero, succedeva che, a quella vista, alla parte maschile della nostra formazione, si accendesse un lampo nello sguardo e un irrefrenabile scatto alla rimessa. Che il Del Piero ch’entro ti rugge può venir fuori quando -e dove- meno te lo aspetti.

Stava dunque lì lì per scattare Italia-Iran quando il guardiano diceva che Sì, se vi sbrigate e fate un giro di corsa, vi faccio entrare senza pagare il biglietto.

Il lavatoio, costruito un’ottantina di anni fa e dismesso da poco per farne un museo, è davvero uno splendido locale. Tipo l’hammam dei pedalini.

Lavatoio a Zanjan - Foto Davide Lipparini

La ricostruzione delle varie funzioni (insaponatura, sbattimento, sciacquatura) è stata realizzata tramite statue di cera di perfette donne, una delle quali io infatti ho calorosamente salutato entrando con l’entusiasmo del mio ormai acquisito e fluente

-Salam Aleykhom!

E parecchio stupendomi di averne incontrata una che, per la prima volta da quando siamo atterrati, non rispondesse inchinandosi a mani giunte al saluto.

I Castelli degli asciascini

martedì, agosto 20th, 2013

28 luglio – Teheran, Valle di Alamut Castelli degli Assassini

Il momento della verità prendeva forma allo sbarco a Teheran di fronte allo sportello Visti. Consegnata il professor Pi la paccata di italiani passaporti a un iraniano omino, esso, l’omino, ne faceva una sorta di torre zoroastrica e gli comunicava

-Mettetevi comodi

La signorina C che è in me, in conflitto con la G, veniva dunque ammessa nella Islamic Republic of Iran alle 4,30 del mattino. Ma era al controllo successivo che l’omino iraniano 2 scoppiava in una fragorosa risata guardando il passaporto e sottoponendo a tutti i colleghi dei gabbiotti vicini la foto lì presente raffrontata con il sembiante attuale della qui presente.

-Era un matrimonio fa, prima di conoscere il professor Pi, i feroci Afar e i tagliatori di teste del Borneo

avrei voluto chiarire ai presenti sottolineando che, evidentemente, le tal cose avevano prodotto delle conseguenze. Mi limitavo a confermare, dopo lungo interrogatorio su date e luoghi, che Si, ero proprio la stessa. Mentendo, vi è chiaro.

Finalmente ricongiuntici con i bagagli e con Iraj Shaih, Architect, la nostra guida iraniana hablante italiano, si stabiliva che, essendosi fatta una certa, tanto valeva partire direttamente per la Valle di Alamut, passare in albergo “solo per una rinfrescatina”, poggiare i bagagli e andare subito a fare un bel trekking ai Castelli degli Assassini.

Ma certo, come non averci pensato da sola! Capite che non essendo assolutamente nelle condizioni, visto l’avvio, di potermi lamentare di alcunché, annuivo rassegnata all’entusiasmante programma auspicando quantoprima di poter onorare degnamente l’evocativo nome della mèta strozzando il professor Pi che l’aveva proposto.

E così in piedi da 24 ore, con notte nipponica e in bianco alle spalle, senza aver neanche mai tolto le scarpe dai piedi, mi apprestavo ad affrontare le “due orette” di pulman necessarie per raggiungere l’assassinio-base. Pulman che si materializzava come quello di Little Miss Sunshine, stessa punta di giallo e follia con in aggiunta le scritte persiane. Solo per completezza di informazione ricordo che lo slogan di quel film è “Tutti facciamo finta di essere normali”, no, così, tanto per contestualizzare.

Dopo “due orette” eravamo neanche a metà strada (e resteranno “due orette” per tutte e cinque le effettivamente necessarie) ma Iraj Shai, Architect, mosso a persiana pietà, proponeva di fermarci in un locale locale per fare una “colazione persiana”: il bar era tipo la casa di uno che ci serviva tè, formaggio fresco tipo Philadelphia, pane tipo carasau e miele grezzo tipo ancora attaccato all’ape. Ottimi. Il tutto coerentemente scofanato mentre un televisore a transistor trasmetteva l’Ape Maja in persiano.

Alle 13, con sole a picco e una temperatura percepita di 47 gradi, dopo cinque ore di arrampicate e tornanti di iraniani altopiani sul bussino, si giungeva giusto in tempo per una bella impettata a scaloni nella Valle di Alamut. Più che i Castelli degli assassini sarebbe corretto definirli dei suicidi perché uno, arrivato più morto che vivo lassù, alla sola idea di dover ridiscendere si vorrebbe direttamente buttare di sotto.

E visto che ci siamo informo l’utenza che sti Castelli erano il rifugio dei seguaci di tal Hasan-e-Sabbah, capo di un’organizzazione mercenaria che rapiva e uccideva personalità religiose e politiche. Sti tizi erano convinti che tali gesta li avrebbero portati in Paradiso, convinzione rafforzata dal fatto che Sabbah li imbottiva di hashish per compierle. Perciò furono chiamati Hashish-i-yun, da cui deriva la moderna parola “assassino“. Chi ve l’avrebbe mai detto, eh, fricchettoni miei, che alla fine sempre alle canne si torna, anche con l’etimologia?

Che poi se lo fate dire a un bolognese torna proprio a essere i Castelli degli asciascini (per gentile concessione di Davide, cui spetta il copyright del titolo).

Il rientro avveniva tramite altre cinque agevolissime ore di yellow bus a 30 all’ora. E’ giusto il caso di specificare che il viaggio si svolgeva in pieno Ramadan e il nostro autista Nasser si scopriva essere un fervente osservante con aggiunta di particolare devozione a un Sufi, per cui, al divieto di mangiare qualsiasi cosa dall’alba al tramonto, aveva deciso di unire anche quello di bere: l’ideale pe’ sta’ un po’ rilassati, avere uno che guida a 40 gradi, su tornanti e strapiombi, col calo degli zuccheri e disidratato.

Alla cena ci si trascinava, giunti in un vero albergo -nel senso niente a che vedere con le pseudo topaie del Borneo, dei ricoveri mozambicani e del nonmelovojomancoricordare dancalo- attraversando la strada e gettandoci a capofitto su

Zuppa di cereali
Kebab con verdure e riso
acqua a fiumi

per la cifra di euro 4,10 a capoccia.

Vi è chiaro che la presenza dell’acqua, in assenza dell’unico genere di conforto al quale si anelerebbe a 37 gradi di minima, ovvero una biretta fredda, non era dovuto alla virtuosità della pur virtuosissima compagnia viaggiante, bensì al fatto che ci trovavamo in un Paese musulmano senza birette ad personam per cui alcolici MANCO L’OMBRA. E manco l’ombra mai pure quell’altra.

Senti Meripo’ mo’ non è che prima ti spari le pose da DonnaAvventura e poi vai frignando che non ci hai il Peroncino eh
Figuriamoci, come ho già detto io ormai parlerò solo in presenza del mio avvocato del Console e della badante

Il punto G

lunedì, agosto 19th, 2013

27 luglio – Aeroporto di Fiumicino

E’ alle 13,05, avendo appena esperito le formalità di conoscenza tra i quattro partenti da Roma ed essendoci appena messi in fila per il check in, che suona, per meglio dire squilla, il primo allarme di tipo Defkon 2

-A Milano non ci fanno imbarcare, dicono che serve il visto

-Ma guardate che il visto lo prendiamo in entrata

-Si ma loro vogliono assolutamente vedere almeno la lettera di invito

Chiariamoci dunque subito: in Iran non si va. Si viene invitati ad entrare. Dopo aver implorato di essere invitati. Rintracciato l’invito e dopo opportuni scambi di fax è alle 13,15 che scatta, a Roma, il secondo allarme di tipo nucleare globale:

-Signora Meripo’ sono sbagliati i dati del suo passaporto

Io questo vi voglio dunque in sostanza dire: state seguendo, da anni, le gesta di una demente. La qui presente, per meglio dire la parte della qui presente che aveva solennemente deciso di andare a Londra, ha tentato fino all’ultimo di prevalere sulla deriva islamica e dunque ha trascritto una C anziché una G.

Dal che si evince che:

1) la differenza fra il restare a terra e il decollo può essere racchiusa anche in 2 millimetri (e ciò valga anche per le vicende della vita)

2) tutti i casini possibili vengono generati nell’Universo per colpa del punto G

Quanto alle concitate fasi del Fiumicino Affair non vi sto neanche a dire di come il professor Pi, certamente dentro di sé scatenando tutto il repertorio di toscani irriferibili epiteti ma formalmente mantenendo un inglese aplomb, iniziasse una spola continua fra il banco della Emirates, l’omino degli imbarchi, la hostess -soprattutto-, e l’Iranian immigration telefonicamente allertata a Teheran. Perché era del tutto evidente che avendo invitato la signorina C mai e poi mai avrebbero fatto entrare la signorina G.

E beh dico anche questo: non si apprezza mai tanto ciò che si possiede come quando lo si sta per perdere.

L’omino allo sportello iniziava a imbarcare il professor Pi e le altre due pazienti e rassegnate compagne di viaggio ma anche tutto l’Airbus da 800 posti mentre io, nel cantuccio “aspetti un po’ lì”, già cercavo le parole per compulsare il post più breve della carriera viaggiante: i 30 km della Roma-Fiumicino e ritorno.

Imbarcati ormai tutti e rimasti soli lo zaino ed io, chiusi anche gli sportelli, il professor Pi strenuamente continuava a spargere ottimismo:

-Al limite parti domani da sola e veniamo a raccattarti da qualche parte a Teheran

Operazione, lo capite da voi, assolutamente non alla portata di una che non riesce a trascrivere correttamente manco una consonante e sei numeri a fila.

Ed è stato mentre si iniziavano anche a spegnere le luci dei gabbiotti che, come una visione, sono apparsi dalla fine del corridoio la corposa mole del professor Pi affiancata da quella di un pigmeo urlante

-Il caposcalo e l’immigration hanno detto che la potete imbarcare

Tipo: è scema ma non pericolosa.

Riaperto il Gate e lanciato lo zaino sul rullo iniziava dunque la seconda parte di Giochi senza frontiere: arrivare in tempo all’imbarco prevalendo sulle chilometriche file di un ordinario sabato di fine luglio a Fiumicino. Ma siccome a là è grande e aqquà non siamo da meno, si arrivava in scioltezza tutti e quattro, anche di caldo, pronti per essere catapultati sul Roma-Dubai.

Io, che ve lo dico a fare, già non ne potevo più. Andavo ovviamente a ricoprire l’ultimo posto dell’ultima fila, sostanzialmente nel cesso, in mezzo a una marea di nippo-giappo-thai che non andrebbero augurati, insieme ai traslochi, neanche al peggior nemico. Il Centro di Disturbo 1 (quella alla mia destra) passava tutte e cinque e mezza le ore a fare su e giù poltrona-vano bagagli per implementare di orride schifezze alimentari una busta di plastica che teneva in front of the piedi. Mai visto in natura elementi così ripugnanti per odore, forma e colore. Naturalmente, appena arrivato il vassoio della cena, iniziava a ispezionare Lamb e riso thai come fossero un sito nucleare per decidere che No, non andava bene. Rifiutato anche il chicken ripiegava sul Lamb ma riversandone copiosamente sopra salsine e abominevoli polveri sottili estratte dalla busta. Per poi lasciare quasi tutto intatto ma olezzosamente sparso ovunque. Naturalmente agitandosi e sgomitandomi, insieme al Centro di Disturbo 2 (quella alla mia sinistra) soprattutto in coinidenza della tazza del tè e del contenitore bollente.

Avendo, di certo, già una segnalazione in tutte le Interpol e Immigration del pianeta per manifesta inabilità a qualsivoglia elementare operazione decidevo di astenermi da atti di incontrollabile violenza.

Incontratici dunque a Dubai con il resto del gruppo, tipo “Ci si vede a Trastevere davanti al cinema Reale” ci sciroppavamo un altro par d’ore di Dubai-Teheran con arrivo alle ore 3,30 del mattino dopo. Al momento di scendere tutta la popolazione femminile occidentale estraeva veli, palandrane, mantellone e scialletti e se ne, persianamente, ammantava.

Come dite?? Che esiste un Roma-Teheran diretto che dura tipo solo quattro ore e mezza? Ah ma allora lo fate apposta.

Mbeh che ci avete fretta? Io ormai non posso rilasciare dichiarazione alcuna se non in presenza del Console e della badante. Quindi, cari miei, su sta storia che perché abbiamo viaggiato 24 ore quando ne bastavano 4 non mi avrete. Mai.

L'efficiente equipaggio Emirates, soprattutto le hostess, che ha consentito al Professor Pi l'impervia soluzione