Archive for maggio, 2013

La Giornata mondiale dell’arrosto

venerdì, maggio 31st, 2013

Proporrei di affiancare alla Giornata mondiale contro il fumo anche la Giornata mondiale a favore dell’arrosto. La proporrei come necessaria forma di resistenza a tutti i tentativi di annebbiamento delle nostre sinpasi e della generale capacità cognitiva a tutti i livelli. L’auspicherei poi in particolare per quanto attiene alle sentimental problematiche affrontate in questo blogghe. Alla googlazione della perifrasi “tutto fumo e niente arrosto” fuoriesce, dal Forum al femminile, la seguente domanda:

“ho dato uno sguardo a come si fa capire se uno è innamorato di te…. e mi sorge una domanda: se uno quando si sta insieme non da nessun problema ma anzi… e l’unica questione è che non c’è mai… non ha mai tempo… del genere che se va bene lo vedi una volta ogni 10 giorni e sa va male una volta al mese…però per il resto tutto va benissimo… e null’altro va a dimostrare scarso interesse… secondo voi e tutto fumo e niente arrosto o è possibile essere più impegnati di Superman?”.

Ecco, cara, devo darti una notizia: persino Superman ha trovato il tempo di innamorarsi. E financo quello di sposarsi. Per ogni evenienza rivolgersi Lois Lane.

Pensiamoci: La Giornata mondiale dell’arrosto, sotto l’Alto Patrocinio della Dateve na svejata. Contro il microchip impiantato nella vita moderna. A tutti i livelli. Siete circondati di “bufale”? Puntate sull’arrosto. Vogliono infinocchiarvi? Arrostiteli. La Giornata mondiale dell’arrosto. Per non finire, noi, sulla graticola.

L’ultimo guardiano

mercoledì, maggio 29th, 2013

Si chiude pure st’altro spiraglio: se n’è andato l’ultimo custode di Montecristo. E’ la crisi, bellezza. E anche a Giorgio Marsiaj e sua moglie Luciana non è stato più rinnovato il contratto. E’ la prima volta che succede in 123 anni e “dal 1890 si sono succeduti 11 guardiani che hanno vissuto su quella piramide di granito a picco sul mare per 365 giorni l’anno, a stretto contatto con la natura e in totale isolamento”. Che per me quell’isola e quei guardiani stavano nel Pantheon dell’ “ultima spiaggia”, anzi dell’ultima isola. Insomma si ripiega pure la rete di sicurezza del “ah guarda al limite mollo tutto”, cioè di cose che non faremo mai ma che ci piace pensare che volendo possiamo. Guardiano del faro di Montecristo no, non più.

Già da tempo avevamo dovuto depennare il conte, di Montecristo: ora pure il guardiano del faro. Si perché non sono manco più tempi di vendette a freddo e a cinque stelle, intese sia chiaro solo come categoria lusso. Che anche la vendetta richiede stile, classe e il poterselo permettere. Sparite lo stile e la classe ora non c’è manco più una lira per consumarle. Solo vendette gratis e senza stile. E ora pure senza l’isola.

E insieme all’ultimo guardiano se ne va pure il nostro piano B, quello del “vado a fare il guardiano a Montecristo”, quello che ci salvava dal gorgo della frustrazione e ci riportava a galla. Niente: tocca affogà.

Ingrati

martedì, maggio 28th, 2013

E’ così: è così dopo tutti i rifiuti che si rispettino. Ingrati. Ingrati è il re degli alibi. Ingrati è il corollario del “dopo tutto quello che ho fatto per te”. Salvo poi rendersi conto che infatti “chi te l’aveva chiesto”. Vale dagli scontrini ai matrimoni.

Ingrata-a ingrato-o è il nuovo “se mi respingi non mi meriti”.

Ingrata-a ingrato-o ingrati-i è l’impossibilità di abbassare un po’ la cresta e la testa e guardarsi dentro. Ingrati guarda solo fuori. Siamo al grande classico: “gli elettori non ci capiscono? Cambiamo gli elettori”. Sindrome dalla quale nessuno, a quanto pare, è immune. Né il nuovo né il vecchio né il così così.

Ingrata-a ingrato-o ingrati-i è la restituzione del 50%, si, ma di responsabilità. Che ci si sgola, finché si parla degli altri, a pontificare che “comunque quando una cosa a due non funziona le responsabilità sono al 50%”. Salvo poi, quando i conti si fanno in casa, bellamente addebitare pure il nostro all’altro 50

Ma in natura ne esiste anche una vera, di ingratitudine. Quella extra-alibi. Maria Rita Parsi la chiama la “sindrome rancorosa del beneficato”. E’ “quel sordo, ingiustificato rancore (il più delle volte covato inconsapevolmente; altre volte, invece, cosciente) che coglie come una autentica malattia chi ha ricevuto un beneficio, poiché tale condizione lo pone in evidente “debito di riconoscenza” nei confronti del suo benefattore. Un beneficio che egli “dovrebbe” spontaneamente riconoscere ma che non riesce, fino in fondo, ad accettare di aver ricevuto. Al punto di arrivare, perfino, a dimenticarlo o a negarlo o a sminuirlo o, addirittura, a trasformarlo in un peso dal quale liberarsi e a trasformare il benefattore stesso in una persona da dimenticare se non, addirittura, da penalizzare e calunniare”.

Il punto è che, in amore come altrove, il 100 per cento della popolazione è convinta di essere un benefattore. Un popolo di benefattori senza manco un beneficato. Ingrati.

La polemica del -cidio

lunedì, maggio 27th, 2013

Comunque un Paese che di fronte agli omicidi di donne reagisce imbastendo una polemica se esistano gli omicidi di donne o su come vadano chiamati non ha salvezza.

De voto

domenica, maggio 26th, 2013

Come votare me lo ha insegnato mia nonna. Non per chi ma come: la domenica mattina presto e vestendosi bene. Perché mia nonna non è nata votata: era del 1905 e la prima volta che potè farlo fu il 2 giugno 1946. E non deve essere stato facile, conoscendola, vedere uscire per anni suo marito che andava a scegliere anche per lei.

E così la prima volta che le dissero che ne era finalmente degna si vestì come per la Messa e andò a testa alta a riprendersi un suo diritto. E al marito, che le disse “ti accompagno” rispose:

-Conosco la strada e ho fretta: sono in ritardo di vent’anni

Nonna era religiosissima, cattolica praticante col botto. Ma non era una beghina. E una volta che le chiesi a che servissero i tre voti religiosi di povertà, castità e obbedienza, me li spiegò per filo e per segno, comprese le immani difficoltà persino dei Santi per rispettarli ma aggiunse:

-E comunque ricordati che il più difficile in assoluto da osservare è quello al seggio.  Se fallisci con gli altri ti rovini tu, con questo mandi alla malora tutti

Lo so, lo so che son momenti cupi. E senza entusiasmo. Però stamattina mentre anche io forse avrei avuto più voglia di andare dal dentista che al seggio ho pensato a lei. Mi sono alzata presto, vestita bene e sono andata a prendermi il diritto che è mio anche perché se lo sono sudato tante donne come nonna Quintina.

Che se avesse saputo, però, che settant’anni dopo hanno dovuto obbligarci a scegliere un uomo e una donna per farne eleggere qualcuna in più, avrebbe fatto una piazzata al seggio. Ma con i tacchi e la veletta, s’intende. Io la veletta, comunque, nonna, scusa ma stamattina proprio no eh.

What a Wonder full world

venerdì, maggio 24th, 2013

Serendipity. Quella cosa che cercavi una cosa e ti sei imbattuto in un’altra che non ti aspettavi.

E così sono entrata in libreria cercando un regalo per la giovane older e ho trovato una lezione per me. Si chiama Wonder. Il libro. L’ha scritto una tal R.J. Palacio. Parla di August Pullman, un bambino nato con una terribile deformazione della faccia che, dopo anni passati nella protezione assoluta della famiglia, per la prima volta deve affrontare la scuola e quello che c’è là fuori. La scuola è la prima media. Perché per i cinque anni delle elementari le cose le ha imparate dalla mamma. E’ da questo punto in poi che Auggie ha solo domande: che faranno i compagni? Chi gli si siederà accanto? Si spaventeranno? Abbasseranno gli occhi? Si volteranno dall’altra parte, come fanno tuttii quelli per strada? Lo prenderanno in giro? Saranno cattivi? Rideranno? Inorridiranno?

Mi chiamo Auggie, ci dice a pagina 9, “e sono arrivato a questa conclusione: l’unica ragione per cui non sono normale è perché nessuno mi considera normale. Mi chiamo August, per inciso. Non mi dilungo a descrivere il mio aspetto. Tanto, qualunque cosa stiate pensando, probabilmente è molto peggio”.

Non vorrei aggiungervi molto altro. Perché, come dice Auggie più avanti, “ci sono certe cose che, semplicemente, non si possono spiegare. Non ci provi neanche. Non sapresti da che parte cominciare. Tutte le frasi si ingarbuglierebbero in un modo gigante, se aprissi la bocca”.

La bocca, che lo fa mangiare “come una tartaruga” e che i 27 interventi ai quali si è sottoposto non sono riusciti ad aiutare ad essere di nuovo una bocca.

Insomma Auggie va conosciuto per come si raccontano lui e i suoi amici e non per come ve lo racconto io. Il libro è diviso in otto parti ciascuna raccontata da un personaggio diverso e introdotto da una canzone e così mi sono fatta anche una bella playlist.

Wonder. Per chi ha paura della diversità. Cioè tutti. Quantomeno io. Io che pochi giorni prima di comprare questo libro stavo camminando verso il supermercato quando in senso opposto ho visto arrivare una coppia di lui-lei ma lei non era proprio una lei: lei aveva una faccia… una faccia spaventosa. Si, ho pensato proprio questo: “è terribile”.

Non so se quella donna avesse la stessa malattia di Wonder ma io lì davanti mi sono impietrita. Perché la diversità spaventa. Anche quando non è né brutta né terribile ma solo diversa, appunto. Eppure fa paura. E ho pensato che io a volte non sono in grado di accogliere bene neanche la diversità di carattere di un altro, per dire. Neanche di quelli ai quali voglio bene, neanche di quello che amo, per dire.

Mo’ però basta. Wonder. Ricordatevi: Wonder. Un libro per ragazzi. Che fa crescere gli adulti.

E vi metto anche la sua musica:

Noemi Cingoli. Quando la storia dà i brividi

giovedì, maggio 23rd, 2013

E’ successo che stamattina a Roma, al liceo artistico di Via di Ripetta, tutti i ragazzi della scuola si siano ritrovati nell’Aula Magna. Per ricordare un’ex compagna di scuola che non c’è più. Che non c’è più da 69 anni. Si chiamava Noemi. Noemi Cingoli. Noemi si innamora di Mario, Mario Segre. Tutti e due, nel 1939, sono costretti a firmare la dichiarazione di appartenenza alla razza ebraica. Nel 1941 si sposano. Nel 1942 nasce Marco e nel 1943 scampano al rastrellamento del Ghetto. Ma non scampano nel 1944 all’avidità di due ex compagni di Università di Noemi. Che li vendono alla Polizia Repubblicana per cinquemila lire. La mattina del 23 maggio 1944 il loro treno entra a Birkenau.

“Senza neanche il tempo di salutarsi, Mario raggiunge la fila di sinistra, Noemi e il piccolo Marco quella di destra. Non si rivedranno più”.

La loro storia è anche qui, sul sito del liceo. E stamattina c’erano tutti, nell’Aula Magna. A vedere le foto di Noemi, di Mario e di Marco. A sentire il racconto di Sami Modiano, Sami sopravvissuto ad Auschwitz, Sami che racconta la sua storia in un libro che si intitola “Per questo ho vissuto” e dice che “quella mattina mi ero svegliato come un bambino. La notte mi addormentai come un ebreo”.

Cinquemila lire. Nella tragedia di questa storia è da stamattina che ho in mente queste cinquemila lire. E i due ex compagni di Università che li hanno venduti come una pagnotta al mercato nero. Però dice mio padre che il tempo è galantuomo. E la storia, dice quell’altro, “non si ferma davvero davanti a un portone, la storia entra dentro le stanze”. E stamattina la storia è entrata dentro a un portone di scuola. E a un’aula. Un’aula lunga 69 anni. Piena di gente. “Perché è la gente che fa la storia e, quando si tratta di scegliere e di andare, te la ritrovi tutta con gli occhi aperti”.

Ed è per questo che la storia dà i brividi. Perchè nessuno la può fermare

La grande amarezza

giovedì, maggio 23rd, 2013

Più di dieci editoriali o delle analisi sociologiche un tanto al chilo è questa foto di Stefano Peppucci che credo esprima meglio come sia ridotta oggi Roma:

una distesa di bellezza colpita al cuore. All’inizio guardavo la foto e non vedevo altro che l’antica perfezione di quel lastricato. Che questa città è la maestà der Colosseo ma soprattutto quella der sampietrino. Quel lastricato inviso ai tacchi ma amato dal cuore. Solo dopo ho visto quella siringa nell’interstizio. Neanche sbattuta in faccia: adagiata. Lì. Tra un buco e l’altro. In tutti i sensi.

Che Roma Capoccia non è bella solo “quann’è sera,  quanno la luna se specchia dentro ar fontanone” e  “quann’è er tramonto”. E’ bella sempre. Ma oggi Roma è soprattutto ferita. Nella sua dignità. Che è anche la nostra, di noi che ci abitiamo e di noi che le vogliamo bene anche se abitiamo da altre parti. Di noi che passiamo davanti ar Colosseo e ci viene un po’ di fare l’inchino. Ma ora, ovunque passiamo, ci viene soprattutto da piangere. E non abbiamo idea di cosa fare per farla tornare a ridere. Ma una cosa è certa: nun te lasso mai. Soprattutto in mano a questi che t’hanno ridotta così.

L’App untamento

martedì, maggio 21st, 2013

La notizia, che l’Ansa sempresialodata titola “Anche durante sesso con lo Smartphone”, dovrebbe essere questa: “Le italiane sono inseparabili dai loro smartphone, al punto che quattro su cinque ammettono di aver sviluppato una vera e propria dipendenza”. A rafforzare la tesi arriva una sciorinata di numeri che all’acme chiude con: ” solo il 46% si vieta di consultarlo durante un appuntamento romantico (53% in Europa), e il 51% in un incontro di lavoro (65% in Europa), mentre il 29% non rinuncia nemmeno nel bel mezzo di un rapporto amoroso (17% in Europa)”. Insomma siamo alla sindrome di Pino il Pinguino, quello con la voce di Elio Vodafonio, che “voglio fare due cose contemporaneamente come navigare messaggiare illimitatamenteeeee”.

Però, scusate, a questo punto la domanda è d’uopo: ma se una su tre smanetta sullo smartphone durante il sesso è perché è dipendente dallo smartphone o perché trova Ruzzle più eccitante della situazione contingente?

Donne che amano male

lunedì, maggio 20th, 2013

E’ che per questa storia dell’ex miss riempita di botte dal compagno fino a ridurla in fin di vita che però poi ci ripensa, ritira la denuncia e lo perdona, al netto di un’asportazione di milza, è da stamattina che in tante analisi viene accostato il libro “Donne che amano troppo” di Robin Norwood, uno dei tomi più diffusi al mondo sul tema delle dipendenze affettive. Senza che peraltro, purtroppo, questa mondiale ed epocale diffusione abbia in qualche modo inciso sulla diminuzione delle statistiche del troppismo. Si continua a dipendere. E a ricadere nella dipendenza.

Dovete perdonarmi ma è da stamattina che questa storia dell’amare troppo a me suona male, malissimo. Perché il “troppo” fa quasi eroismo: quanto lo amo? Troppo. E il troppo si sa stroppia. Ma non uccide. E qui invece poi uccide. Pure. E allora non sarebbe meglio dire che se ti spappola la milza ma lo assolvi non stai amando troppo ma semplicemente stai amando male, malissimo?

Troppo non mi crea quel rifiuto che dovrebbe. Perché è opposto a “poco”. Male si. Perché, almeno, è opposto a bene. Il bene che non ci vogliamo e non ci facciamo quando amiamo non troppo ma quando amiamo male. E anche sul verbo “amare” dovremmo riflettere.

Questo troppo inoltre ha sempre la recidiva. E concluderei con la mail che poco fa mi ha convinta a dirla, una cosa, anzi a farla dire a lui, su questa storia che ci fa stare non troppe ma male:

Cara Meri,
la storia di questa ragazza che perdona il suo carnefice perché lo ama e ci torna insieme, ha fatto riemergere dall’archivio della mia memoria una “Rosaria” con cui sono stato tanto tempo fa, una delle tante Rosaria, appena uscita dalle grinfie di un uomo manesco. Una ragazza normalissima, simpatica, intelligente. Poi con me la storia finì.
L’ho ritrovata qualche anno fa. E stava con un altro. Uguale. Non a me: a quello di prima. La “mia” Rosaria mi ritorna in mente ogni volta che sento queste storie troppo frequenti. E ho paura di chiedermi perché. Perché si ricaschi nell’orbita attrattiva di un altro carnefice.
Giovanni